Murales Ollolai

“Chissà che aspetto ha la sala d’attesa della Vita Eterna, chissà quanto dovrò restare in coda e cosa risponderò quando mi verrà chiesto di motivare ciò che ho sbagliato.
Qualche –Non ricordo-, dei –Non ho agito con l’intento di ferire– , dei –Non me ne rendevo conto– e lo sguardo rivolto a chi regge in mano una cartella, quella con l’elenco dei passeggeri in attesa di completare il viaggio.
Eh sì, probabilmente, non saprò resistere e invece di aspettare l’ennesima domanda, aprirò bocca per chiedere qualcosa che mi preme –Sono già arrivati? Ora dove stanno?
Perché non importa la destinazione finale, quando il non doverla dividere, per sempre, con personaggi che l’inferno lo hanno imbastito in terra e, forse, non sono degni nemmeno di quello”.
Serena notte …
– Carla –

I miei nonni

Aver citato il matrimonio tradizionale sulcitano, mi ha fatto ritornare in mente mia nonna materna e la bellissima storia d’amore che il destino le ha dato modo di vivere.
A dire il vero, tutti i miei nonni hanno ricevuto il dono di una felicità matrimoniale autentica (i nonni paterni li ho raccontati in – La “lettera” -), che non ha strappato dal cuore, di chi è rimasto in vita, un sentimento destinato a rifiorire, rigoglioso, oltre questa nostra dimensione.
La mamma di mia madre resterà figlia unica, primogenita e desiderata, da due ragazzi innamoratissimi.
È il 1897, una neo mamma muore nel regalare la vita alla sua bambina, una stella inizia a brillare e una si spegne, lasciando un giovane uomo nella disperazione, ma determinato a crescerla non facendole mancare nulla.
È fortunato, lavora e possiede dei beni, insieme sapranno farsi coraggio, sostenersi, nel ricordo di una donna generosa e amorevole.
La vita non sempre sorride e, non mi è dato sapere in che modo, nel 1899, lui la raggiunge, lasciando la piccolina in balia di un percorso amaro, privo anche di una minima affettività domestica, dei sogni che ogni bimba e ragazzina ha diritto di fare, delle piccole gioie che rincorre ogni giovane donna.
È uno zio ad accoglierla, in un freddo nucleo familiare, a gestirle quanto possiede, ad impossessarsene, indebitamente, non restituendole mai ciò che le appartiene per diritto, per successione ereditaria.
Le offre vitto e alloggio, che si ripaga, ampiamente, fin da bambina, nella trattoria dei suoi sfruttatori.
Cucina, serve ai tavoli, pulisce e quando occorre svolge mansioni pesanti, da uomo, finendo anche per essere mandata a pescare ciò che verrà servito agli avventori.
Elisa cresce, non possiede nulla, se non l’infinita tristezza che le avvizzisce l’anima, è un bene che respira, lavora tanto, tace e costa un nulla.
È bella, altissima, magra e forte, ha lunghi capelli neri, raccolti in una treccia che ciondola sulla sua schiena dritta, e grandissimi occhi scuri, malinconici, immobili, come le sue labbra che non sorridono mai.
Tutti i giorni, a pranzo, si presenta un ragazzo, ha qualche anno più di lei, è piccolo di statura, biondo come le spighe di grano maturo e con sinceri occhi azzurro cielo ma, soprattutto, è sempre cortese e quando le rivolge parola mostra una dolcezza che le è sconosciuta.
Sbocciano timidi sorrisi, sguardi più espliciti di tante parole e, finalmente, Antonio si sbilancia, lanciandosi con indosso solo il paracadute della follia.
Al pasto quotidiano, un giorno, segue una frase diretta e coraggiosa – Vuoi diventare mia moglie? –
Lui è povero, possiede solo il cuore da offrirle e la volontà per sopportare i sacrifici più grandi per farla sentire una regina, anche senza il regno delle favole.
La risposta è, ovviamente, positiva, o Carla potrebbe trascinarla tra queste pagine.
È trascorso un anno dalle loro nozze, nonna ha appena 19 anni, quando nasce il primo di 9 figli, due dei quali verranno a mancare in tenera età, unendoli ancor di più nel dolore.
Sono creature desiderate, quali espressione del loro amarsi e, mai, incidenti di percorso!
Sono giovani, lavorano duro, lei nel laboratorio chimico minerario, lui nei campi, uniti a tal punto da sentirsi ricchi con niente.
Sono due corpi stretti in una sola anima, tra loro esiste parità assoluta, libertà, notevole per i tempi, e un rispetto profondo.
Antonio arriva ad assisterla, da solo, come farebbe la migliore delle ostetriche, ogni volta che bussa una nuova vita e lei mostra la grinta e l’indipendenza di un uomo.
Insieme sfidano il mondo, sapendo che se uno cadrà non conoscerà l’abbandono!
Nonno s’ammala, peggiora, il ricovero, nell’ospedale, dove lavora mia mamma, è inevitabile.
Mamma è in attesa ed è tangibile la verità che suo padre non conoscerà mia sorellina.
È l’ultimo giorno della vita di Antonio, Elisa lo ha visto poche ore prima, quando chiede di vedere la figlia, per domandarle di riportare la moglie al suo capezzale, pregandola di portare con sé la sua fede nuziale.
È un duplicato, che mia madre ha comprato loro col primo stipendio, perché l’originale Mussolini la sacrificò per la patria, ma per loro è un simbolo perduto e, inaspettatamente, ritrovato.
Restano soli, lui è allo stremo, lei un fuscello travolto dalla più dura delle tempeste, mentre le loro mani si accarezzano e gli occhi si giurano amore eterno.
Elisa infila la fede in quella mano stanca e Antonio spira, volando insieme a quella promessa.
È il febbraio del 1969 e nonna attenderà, serena, l’11 settembre 1977 per tornare tra le sue amate braccia, per sempre.
Solo per un uomo così, per uomini che SANNO AMARE, che non sanno vederti sfiorire, vale la pena di spalancare la porta del cuore.
Buon pomeriggio … a stasera!
– Carla –

