Gianluca G.

La storia che sto per raccontare non è frutto della mia fantasia, tutt’altro, e nemmeno una singola pagina di vita, ma un capitolo lungo ed intenso, che ricordo ancora a memoria.
Credo di essere nata “particolare”, vestita con un abito troppo grande per una bambina, tenuto in un cassetto che, però, ogni tanto si apriva da solo, mostrandomi quel capo e spingendomi ad accarezzarlo.
Ho, spesso, avvertito gli eventi, prima che si realizzassero, ho pronunciato frasi d’istinto (che maneggiavano il bene), che si sono fatte realtà di lì a poco ed ho vissuto scansando la paura di essere diversa.
La mia miglior amica, testimone di gran parte del tutto, mi ha sempre chiamata “Bruscia Rosa” (strega rosa) perché, con ciò che lei definisce “sensibilità concentrata”, dice che vaporizzo sulle persone la speranza e consegno le chiavi per aprire il baule dei desideri.
Io non mi definisco … sono!
Condivido due episodi, per farmi capire.
1- Avevo 11/12 anni e senza sapere nulla del perché l’amica di mamma avesse il volto segnato dal pianto o che il marito fosse un traditore seriale, di punto in bianco le dissi: “Buttalo fuori di casa, adesso è con xxxx”.
Era esattamente così e non potevo certo conoscere le sue tresche e il nome dell’ultima preda!
2- Avevo 30 anni e, mentre stavo seduta accanto ad una donna che per 18 anni aveva tentato di avere un figlio, dal cuore, mi venne la frase: “Stai attenta perché sei incinta”.
Due settimane dopo si sentì male, fu ricoverata e le dissero che era alla quarta settimana di gravidanza.
La mia realtà è costellata di cose di questo tipo, taciute ai più, per non essere bollata “disagiata”.
Ma torniamo a Gianluca!
Entrò nella mia realtà e in quella di Agata (nome inventato), che potrebbe confermare ogni cosa, in un caldissimo pomeriggio estivo del 1983, “giocando” (perché era quello che pensavamo di fare) con una tavola ouija da poveracci (un foglio di album con lettere e numeri scritti a penna e 100 lire).
Lei pensò fossi io a condurre il gioco, per spaventarla, ed io pensai l’esatto contrario, finchè, durante una pizzata con sua madre, ci confrontammo.
Gianluca G. (il cognome lo ometto) aveva raccontato molto di sé, di quanto fosse attaccato alla vita e arrabbiato per averla persa a 30 anni in un incidente stradale, della disperazione della sua ragazza, di una famiglia che, nonostante gli anni, non si rassegnava.
Una sera, durante una di quelle chiacchierate, Luca, mi chiese di posare la penna tra le dita e di lasciarla scivolare su un foglio bianco.
Agata rise e mi chiese di assecondarlo.
Per giorni fissammo scarabocchi incomprensibili, si e no ed infine arrivarono le parole, difficili da decifrare.
Il gioco non era più gioco, indicazioni e risposte, troppo precise, conducendo la nostra curiosità a ricercare conferme tangibili.
Lo cercammo, trovandolo nei registri di un cimitero, ci fu indicata l’ubicazione esatta di dove riposa e fu scioccante leggere, nome, cognome, data di nascita, di morte e, soprattutto, dargli un volto.
Si era descritto perfettamente anche nell’aspetto!
La sua permanenza si protrasse per qualche altro mese, finché, non ci chiese di dedicargli delle preghiere e di lasciarlo andare.
Luca, Gianluca, è stato la conferma che, in una dimensione sconosciuta e parallela, cammina la vita che muta e non si estingue e che la mia diversità, o presunta tale, è solo un udito più sensibile di quello di un altro.
– Carla –

Se …

Se le mie lacrime fossero parole,
in una sola notte,
nascerebbe un romanzo …
e se …
in ogni verità,
celata,
s’aprisse una mano
pronta a sfogliarlo,
sentirei lo scaffale della vita
acclamarmi a gran voce.

