Anni ’80

Adolescenza e tanta tv, non di rado, da guardare con i compagni di scuola, in pausa merenda dalle maratone pre interrogazione o verifiche scritte.
I 220 cortometraggi, realizzati negli Stati Uniti a partire dal 1922, conosciuti in Italia con il titolo “Simpatiche Canaglie” erano un appuntamento irrinunciabile.
Lo sceneggiatore, Hal Roach, concepì ogni episodio con una sua trama, raccontando di un gruppo di bambini pestiferi nei quali ciascuno di noi riusciva a riconoscere qualcosa di sé.
La produzione dal 1922 al 29 era priva di sonoro, che fu introdotto dal 29 al 38, subentrando l’MGM (che non ho idea di cosa sia) dal 38 al 44.
I protagonisti principali erano sempre gli stessi, attorno ai quali ruotavano attori che diventavano vittime di monellerie “stupide”, ma nel contempo tremende.
Spanky, il bambino bassino e grassoccio, che indossava un cappellino privo di visiera o sfoggiava la riga laterale e i capelli brillantinati, era l’attore George Mc Farland, morto di infarto nel 1993 a 64 anni.
Alfa-Alfa il ragazzino dai capelli impomatati, la riga in mezzo e un “pennacchio” sul retro, l’attore Carl Switzer, morto assassinato nel 1959 a soli 32 anni, per non aver saldato un debito di 32 dollari.
Darla, la bambina con la frangia e i boccoli neri, che faceva battere il cuore di tutti i suoi piccoli amici d’avventure, l’attrice Darla Hood, morta d’infarto nel 1979 a 47 anni, conseguenza dell’indebolimento fisico legato ad una epatite acuta, presa con una trasfusione.
Stymie, il bimbo calvo di colore, dallo sguardo tenero ed interrogativo, che indossava sempre una bombetta, l’attore Matthew Stymie, deceduto nel 1981 a 56 anni, in seguito ad un ictus.
Chi non ricorda il cane con la chiazza nera sull’occhio?
La siglia, “Al volante di una Ford”, cantata dai Succo di Arancia, non ho dubbi che riescano a canticchiarla tutte le persone della mia generazione!
Serena notte …
– Carla –

Ti abbraccio così …

Ero una bimba e sei entrata nel mio mondo con la dolcezza di una zia “reale”, ho cantato le tue canzoni, saltellando in cameretta, pensando che una meraviglia come te fosse da imitare.
Sono cresciuta e da donna ho continuato ad amarti ed ammirarti, riconoscendoti qualità non solo artistiche ma umane, rare, rarissime …
Sarai per sempre la Maga Maghella dei miei 5 anni, Ciao Raffaella, domani ti accompagneranno un oceano di cuori colmi di amore e gratitudine.

Possa trovarare la “via giusta” per la felicità eterna …
Serena notte
– Carla –

Amato “cioccolato”

La divinità del cioccolato è Maya, il popolo che iniziò a coltivarne la pianta dal 400 a. C., ed è chiamata El Chuah.

La maggior parte delle fave di cacao giungono, in ordine, dalla Costa d’Avorio, dal Ghana e dall’Indonesia.

Si scioglie ad una temperatura di circa 34 gradi.

Immergersi nella cioccolata ha il potere di rilassare e combatte la ritensione idrica.

La Nazione con il più alto consumo di cioccolato è la Svizzera.

La caratteristica d’essere un vasodilatatore può portare alla morte del soggetto che dovesse mangiarne più di 85 tavolette.

Era presente nella “razione k” dei militari.

Per gli aztechi era moneta di scambio.

È comprovata la sua capacità antiossidante, il potere di ridurre il colesterolo LDL, di migliorare la circolazione e combattere la depressione, l’anadamide e la serotonina, infatti, sono, rispettivamente, il neuroregolatore della felicità e il neurotrasmettitore del buonumore.
Contiene, tra l’altro, ferro, magnesio, rame e potassio.

