Rileggersi … che effetto!

Scrivere, per alcune persone, è un po’ come mangiare, dormire o respirare, qualcosa di travolgente ed irrimandabile. Basta un pezzetto di carta, una matita o una penna, e la “macchina” s’accende, iniziando ad attraversare vecchi e nuovi panorami. Le parole sembrano conoscere una via misteriosa e scorrevolissima, che parte dal cervello ed arriva alla mano, una corsia preferenziale che, spesso, si percorre ad alta velocità, soprattutto nei momenti di massimo appagamento, o con andatura da pensionato in gita, quando si trasportano emozioni dolorose, difficili da coordinare.  Rileggersi, partendo da molto lontano, suscita percezioni discordanti, accostabili all’andare sulle montagne russe, lanciati verso il cielo e, repentinamente, calamitati in basso. Il vento dei ricordi colpisce il viso, scorre tra i capelli e ci abbandona, per ritornare a depositarsi tra le pieghe della memoria. Le sfaccettature di una personalità, che ama giocare a nascondino, emergono prepotentemente e, nell’alternarsi d’umori e periodi, ci si scopre in parte maturi e saggi, indipendentemente dall’età. Il largo viale del mio vissuto, emergere da un prato senza confini che si fonde totalmente con l’orizzonte lontano. Distinguo chiaramente il passato e lo “leggo” con entusiasmo, sorprendendomi per la ragazzina, vestita d’ingenuità, capace di rincorrere il domani, desiderando di acciuffarlo, nonostante il timore dell’ignoto. Sorrido per una saggezza acerba, per quel relazionarsi con una realtà, non sempre zuccherata, senza perdersi d’animo. Avverto tenerezza per la tenacia nel risollevarsi, dopo ogni caduta, per la meticolosità adoperata per sciogliere i nodi che potevano attanagliarle il cuore. Tra sogni e realtà, sorrisi e piccole abrasioni, situazioni di scoraggiamento ed altre di grinta estrema, scompaiono gli abiti adolescenziali e fa capolino una giovane donna, desiderosa d’afferrare il “buono”, d’estirpare le erbacce cresciute lungo il ciglio del cammino. Amicizia, amore, sentimenti ai quali cercare di attribuire valori, che si tentano di fare propri, ad ogni costo, rischiando di scivolare nell’illusione d’averli agguantati. Tra le ombre di una poesia, tra le sfumature di un racconto, tra le righe di un diario ingiallito il viverli, il crederci! Nel giungere al capolinea dei ricordi coccolo un’immutata voglia di colorare pareti bianche, la crescente esigenza di raccontarmi, prestando a personaggi casuali il mio sentire … Sono, ancora, quella di allora, ho camminato tanto, fatto parte di prospettive in antitesi tra loro, riso, pianto, strappato, al tempo ed agli eventi, l’opportunità d’ingabbiarmi l’anima, protetto quel “fuoco” che accende la vita.

Carla

Serenità

Ti cerco in ciò che è già stato,

in un’atmosfera autunnale,

tra abiti e fruscii di seta,

tra bambole e rossetti.

Ti cerco,

affinché la tua presenza m’invada

e spezzi le catene che mi stringono i polsi.

Ti cerco,

in inverni interminabili

ed estati soffocanti,

tra i vapori di tazze fumanti

e le fusa di un gattino.

Ti cerco,

senza angoscia …

so che arriverai!

