L’Occhio della Terra

Fino a pochi giorni fa non sapevo della sua esistenza e, nel vedere le immagini proposte in rete, devo dire che sono rimasta senza parole.
In Croazia, nella regione della Dalmazia, all’estremo sud della contea di Sibenik-Knin, vicino al paesino di Vrlika, esiste un lago di origine carsica, dai colori che vanno dal verde all’azzurro, che visto dall’alto, ricorda la forma di un occhio, da qui il nome l’Occhio della Terra.
La località si chiama Milasevo e questa meraviglia della natura sta ai piedi del monte Dinara, alto 1831 metri, che è parte della catena delle alpi Dinariche, tra le più importanti d’Europa, di origine calcarea e dolomitica, facilmente dissolvibili.
È una sorgente del Cetina, fiume lungo 150 km che si tuffa nell’Adriatico, la cui particolarità, oltre alla forma, è di non essere ancora “conosciuto”, è ignota, infatti, la sua reale profondità, giacché le esplorazioni subacquee non si sono mai spinte oltre i 100 metri, scoprendo una fitta rete di gallerie e grotte.
Per raggiungerlo è necessario percorrere un sentiero nel nulla, partendo da un minuscolo agglomerato urbano, dove è presente una chiesetta ortodossa, accogliendo l’abbraccio di una natura inviolata.
Sotto il monte Dinara scorrono le acque che originano 3 laghi molto simili:
il Vukonika Vrilo, il Batica Vrilo e il Veliko Vrilo, l’affascinante “Occhio”.
Sereno pomeriggio …
– Carla –

Strani scheletri

Esistono sardi e sardi e la nomea di essere scuri e piccolini, o per lo meno di esserlo stati, potrebbe non corrispondere a verità.
Al centro della Marmilla, nel Medio Campidano, custode di un mistero ancora irrisolto, il paesino di Pauli Arbarei, composto da una popolazione di meno di 800 abitanti.
I terreni circostanti, secondo studi archeologici, accoglievano 16 nuraghe, dei quali resta traccia di metà di loro, un santuario dedicato agli dei e un luogo di sepoltura, prova lo sono le tombe a pilastro, scavate nel suolo e i pochi elementi, di un notevole tesoro storico, scampati al saccheggio e profanazioni.
Una leggenda locale attribuisce a quel luogo la presenza di un Re e di diverse donne, dimoranti in una zona collinare circondata dalle acque.
Il mistero?
Le dimensioni delle dimore eterne, lunghe circa 4 metri e la presenza di resti ossei, umani, giganti.
Gli scheletri superano i 3 metri di altezza!
Testimoni affermano di averli visti, interi o parti di essi, all’interno di una grotta, lunga e bassa, a Dorgali, nelle vicinanze del nuraghe Bruncu Mannu, a 15 km da Pauli Arbarei, a Gesico, sepolti in una vigna, non lontano dal nuraghe Sirissi, dove erano presenti le ossa di due soggetti di statura normale e di uno alto all’incirca 2 metri e mezzo, di essere rimasti impressionati dalla grandezza delle ossa femorali e del cranio.
Che fosse stato un cimitero di guerrieri giganti?
Per ora il mistero resta, tutto è stato portato via in tempi record e non è noto il luogo in cui è stato trasferito.

immagine presa da sardegnasotterranea.org

Buon fine settimana …
– Carla –

Julia Carta, sa majarza

Bidonì, paesino nel Barigadu, Oristano, con meno di 150 residenti, è il luogo in cui mi fermo oggi.
Immerso nella macchia mediterranea, non distante dal lago Omodeo, è la fotografia di un passato non ancora svanito, nonché, la testimonianza viva del suo essere stato celebre per la presenza della donna conosciuta come Julia Carta (Julia Casu Masia Porcu), la più famosa strega sarda.
Nel municipio, dismesso e ristrutturato, è stato allestito il museo S’Omu ‘e sa Majarza, in altre parole, l’Uomo e la Strega o Maliarda.
Al suo interno è possibile trovare racconti ispirati a streghe e folletti, fare un vero e proprio viaggio tra i riti magici isolani, osservare le divinità dei morti per gli antichi romani, le riproduzioni di xilografie del 1300 – 1500, i magici portafortuna e gli amuleti per ogni male, le pozioni e i sortilegi, quali Sos Fattuggios e Sa Mixina de s’ogu (Medicina dell’occhio), quest’ultima usatissima per togliere la negatività donata con lo sguardo.
Esiste un anello – simbolo, d’argento, con in cima incisa una forbice sopra un occhio e la scritta, Sa Mixina de s’ogu, lungo tutta la fascetta.
È presente anche Su Carru de sos Mortos che, secondo le credenze, emettendo un rumore sinistro, simile ad un cigolio, si muoveva lungo le vie e i sentieri, con un carico di anime trapassate, portando un avviso di morte a chiunque lo avesse incrociato, con scadenza un anno.
Altra riproduzione inquietante è Sa Filonzana, un manichino femminile, vestito a lutto, che in mano stringe il fuso del destino.
La ricostruzione si è ispirata a Julia, la 35 enne di Siligo, Sassari, incarcerata dal 1596 al 1606 nelle strutture sassaresi, inquisita e torturata.
Il pezzo migliore è, senza dubbio, il Mallus Maleficarum, il Martello delle Malefiche, una guida, seguita alla lettera, nel corso di qualsiasi interrogatorio e processo di soggetti sospettati di stregoneria.
Il Mallus Maleficarum, testo in lingua latina, risale al 1487 e fu pubblicato da due frati domenicani, H. Kramer e J. Sprenger, con l’intento di reprimere eresia, stregoneria e riti pagani.
Buona pausa caffè …
– Carla –

Tre mesi … infiniti!