Nel 1806, a Torino, in ragione della difficoltà di reperire le fave di cacao, i pasticceri miscelano cioccolata e nocciole piemontesi, creando la “Crema Gianduja”.

Nel 1875, Daniel Peter, in Svizzera, crea il cioccolato al latte.

Nel 1941 vengono inventate le M & M’s, resistenti al calore, che presero il nome dai due inventori, Mars e Murrie.

Nel 1946 nasce la Giundujot, chiamata poi Pasta Gianduja e, successivamente, Super Crema, ovvero, la Nutella.

Il 7 luglio 1947, a Bristol, in Inghilterra, nasce la prima barretta, data in cui si festeggia la giornata mondiale del cioccolato.

W la cioccolata!

Serena notte …
– Carla –

Come Titti

… i giorni di calma sembrano essere arrivati, ho una cordata di messaggi da leggere e approvare, aggangiati alla voglia di passeggiare tra i vostri contenuti, tempo due sere e torno in pari!
Serena notte …
– Carla –

Ciao Michele …

La tua anima, sulle ali leggere di un aquilone, troverà la rotta della Vita Eterna, le note e le parole che, dissolte in polvere d’Amore, pioveranno sui pensieri di chi ti ama, concedendo l’umana consolazione …
Dio ti riserverà il palco più bello, chiedendoti di scrivere ed intonare un arrivederci.

Ciao Michele …
Serena notte
– Carla –

Muri

I muri, raramente, rappresentano un ostacolo studiato, innalzato per non essere raggiunti, per diventare invisibili o per nascondersi, il più delle volte nascono dal voler affrontare un’arrampicata, dall’esigenza di raggiungere un punto, privilegiato, di osservazione.
Non limitano e non sono scudo perché chi li osserva, accanto a sé, se lo volesse, saprebbe come valicarli e, probabilmente, è solo non interessato a farlo.
Oltre, potrebbe non aver abbandonato o smarrito nulla di appassionante o affascinante da infilare nello zaino-viaggio verso il futuro.
– Carla –

A stasera …

Non sono pronta!

La giornata volge al termine e per me si conclude con un lungo pianto liberatorio …
Stamani sono stata svegliata da un vocale di mia sorella:
– Siamo in ospedale, mamma ha qualcosa che non va, forse, un’emorragia interna che non si comprende da dove parte … –
89 anni, un bouquet di patologie che Dio solo sa, il periodo storico che innalza barricate sanitarie senza precedenti ed ecco la combinazione che stende, come un pugno sferrato in pieno volto, una persona ansiosa come me, robusta come un foglio di carta velina, quando le toccano l’incolumità dei suoi affetti.
Ore trascorse sotto il sole, a braccetto con la solitudine, davanti all’ingresso della struttura ospedaliera, in un via vai di passi che non trovavano pace, con gli occhi puntati sullo schermo del cellulare in attesa che qualcuno, dall’interno, mi fornisse notizie.
Altri momenti a casa di mio padre, con i miei fratelli, poi, da sola, a casa mia, senza riuscire a sapere quali esami clinici o visite stavano eseguendo su mamma, senza conoscere, nemmeno, il risultato del tampone di rito (nonostante le due vaccinazioni), effettuato in ingresso.
I pensieri, terrificanti, si sono rincorsi …
Stava male per una reazione vaccinale?
Si stava affacciando una nuova patologia?
Si aggravavano quelle esistenti?
Nulla di tutto questo … non ho ben chiaro cosa le sia accaduto, lo capirò domani quando sarà dimessa!
Leggere un messaggio WhatsApp di mio fratello, mi ha fatta crollare, spegnendo la tensione:
– Sono riuscito a sapere che tutti i controlli non hanno evidenziato nulla di grave, è andata bene, anche questa volta! –
Ho 55 anni, mamma non è una giovincella (e lo metto in conto), malgrado ciò, non riesco a non sentire il mondo che si spegne al solo pensiero di perderla …
Non sono pronta a fare a meno di lei, a rinunciare al suo sorriso, a ridere quando s’incarta o non ricorda perfettamente le cose e si diverte, alle sue richieste d’affetto che, quanto prima, accontenterò.
“Dammi un bacio, figlia mia!” … spero non me lo debba più chiedere, perché potrò farlo di mia iniziativa.
Vado a dormire, mi sento come se avessi corso per 100 km senza alcuna sosta.
Serena notte …
– Carla –