  – Carla –

 

#noAllaViolenzaSulleDonne

Uccidono le mani, da sole o nello stringere un’arma,
trafiggono a morte, in egual misura, le parole,
scagliate senza pietà.
Rispettami,
Amami,
Sostienimi,
Restituiscimi,
con generosa bellezza,
quel che dono ogni giorno …
ricordando che nel venire al mondo
i primi occhi,
pieni d’amore,
che hai attraversato,
sono stati quelli di una donna

#noAllaViolenzaSulleDonne

                                                                       – Carla –

 

Elogio alla follia?

Sei del mattino, nel dormiveglia che, ultimamente, accompagna le mie notti, sento vibrare il telefono …
In famiglia, i soggetti di età avanzata si sprecano, quindi, lo afferro e controllo!
Un numero che non conosco mi ha inviato un’immagine.
“Non sono brutte notizie, sarà un errore”, il pensiero che mi porta a non aprirla nell’immediato, ma non trascorre tanto tempo che lo sento vibrare ancora.
Solo a metà mattina mi ricordo di quanto è accaduto e vado a ficcanasare, rimanendoci di kakka!!!
Sul retro di un bracciale, leggo incisa una frase – Vivrà il domani, nei battiti di ieri e nel ricordo di oggi –
Le parole sono le mie, le ricordo perfettamente perché legate ad un evento pesante, e il bracciale è dell’ossessionato che, se non ho la memoria offuscata, lo ha indossato spesso, da quel periodo (oltre, oltre 30 anni fa).
Segue un commento – Sbaglio da una vita! –
Ora … seppellita l’estrema follia di tutta la faccenda, che nella mia realtà non trova spazio, riducendosi ad un lasciar scivolare via tutto e, in estrema ratio, ad un chiarirsi vis-à-vis, per non sentirne più parlare finché campo, posso essere acida, “scaduta”????
Eh sì, stringo tra i denti parole acuminate, affilate dal rullare di pensieri che non riescono ad essere magnanimi, perché il non saper ragionare (e non è non volerlo fare ma non esserne proprio capaci, essere impediti), l’insistere (come gli stolti che picchiano contro un muro come se non ci fosse), non ha scusanti, a maggior ragione quando si è raggiunta la maggiore età insieme a Gabriele d’Annunzio e la strada fatta dovrebbe aver insegnato tanto, tutto.
È allucinante anche solo il poter pensare che per tutto esista il “recupero”, che la pelle fatta a brandelli si possa ricucire senza lasciare cicatrici, che la vita altrui sia adatta al parcheggio, in attesa di una “accensione cerebrale”.
Siamo seri!!!
E qui il “Vaffa” … ehhhh, ci sta tutto, detto proprio “Avec le Coeur” …
“Pensa, Rispetta e Agisci … perché l’uscio non si accosta, si chiude!”
– Carla –

No, dai, non ci credo!