Riesco ancora a perdermi nei tuoi occhi e a trovare pace nel ricordo del tuo sorriso.
– Carla

Sono trascorsi 3 mesi, un tempo che mi sembra infinito, nonostante riesca a viverti in ogni attimo e angolo delle mie giornate.
Ti assaporo nei gesti e mi sorprendo, sentendo ancor più abissale il vuoto, vestendo con un sorriso la lacrima che, aggrappata alle ciglia, s’arrende e si lascia cadere.
È proprio vero, ciò che fai per i tuoi figli non svanisce, è l’essenza che li terrà per mano e li scorterà fino al traguardo, a ritrovare braccia accoglienti e protettive.
Sono riuscita a dirti, ancora una volta, “Sei la madre migliore del mondo”, quando potevano parlare solo i tuoi occhi e non eri in grado di sussurrare più nulla, eppure, l’Amore che sento per te mi sembra rimasto in tasca, in attesa di essere ancora spedito chissà dove.
Ogni giorno mi domando se, nella nuova casa, hai ripreso a camminare e a correre, se le tue mani ricurve e le braccia spente riescono a cucinare e a ricamare, se canti, come facevi ascoltando Radio Montecarlo e se hai cura di tutti i tuoi animali, gatti, cani, pennuti, tartarughe e un curiosissimo rospo.
Ti avranno attesa, in festa, sul Ponte Arcobaleno, ne sono certa …
I vicini di casa e gli amici ti chiamavano S.Francesco!
Mi chiedo, ancora, quale gioia possa aver attraversato il tuo cuore nello stringere tua madre e tuo padre, i tuoi fratelli, le persone per le quali hai speso, sempre, preghiere e amabili parole.
Mi chiedo “Mamma sei felice?”.
Eri preoccupata per noi, non volevi lacrime ma larghi sorrisi e che non mancasse mai un fiore davanti alla tua ultima dimora terrena.
Ti rendevano triste i luoghi dimenticati, quelli dove appassiva l’amore …
Per i pianti pazienta e perdonaci, solo l’urlo di un’anima che arranca e cade continuamente, per i fiori, beh, è una staffetta senza sosta.
Sei il mio dolore più grande, profondo e senza tregua, quel rumore assordante che mi sveglia la notte e mi vede inciampare, fermarmi su ogni pensiero che parla di noi, ma sei anche il dono più bello, perché non era così scontato che Dio mi gettasse tra le tue braccia e mi permettesse di chiamarti Mamma.
Ti Amo …
– Carla –

L’Argia

L’Argia, conosciuta anche come Malmignatta, è la Vedova Nera del mediterraneo.
Una narrazione tradizionale riporta che il Signore, per liberare la mia isola da Scorpioni e Vipere, capaci di infliggere la morte col loro veleno letale, decise di scatenare un’apocalisse, scordandosi, però, della presenza di un piccolo ragnetto, pericoloso in egual misura, l’Argia.
La femmina, ancor più potente del maschio, mimetizzata tra le sterpaglie, era temutissima dai contadini che, in seguito al suo morso, pativano febbre altissima, sudorazione incontrollata, dolori lancinanti all’addome e, non di rado, convulsioni, depressione e allucinazioni.
Le condizioni, del malcapitato, potevano diventare talmente gravi da far pensare che l’argiato, in realtà, fosse posseduto da entità malefiche.
Per liberarlo, il morso veniva disinfettato con l’urina (e qui permettetemi un pensiero … meglio “posseduta”, che schifo colossale!) e, solo in seguito, attraverso un interrogatorio, effettuato da un familiare o da una persona cara, venivano stabilite le caratteristiche del ragnetto e il demone a lui affiliato.
All’Argia maculata era associata una sposa, a quella bianca una nubile, alla nera una vedova e, in tal modo, abbinato il rito collettivo di guarigione.
Per raggirare l’Argia, si agiva con astuzia, facendo indossare al sofferente abiti femminili, imitando le sue movenze nell’eseguire danze, accompagnate da sonorità realizzate con strumenti sardi, che duravano 3 giorni consecutivi.
Smascherata, si procedeva con il chiudere il soggetto posseduto all’interno di un sacco, lasciandogli libera la testa, sistemarlo in una buca scavata nel letame, ricoprirlo fino al colo e, in relazione al demone, far danzare 7 spose, 7 vergini o 7 vedove, che avevano lo sgradevole compito di umiliato emotivamente e fisicamente.
L’alternativa era di collocarlo nelle vicinanze di una fonte di calore, sopra una croce di legno di vite e se le donne a disposizione non potevano essere 7, dovevano essere 3, avere lo stesso nome e rappresentare ciascuna una fase della vita.
Il soggetto guarito aveva la fortuna di non ricordare nulla!
L’Argia più comune ha 13 macchie rosse su fondo scuro, trova il suo habitat in campagne, in zone aride pietrose.
Dalle mie parti, proprio per la tossicità di questo minuscolo ragnetto, è facile senti dire, quando qualcuno ha comportamenti incomprensibili, “Sesi argiau?”
Un abbraccio …
– Carla –