Matrimonio Mauritano

Detto anche Sa Coia Maurreddina, il Matrimonio Mauritano è un antico rito, caratteristico del popolo sulcitano, che si svolge a Santadi (SU) la prima domenica di agosto.
In tutta l’isola esistono altre due celebrazioni similari, Sa CojaAntiga Cerexina di Selargius (CA) e S’Antigulsposongiu di Busachi (OR).
Etimologicamente il nome è dato dai sulcitani, Maurreddinus, discendenti dal popolo della romana Mauritania, invasori di terre sarde nel VI secolo d.C.
Si ipotizza possa derivare anche da Meurra, ovvero, Merlo, pennuto dal colore scuro che richiama l’incarnato degli isolani.
Celebrato, secondo rito Cattolico Apostolico Romano, nel piccolo centro sulcitano in quanto, in passato, luogo di rilievo ecclesiale, perché presente una delle due Cappellanie del Sulcis, dove il Cappellano celebrava questa unione dalle caratteristiche rurali.
La prima edizione, a sfondo religioso-cultuale, si svolge nel mese di giugno del 1968 per toccare, anno dopo anno, il traguardo attuale.
I preparativi sono lunghi, meticolosi (nel rispetto, inviolabile, della tradizione) e partono dall’allestimento dei due carri, Is Traccas, sui quali si sposteranno gli sposi.
Trainati dai buoi, saranno addobbati con arazzi e tappeti realizzati al telaio, abbelliti con spighe di grano, rami di mirto e fiori di diversa specie e colori.
Sul carro della sposa prenderanno posto lei, i suoi genitori e i testimoni, sull’altro lui e famiglia.
La Vestizione è un altro passaggio di vitale importanza e vede i futuri coniugi venire abbigliati con i costumi tradizionali del luogo, ciascuno in seno alla famiglia d’origine.
Chi ha la possibilità di sostenere una spesa non trascurabile, vedrà indossare l’abito tipico anche dai congiunti più stretti.
Sarà lo sposo a recarsi presso l’abitazione della sua amata per poi spostarsi, con i due mezzi dedicati, accompagnati dal corteo nuziale, composto da parenti amici, paesani e gruppi folkloristici, giunti da tutta l’isola, vestiti con il loro costume tradizionale.
Nella piazza più grande del paese, su un palco montato per l’occasione, davanti a tutti i cittadini, si svolgerà la celebrazione.
Altro rito, irrinunciabile, è la benedizione delle nozze, attraverso la grazia, Sa Gratzia, dispensata dalle madri ai loro figli.
Inginocchiati, su un cuscino bianco, la madre della sposa benedirà sua figlia, offrendole dell’acqua da bere, e poi il genero, stessi gesti verranno ripetuti dall’altra madre, posando sul capo dei ragazzi una manciata di un curioso mix, contenuto in un piatto che verrà spaccato sul selciato, per ultimo, per scaramanzia.
Si tratta di grano, di petali di rosa, di sale e di monetine, ad augurare nella loro vita a due la presenza di abbondanza, di felicità, di ricchezza e di saggezza.
Scambiate le promesse, i coniugi offriranno a tutti i presenti il pane degli sposi, riservandosi poi di sottrarsi alla folla il tempo per festeggiare, privatamente, con amici e parenti, ricomparendo a tarda sera, per i balli e canti dei gruppi folk, il taglio della torta e l’offerta, a tutti, di dolci e vini santadesi.
Serena notte …
– Carla –