Carla – ’89 –

Come l’Araba Fenice

La scaricò con la stessa disinvoltura con cui si scaraventa un sacchetto della spazzatura nel contenitore dell’indifferenziata, con la medesima affezione con cui si eliminano un paio di scarpe, ancora nuove e di buona fattura che, in ogni caso, non soddisfano più, con l’identica moralità con cui si abbandona l’amico fedele, legato al guard rail dell’autostrada. La piena di un fiume, chiamato sofferenza, l’avrebbe travolta? Non avrebbe avuto l’opportunità di difendersi perché colta impreparata? Argomentazioni di poco conto, l’importante era liberarsene! Inutile, indesiderabile, adatta a trovar posto in un angolo del mondo, distante da occhi impietosi, da quelli curiosamente morbosi, dall’esistere … Era riuscito a farla sentire così, a minare ogni sua sicurezza, a farle desiderare un’invisibilità che porta pace! Non tutti distinguono l’economico vino in brik da quello pregiato, una volta versato in un’anonima ed elegante caraffa, identificano nei versi di una poesia, nella fusione di colori di un dipinto, tra le note di una armonia, un inestimabile prodotto dell’anima, amando, nella genuinità, la vera essenza della vita. Una scheggia, sfuggita al controllo della sensibilità umana che, per chissà quale insoluto arcano, calpestava il passato, mortificava il presente e distruggeva il futuro …   quel che era diventato o, forse, lo era sempre stato, occultato tra le pieghe di un’educata e posticcia dolcezza. Il cinismo, che le inzuppava  gli abiti ma non l’animo, quell’organo incorporeo che mai sarebbe stata capace di tradire, l’aveva persuasa, accogliendola pienamente, ad accompagnarsi alla solitudine, che avrebbe scortato ogni suo passo. Rinunciare a vivere per non incappare nel clone di un angoscia che graffiava i pensieri e imbrattava i ricordi, quegli attimi che di zuccherato conservavano soltanto l’ombra della farsa. Sguardi e  sorrisi schivati, sentendo il peso di non esserne degna, per una attrazione che quel gesto le aveva cancellato solo dal cuore ma che non era ancora avvizzita … Sguardi, sorrisi, parole delicate e il tempo, complice di un risveglio lento e quasi impalpabile, di conquiste piccole ed incessanti, di paure terribili che andavano a perdersi tra la foschia che lava la memoria. La babbuccia sdrucita, vedeva nuovi piedi, desiderosi di calzarla, con fierezza, non valutandola un ripiego ma una scelta desiderata …  Non andando alla ricerca di una presenza che non tramutasse  il cammino della vita  in un viaggio in solitaria, abbracciò, con un pizzico di vanità,  la quiete … Le era stata donata la consapevolezza di essere desiderata, apprezzata e, se solo lo avesse voluto, amata!

Carla

 

La Shoah

Dal 1939 al 1945 i nazisti del Terzo Reich, rincorrendo il folle obiettivo di trasformare una umanità “imbastardita” in una “perfetta”, portarono avanti una sanguinaria “purificazione” che portò al massacro di 6 milioni di persone, che si erano macchiate di una sola colpa: essere Ebrei! Deportati nei campi di sterminio ad Auschwitz, nome dato dai tedeschi alla città di Oswiecim nella Polonia meridionale, a Treblinka, più ad oriente, a 90 km da Varsavia, a Dachau, nella Baviera, a Bergen-Belsen, nella Bassa Sassonia e Mauthausen in Austria, trovarono morte immediata nelle camere a gas, se catalogati come “inutilizzabili”, furono merce, senza valore alcuno, sulla quale effettuare esperimenti di una brutalità indicibile, forza lavoro da incenerire una volta esausta e fantocci sui quali sfogare i più bassi istinti sessuali. In nome di una pulizia razziale non furono immuni da detta sorte nemmeno gli zingari, gli omosessuali e gli oppositori politici. La shoah, che trova nelle parole “distruzione, desolazione, calamità” una traduzione italiana capace di avvicinarci, solo superficialmente, alla profondità di una tragedia improvvisa ed inaspettata, urla di non dimenticare, nella speranza che il martirio di un popolo tatui nelle coscienze di tutti, anche di quelli che verrano, le parole Uguaglianza ed Amore.

In ricordo di tutte le donne, uccise due volte …

Carla

CIOCCOLATA VERA

Mi attirarono fuori dalla baracca
con promesse di cioccolata
e parole come ”Schätzchen”, 
ma le altre donne sapevano,
e, ancor prima di udire i rumori là fuori,
mi chiamarono puttana dei soldati.
Anch’io sapevo,
ma la fame ha un modo tutto suo di cambiarti,
e di farti scordar chi sei.
Buffo, come vi possa essere speranza nella disperazione.