Rosamunde Pilcher, spostati!!!
La realtà supera la penna della longeva signora Pilcher, la sorpassa come farebbe una Lamborghini con una Smart e, anche se la voglia scarseggia, dopo lo sbigottimento iniziale, la risata mi scappa.
Ma veramente???
Circe si è reincarnata in me e non sono stata avvertita?
Sono il Pifferaio Magico con le “tette” che, invece dei topini, posseduta dall’ignoto, ipnotizza ben altro?
Ma sul serio?
Non ho fatto nulla e il tutto è da “Scherzi a parte!”.
Potrei fare concorrenza alla magica scrittrice dei romanzi d’amore a lieto fine, dedicarmi alla stesura di una storia “vera”, alla sceneggiatura di un film, sovvertire le attese di tutti e, con un finale che non gronda miele ma yogurt scaduto, diventare l’eroina dei cinici indomiti.
Non si è capito ancora nulla, lo so, lo so, se non che qualcosa o “qualcuno” si diletta ad attuare invasioni di campo.
Non aspiro ad analizzare i fatti, ho ben altro per la testa o, forse, conosco come le mie tasche la fonte di tutto e la prevedibilità delle sue mosse.
Un’altra donna si sentirebbe il fulcro di un incantesimo fuori dal tempo, la protagonista di una fiaba che rincorre l’eternità terrena, io, solo e semplicemente, infastidita.
La persona in questione la conosco da sempre (e quando dico sempre spingo il ricordo, davvero, nella preistoria) e, benché siano esistiti buchi temporali di anni ed anni, è mio il suo ragionare, il suo sbagliare, il ripetersi e il non saper trattare chi ha davanti come un essere che non somiglia a nessuno di sua frequentazione o conoscenza.
Eravamo ragazzi e, per tener fede al ruolo di duro, mi ha allontanata, trattandomi, sempre, come una bambina, ha aggredito la mia realtà, quando il tempo studiava come dimorare sul mio viso, non comprendendo che ero e rimarrò la stessa … si è rimaterializzato ieri, come un fantasma che non trova pace.
Non un bacio, un abbraccio o una mano che sfiora l’altra, ma sguardi (i miei) che domandano il perché di atteggiamenti infantili e parole (le sue) dette quando non aveva più senso lasciarle andare.
Non è un vanto essere una sorta di “ossessione” per qualcuno, ma una crepa tra i pensieri, una matassa che vorresti districare per scrivere la parola “fine” con l’inchiostro di un sorriso.
Qualche anno fa, probabilmente per cancellare le rughe dell’anima (o forse per il ricordo di occhi scurissimi, di un sorriso incredibile, e tutto un contorno, capace di far voltare una donna … DA RAGAZZI SI GUARDA PURE QUESTO!), ho accettato di andare a bere un caffè, trovandomi faccia a faccia con un uomo imbarazzato che, dietro un telefono, continuava a giocare al seduttore incallito.
Trame grottesche, donne dalle fisicità svariate, rapporti duraturi o occasioni e quel riscoprirmi ciclicamente …
No, grazie, passo!!!
“Per smettere di amarti, dovrei imparare ad odiarti e non saprò mai farlo!”, sembrava una cavolata gettata lì, una frase ad effetto, il voler sottrarre, per gioco, qualcosa ad un altro (ero innamorata di una persona che per me, umanamente, era un capolavoro di Dio), il tempo l’ha trasformata in tutt’altro.
L’amore, quello che attraversa la vita, esiste, nutre o logora l’anima, inchioda il tempo e rende ragazzi per sempre!
Non è un periodo sereno e lui (che nei momenti in cui risuscito, sembra dotarsi del dono dell’ubiquità) è una rogna in più …
Finirò col bloccarlo anche a questo nuovo numero!!!
– Carla –

Addio non è …

L’addio, nel mio piccolo universo interiore, è ADDIO, non è un arrivederci vestito di rabbia e rancore, un abito double-face da rivoltare per avvicinare meglio l’occasione.
Sono venuta al mondo così, suppongo, con le idee affettivamente chiare e decise, con in mano la tavolozza dei colori, per sfumare le cose belle, e quella dei grigi per tutto il resto.
Il grigio tende sempre al nero, è indubbio, e non sarà mai luce.
L’addio, oltre i miei confini, di sovente, è inteso o espresso con ambiguità, tenendo inserita la retromarcia.
Cambiare idea, opinione, si dice sia figlia di una straordinaria intelligenza … “certamente” … quando la virata, per ripercorrere la via appena lasciata, ha come punto di arrivo un maturato punto di partenza.
Tradotto alla rozza, è da imbecilli cambiare idea su chi o ciò che non cambia!
Il mutare, soprattutto a livello interiore, è crescita, sviluppo, il bisogno, non procrastinabile, di abbandonare un’ingiustificata e protratta adolescenza.
Sono nata vecchia, adoro crederlo e riderne, visto che non ho mai anteposto nulla ad una realtà fatta di una condivisione emotiva e materiale autentica, profonda.
Nel chiudere una porta che si affaccia nel vuoto, perché di vuoto si tratta (arredato da una fantasia abnorme), non sono mai preda di ripensamenti e tentazioni, quanto alleata di orgoglio e stima per me stessa.
La mia amata “nonna di cioccolato” (ho parlato di lei in passato), con quel suo meraviglioso accento eritreo, profumando i miei giorni con un affetto che non ha bisogno di parentela alcuna, era solita dirmi – Se non ti vuoi bene tu, non ti vuole bene nessuno! –
Una frase banale? Scontata? No, se sfogliata con le dita della coscienza!!!!
– Carla –