Murales Ollolai

“Chissà che aspetto ha la sala d’attesa della Vita Eterna, chissà quanto dovrò restare in coda e cosa risponderò quando mi verrà chiesto di motivare ciò che ho sbagliato.
Qualche –Non ricordo-, dei –Non ho agito con l’intento di ferire– , dei –Non me ne rendevo conto– e lo sguardo rivolto a chi regge in mano una cartella, quella con l’elenco dei passeggeri in attesa di completare il viaggio.
Eh sì, probabilmente, non saprò resistere e invece di aspettare l’ennesima domanda, aprirò bocca per chiedere qualcosa che mi preme –Sono già arrivati? Ora dove stanno?
Perché non importa la destinazione finale, quando il non doverla dividere, per sempre, con personaggi che l’inferno lo hanno imbastito in terra e, forse, non sono degni nemmeno di quello”.
Serena notte …
– Carla –

I miei nonni

Aver citato il matrimonio tradizionale sulcitano, mi ha fatto ritornare in mente mia nonna materna e la bellissima storia d’amore che il destino le ha dato modo di vivere.
A dire il vero, tutti i miei nonni hanno ricevuto il dono di una felicità matrimoniale autentica (i nonni paterni li ho raccontati in – La “lettera” -), che non ha strappato dal cuore, di chi è rimasto in vita, un sentimento destinato a rifiorire, rigoglioso, oltre questa nostra dimensione.
La mamma di mia madre resterà figlia unica, primogenita e desiderata, da due ragazzi innamoratissimi.
È il 1897, una neo mamma muore nel regalare la vita alla sua bambina, una stella inizia a brillare e una si spegne, lasciando un giovane uomo nella disperazione, ma determinato a crescerla non facendole mancare nulla.
È fortunato, lavora e possiede dei beni, insieme sapranno farsi coraggio, sostenersi, nel ricordo di una donna generosa e amorevole.
La vita non sempre sorride e, non mi è dato sapere in che modo, nel 1899, lui la raggiunge, lasciando la piccolina in balia di un percorso amaro, privo anche di una minima affettività domestica, dei sogni che ogni bimba e ragazzina ha diritto di fare, delle piccole gioie che rincorre ogni giovane donna.
È uno zio ad accoglierla, in un freddo nucleo familiare, a gestirle quanto possiede, ad impossessarsene, indebitamente, non restituendole mai ciò che le appartiene per diritto, per successione ereditaria.
Le offre vitto e alloggio, che si ripaga, ampiamente, fin da bambina, nella trattoria dei suoi sfruttatori.
Cucina, serve ai tavoli, pulisce e quando occorre svolge mansioni pesanti, da uomo, finendo anche per essere mandata a pescare ciò che verrà servito agli avventori.
Elisa cresce, non possiede nulla, se non l’infinita tristezza che le avvizzisce l’anima, è un bene che respira, lavora tanto, tace e costa un nulla.
È bella, altissima, magra e forte, ha lunghi capelli neri, raccolti in una treccia che ciondola sulla sua schiena dritta, e grandissimi occhi scuri, malinconici, immobili, come le sue labbra che non sorridono mai.