Gettarono la cioccolata per terra
e risero: ”Da friß.” La desideravo da impazzire,
ma il sapore fu di fango. ”Dreh dich rum, Judenschwein.” 
Vidi enormi stivali neri, paia e paia,
e il terreno così fangoso
da far sprofondare il mio corpo.
Tirai su il mio abito da prigioniera ed allargai le gambe.
Erano così leggere e s’aprirono così facilmente
che ringraziai Dio, sapevo
che non avrei resistito.
Questo corpo non è più mio, questa fame;
finalmente, non c’è più motivo di lottare.

Mi chiedo ora se il loro desiderio di me
fosse una brama di morte:
fottere una donna calva ch’era soltanto pelle e ossa,
la cui unica salvezza era una tazza di zuppa acquosa
per cena, una fetta di pane raffermo,
e forse, se i soldati l’avessero di nuovo voluta,
questa volta, un pezzo di cioccolata vera.

Stewart J. Florsheim

 

Nulla è scontato!

Da piccoli, quando il mondo gira ad una velocità che non sappiamo calcolare e non abbiamo ancora sviluppato i mezzi idonei ad assimilare ed elaborare quanto ci avvolge, diamo per scontate il 90% delle cose. La famiglia ci amerà comunque, perché ne facciamo parte, la vita avrà il sapore di qualcosa d’immutabile ed eterno, nessun sogno sarà irrealizzabile! Tolti gli affetti stretti, l’amore che lega genitori e figli, i fratelli (e parlo di rapporti sani), ben poche di tutte quelle fantasie risulteranno vere. Si ameranno un padre ed una madre, anche se assenti, non per quel che sono ma per quel mito immaginario creato dal cuore per non soffrire, si continuerà ad idolatrare un figlio menefreghista e sfruttatore, in totale miopia, con negli occhi il solo ricordo del batuffolino che correva per casa, si perdonerà l’incoscienza e crudeltà di un fratello o una sorella, perché sangue del nostro sangue. La verità si conosce, sempre, e si nega! Nei rapporti non proprio corretti, vittima e carnefice saranno sempre consci del proprio ruolo e ciascuno, continuerà a tacere, ad insabbiare ogni eventuale problema. Nulla è scontato, nulla è matematicamente certo, i sentimenti, per non fossilizzarsi e tramutarsi in una tolleranza targata TVB (quante volte cambiamo il nome di ciò che ferisce, pur sapendo che la sostanza resta quella?), hanno bisogno di ossigeno, acqua limpida, sole, di affondare le radici in un terreno fertile e non nella melma. L’agnellino stanco delle sopraffazioni, in uno slancio di rabbia e coraggio, può voler iniziare ad assaporare i vantaggi dell’esser lupo! Ho la consapevolezza di essere stata dalla parte di chi, soventemente, veniva pressata, non incutendo alcun timore e con i silenzi ed i “Si, ok!” d’aver alimentato il gioco, non riuscendo a far capire che la disponibilità ad oltranza non è una forma sana di rincoglionimento! Non ho mai desiderato di invertire le parti, di risvegliarmi rullo compressore e, come in un film di Dario Argento, godere nel vedere zampilli di sangue che imbrattano tutto, quanto di stabilire una linea di confine ed innalzare una protezione di filo spinato. Vuoi accesso? Chiedilo cortesemente, senza pretenderlo, e metti in conto anche un possibile “Attendere, prego!” o “Spiacente, non è fattibile!”, evitando incursioni barbariche! Il mio micro universo non è zona pic nic, non lo è mai stato, con l’operatore ecologico che poi ripulisce i resti dei bivacchi. L’amore non  è un bancomat! Soprassedendo mi sono vista rosicchiare la vita, una vita che, per grazia ricevuta, si è rigenerata …

Carla

 