Tutti i giorni, a pranzo, si presenta un ragazzo, ha qualche anno più di lei, è piccolo di statura, biondo come le spighe di grano maturo e con sinceri occhi azzurro cielo ma, soprattutto, è sempre cortese e quando le rivolge parola mostra una dolcezza che le è sconosciuta.
Sbocciano timidi sorrisi, sguardi più espliciti di tante parole e, finalmente, Antonio si sbilancia, lanciandosi con indosso solo il paracadute della follia.
Al pasto quotidiano, un giorno, segue una frase diretta e coraggiosa – Vuoi diventare mia moglie? –
Lui è povero, possiede solo il cuore da offrirle e la volontà per sopportare i sacrifici più grandi per farla sentire una regina, anche senza il regno delle favole.
La risposta è, ovviamente, positiva, o Carla potrebbe trascinarla tra queste pagine.
È trascorso un anno dalle loro nozze, nonna ha appena 19 anni, quando nasce il primo di 9 figli, due dei quali verranno a mancare in tenera età, unendoli ancor di più nel dolore.
Sono creature desiderate, quali espressione del loro amarsi e, mai, incidenti di percorso!
Sono giovani, lavorano duro, lei nel laboratorio chimico minerario, lui nei campi, uniti a tal punto da sentirsi ricchi con niente.
Sono due corpi stretti in una sola anima, tra loro esiste parità assoluta, libertà, notevole per i tempi, e un rispetto profondo.
Antonio arriva ad assisterla, da solo, come farebbe la migliore delle ostetriche, ogni volta che bussa una nuova vita e lei mostra la grinta e l’indipendenza di un uomo.
Insieme sfidano il mondo, sapendo che se uno cadrà non conoscerà l’abbandono!
Nonno s’ammala, peggiora, il ricovero, nell’ospedale, dove lavora mia mamma, è inevitabile.
Mamma è in attesa ed è tangibile la verità che suo padre non conoscerà mia sorellina.
È l’ultimo giorno della vita di Antonio, Elisa lo ha visto poche ore prima, quando chiede di vedere la figlia, per domandarle di riportare la moglie al suo capezzale, pregandola di portare con sé la sua fede nuziale.
È un duplicato, che mia madre ha comprato loro col primo stipendio, perché l’originale Mussolini la sacrificò per la patria, ma per loro è un simbolo perduto e, inaspettatamente, ritrovato.
Restano soli, lui è allo stremo, lei un fuscello travolto dalla più dura delle tempeste, mentre le loro mani si accarezzano e gli occhi si giurano amore eterno.
Elisa infila la fede in quella mano stanca e Antonio spira, volando insieme a quella promessa.
È il febbraio del 1969 e nonna attenderà, serena, l’11 settembre 1977 per tornare tra le sue amate braccia, per sempre.
Solo per un uomo così, per uomini che SANNO AMARE, che non sanno vederti sfiorire, vale la pena di spalancare la porta del cuore.
Buon pomeriggio … a stasera!
– Carla –

Matrimonio Mauritano

Detto anche Sa Coia Maurreddina, il Matrimonio Mauritano è un antico rito, caratteristico del popolo sulcitano, che si svolge a Santadi (SU) la prima domenica di agosto.
In tutta l’isola esistono altre due celebrazioni similari, Sa CojaAntiga Cerexina di Selargius (CA) e S’Antigulsposongiu di Busachi (OR).
Etimologicamente il nome è dato dai sulcitani, Maurreddinus, discendenti dal popolo della romana Mauritania, invasori di terre sarde nel VI secolo d.C.
Si ipotizza possa derivare anche da Meurra, ovvero, Merlo, pennuto dal colore scuro che richiama l’incarnato degli isolani.
Celebrato, secondo rito Cattolico Apostolico Romano, nel piccolo centro sulcitano in quanto, in passato, luogo di rilievo ecclesiale, perché presente una delle due Cappellanie del Sulcis, dove il Cappellano celebrava questa unione dalle caratteristiche rurali.
La prima edizione, a sfondo religioso-cultuale, si svolge nel mese di giugno del 1968 per toccare, anno dopo anno, il traguardo attuale.
I preparativi sono lunghi, meticolosi (nel rispetto, inviolabile, della tradizione) e partono dall’allestimento dei due carri, Is Traccas, sui quali si sposteranno gli sposi.
Trainati dai buoi, saranno addobbati con arazzi e tappeti realizzati al telaio, abbelliti con spighe di grano, rami di mirto e fiori di diversa specie e colori.
Sul carro della sposa prenderanno posto lei, i suoi genitori e i testimoni, sull’altro lui e famiglia.
La Vestizione è un altro passaggio di vitale importanza e vede i futuri coniugi venire abbigliati con i costumi tradizionali del luogo, ciascuno in seno alla famiglia d’origine.
Chi ha la possibilità di sostenere una spesa non trascurabile, vedrà indossare l’abito tipico anche dai congiunti più stretti.
Sarà lo sposo a recarsi presso l’abitazione della sua amata per poi spostarsi, con i due mezzi dedicati, accompagnati dal corteo nuziale, composto da parenti amici, paesani e gruppi folkloristici, giunti da tutta l’isola, vestiti con il loro costume tradizionale.
Nella piazza più grande del paese, su un palco montato per l’occasione, davanti a tutti i cittadini, si svolgerà la celebrazione.
Altro rito, irrinunciabile, è la benedizione delle nozze, attraverso la grazia, Sa Gratzia, dispensata dalle madri ai loro figli.
Inginocchiati, su un cuscino bianco, la madre della sposa benedirà sua figlia, offrendole dell’acqua da bere, e poi il genero, stessi gesti verranno ripetuti dall’altra madre, posando sul capo dei ragazzi una manciata di un curioso mix, contenuto in un piatto che verrà spaccato sul selciato, per ultimo, per scaramanzia.
Si tratta di grano, di petali di rosa, di sale e di monetine, ad augurare nella loro vita a due la presenza di abbondanza, di felicità, di ricchezza e di saggezza.
Scambiate le promesse, i coniugi offriranno a tutti i presenti il pane degli sposi, riservandosi poi di sottrarsi alla folla il tempo per festeggiare, privatamente, con amici e parenti, ricomparendo a tarda sera, per i balli e canti dei gruppi folk, il taglio della torta e l’offerta, a tutti, di dolci e vini santadesi.
Serena notte …
– Carla –

“55”

Sai che il Covid ti costringerà a festeggiare il compleanno da sola, sai che non ci sarà nulla da condividere, poi, ti arriva a casa una mini torta e realizzi che chi ti ama ti pensa, comunque, e cerca un modo per farti sentire la sua presenza.
Mia sorella e mio cognato sanno come farmi piangere …
Serena notte …

– Carla –

Tandalò

Il borgo di Tandalò è un altro frammento di storia sarda che vale la pena di raccontare …
Sorto nella prima metà dell’800, raggruppava solo 19 casette, realizzate con pietre allo stato grezzo e coperture di legno e cotto.
I carbonai toscani, in quel periodo, abbattendo gli alberi dei boschi nei dintorni, riuscivano ad ottenere il carbone, ma per farlo necessitavano di mano d’opera locale, di lavoranti che non avessero grandi problemi di spostamenti.
Il piccolissimo centro nacque così, non distante dai paesi di Oschiri e Buddusò (SS), per ospitare, stabilmente, famiglie di cabonai e, nel contempo, di allevatori.
Percorrendo una strada sterrata, era possibile raggiungerlo, giungendo in una graziosa piazza, abbellita da due querce secolari, trovare l’edificio scolastico elementare, che si componeva di due sole aule, e la piccola Chiesa di San Giuseppe, costruita tra il 1930 e il 1931.
Vi risiedevano tra le 100- 120 persone, con il picco massimo di 130 tra il 1920 e il 1930, prima del totale abbandono nel 1970.
Del villaggio restano i ruderi della scuola, qualche edificio pericolante, oggetti di uso quotidiano lasciati all’incuria del tempo e solo qualcuno restaurato, da chi ne è entrato in regolare possesso e ne usufruisce come casa vacanza.
La sua presenza è visibile in lontananza, per una croce che svetta su un grosso masso granitico, nei pressi della struttura religiosa.
Si racconta che Tandalò non fosse il primo insediamento, ma Letione o Tettione , che per faide insanabili, tra due famiglie, scomparve.
Buona serata … a più tardi per leggere le vostre pagine!
– Carla –