Definire l’AMORE

AMORE, un’inspiegabile magia, il “nocciolo” dell’esistenza umana, il nettare capace d’inebriare corpo e spirito, il prolungamento della vita, un frutto acerbo per chi abbandona il proprio micro-universo ed assapora l’emozione del viaggiare in due, una coperta, calda e rassicurante, per chi attraversa i viali della vecchiaia. È gioia, per quella scintilla d’amore divino che dalla fusione di due corpi genera una nuova vita, emozione per ciò che giorno dopo giorno senti crescere in te e sogni ad occhi aperti, non sapendo che saprà stupirti con la sua esagerata perfezione, quando lo cullerai tra le braccia, tenerezza per la prima volta in cui dirà “Mamma”. È la scoperta dell’infinito tra le mani, per chi percepirà che la sua creatura, che profuma d’ingenuità e che correndo strilla “prendimi Papà!”, ha bisogno d’incessante protezione, di un bene incondizionato che l’accompagni durante il cammino verso la crescita. È la complicità tra fratelli, il voler essere un po’ padre e un po’ madre del più piccolo, affamato di baci e coccole, l’aspirazione a seguire le orme del maggiore, che sfida coraggiosamente gli imprevisti per spianare la strada, divenendo un invulnerabile eroe. È quell’affetto che, sconfinando il territorio familiare, crea una singolare alleanza con chi sorridendoci e tendendoci una mano sa esserci fratello, al di là del legame di sangue. È la passione che ci arde in petto, consentendo d’inviare e ricevere bagliori e sapori, che solo un cuore innamorato può percepire, un corso d’acqua irreale che scorre da un corpo all’altro, senza ingorghi. È ciò che ci avvolge d’infelicità quando si dona a senso unico, una non comune miscela di piacere e dolore che, nonostante tutto, ci fa sentire VIVI!

Carla

Perchè l’amicizia finisce?

È un interrogativo che somiglia tanto ad un “rebus”, la cui soluzione non ha regole predefinite ma soltanto quella generale: l’analisi dei fatti per come li abbiamo vissuti! Raramente un rapporto d’amicizia è sano e non viziato dall’egoismo e dalla supremazia velata di una delle parti. Il piatto della bilancia pende, visibilmente, sempre dallo stesso lato e solo chi è più “pesante” riesce a mantenere l’equilibrio essenziale a non sgretolare il tutto, gettando, nel lato opposto, ciò che io definisco “zuccherini”, miseri gesti capaci di dare l’illusione di un rapporto pulito. Il “forte” non lo è mai di suo, la sua grandezza è il risultato della capacità di nutrirsi della bontà del “debole”, inconsapevole pozzo dal quale attingere acqua limpida, un frutteto dal quale razziare frutti dolci e maturi. Il mio ragionamento non è figlio di un momentaneo stato di follia, che da un istante all’altro cederà il passo a parole idilliache sul tema “Il mio miglior amico …  la mia migliore amica”, di pensierini che è giusto riservare ai quadernini delle elementari. Scritti da un adulto meriterebbero l’anticamera per accedere ad una dimora, con vista giardino, alla NEURO. Siamo realisti, quante volte ci siamo ritrovati nella più lancinante solitudine a leccarci le ferite mentre l’amica/o era latitante? Ribaltando i ruoli, invece, noi stavamo lì a mangiare la polvere, a sputar sangue e versar lacrime, in nome dell’intoccabile amicizia! Siamo stati i soli a crederci, a metterci in gioco, senza paura di rischiare! Spalancando la mano si scova il malinconico pugnetto di mosche … magra consolazione! La sensazione d’essere stati usati non è delle più gradevoli, al pari di un fiume in secca, prosciugati fino all’ultima goccia, veniamo dimenticati e, senza grandi sensi di colpa, sostituiti con un soggetto ancora tutto da spremere. L’ipersensibilità del nostro animo ci porterebbe a sentirci depressi e sconfitti.  Nooooo, niente di più sbagliato! E’ il caso di gioire perché, senza muovere un dito, il destino ci ha scrollati di dosso il PARASSITA. La vera amicizia esiste ed ha un valore non quantificabile, basta saperla distinguere tra un cumulo di “patacche”!

Carla