Rosalia

È il 6 dicembre del 1920 e a Palermo, Rosalia, una bimba alla soglia del suo secondo anno di vita (era nata il 13 dicembre del 1918), si spegne colpita da difterite.
Mario Lombardo, generale dell’esercito italiano, e la moglie Maria Cara, suoi genitori, investiti da un dolore umanamente comprensibile, decidono di regalarle la bellezza eterna, di regalarsi l’incorruttibilità di quel piccolo corpo che dormirà per sempre.
Sarà il dottor Salafia ad occuparsi di realizzare il loro desiderio, curando l’imbalsamazione della piccola, prima della collocazione , nel cimitero sotterraneo, del convento dei cappuccini della città.
Scavato nella roccia, intorno al 500, accoglie migliaia di salme, distese o in posizione eretta, vestite con cura, collocate secondo sesso ed età al momento del decesso.
Si tratta di persone altolocate, vescovi, uomini d’affari, nobildonne, ufficiali dell’esercito e bambini, soggetti economicamente agiati, in grado di sostenere i costi di simili trattamenti.
Frate Silvestro da Gubbio, nel 1599, è il primo a dimoravi, Rosalia una delle ultime anime.
La tecnica di mummificazione conosciuta all’epoca, vale a dire l’eviscerazione, l’asciugatura, il lavaggio con aceto e i bagni di arsenico o acqua di calce, non ha avvicinato la piccola che conserva intatti gli organi interni.
Non si ha nemmeno la certezza che sia stata trattata con una miscela di formalina, alcool, glicerina, acido salicidico e sali di zinco, in assenza di elementi che provino indagini in tale senso.
Rosalia, oggi, è esposta in una teca, satura di azoto, a 20°C e 65% di umidità, la dolcezza del suo volto, la tenera espressione di una creatura indifesa che riposa senza timori, sono motivo di un pellegrinare curioso.
Papà Mario e mamma Maria, non volevano si “spegnesse” per sempre e, a giudicare dalle immagini reperibili ovunque, il miracolo è avvenuto, sono convinta, però, dissentirebbero per una pace eterna negata.
– Carla –
Rosalia Lombardo
Rosalia Lombardo

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Parole da “custodire”

Mia madre, quando ero bambina, e con bambina intendo molto piccola (sotto i 6 anni), era solita riprendermi, anche con una certa veemenza, quando le sue parole si perdevano tra giochi e distrazioni esterne.
Non sempre ho compreso la ragione dei suoi rimproveri, perché non mi sembrava di dire o fare nulla di tanto tremendo, in altre occasioni ho afferrato al volo, vergognandomi come una ladra.
Le parole “scusa”, “mi dispiace” e “non volevo”, erano Bibbia, un vestitino di sana umiltà che in famiglia nessuno ha mai potuto o pensato di “sparare” nel fondo di un cassetto.
Per ogni torto fatto, dovevi frugarti in tasca e tirar fuori uno di quei suggerimenti, sorridere e porgerlo, in attesa di un riscontro dal profumo di perdono.
Mi veniva chiesto di “imparare” da ogni errore e di lavorare su me stessa per non ripeterlo, per non seminare, nel mio giardino e in quello del vicino, rancori inutili, molto spesso frutto di incomprensioni sanabili con poco.
L’ho fatto, convinta che ad ogni essere umano fosse stato indicato lo stesso percorso, che ogni coscienza avesse i mezzi per elaborare i fatti e correggere il tiro …
Ho continuato a farlo e non smetterò, per non incenerire quanto di prezioso ho accumulato, conscia che ogni sera, prima di chiudere gli occhi, sul comodino poso una semplice “Favola”.
– Carla –

La stele di Nora

La stele di Nora è un documento epigrafico, il più antico del mondo occidentale, temporalmente collocabile tra il IX e l’VIII secolo a.c.
Scolpita su un blocco di arenaria, in alfabeto fenicio, fu rinvenuta nel 1778, incorporata in un muro a secco di un vigneto, nei pressi della chiesa di S. Efisio a Pula.
Le incisioni, visibilmente logorate dal tempo, non scoraggiarono gli studiosi che, nel corso degli anni, la interpretarono in modi differenti e non di rado discordanti tra loro.

“Questo è il tempio principale di Nora che egli (o io) in Sardegna ha onorato in segno di pace, io che (o chi) auguro pace, sono Saba, figlio di Milkaton, che ha edificato Nora, di propria iniziativa”.

È indubbio si tratti di un motto di pietà, un invito alla pace!
Oggi, un reperto storico di tale portata, si può ammirare nel museo archeologico nazionale di Cagliari.
Vi lascio alla spiegazione, esaustiva, del linguista Salvatore Dedola.

https://youtu.be/uW_6U0hbpp4

– Carla –

Io & Carla

Spesso mi scordo di quante ne abbiamo passate, io e lei, di quante lacrime ci hanno unite e di quanti sorrisi ci sono mancati. Dimentico, e non per cattiveria, tutte le volte in cui non mi sono fermata per tenderle una mano, darle un abbraccio o dirle che doveva avere maggior cura di se stessa. È stata la sola ad avermi accompagnata, ovunque e senza dire una parola, a guardarmi con tenerezza quando rincorrevo l’impossibile, nonostante sapesse che i sogni restano tali e che il peso della realtà non decresce. Non mi ha mai abbandonata, offrendomi, al contrario, parole di conforto, quelle che occorrono per suturare un nuovo dolore e rincorrere il coraggio. È qui, seduta sul divano, anche stanotte, mi osserva e tace. Nel suo silenzio mi chiede perché non dormo e cosa uccide la serenità del mio sguardo … Vorrei risponderle, darle una spiegazione che non ho, dirle che si sbaglia e che è solo stanchezza, ma si accorgerebbe che mento, perché mi conosce meglio di chiunque altro. Nel ritrovarci da sole, ancora una volta, e nel vederla ancora al mio fianco, come la migliore delle amiche, sento di doverle delle scuse, per averla messa da parte e non aver chiesto il parere più importante, il suo. Carla è qui, le sue braccia mi cingono le spalle, continua a tacere, asciugando le lacrime appena nate, e mi stringe per farmi capire che ci troverà unite anche questa nuova alba.

– Carla –

E’ un sommergibile?

A 11 metri dal pelo d’acqua, tra la spiaggia di Is Arenas e la scogliera di Is Benas (nell’oristanese), giace una sagoma, molto particolare e lunga ben 77 metri, rivestita da una colata di cemento.
Di cosa si tratta?
Le ipotesi sono discordanti e una, in particolare, tende a minimizzare il rinvenimento, quasi a voler “insabbiare” qualcosa di scomodo, l’altra vede in quel profilo un sommergibile della guerra.
Un Uc-35, il sottomarino tedesco affondato dai francesi nel 1918?
Potrebbe essere, se non fosse per le sue dimensioni ridotte … mancherebbero all’appello più di una 20ina di metri …  non pochi!
Il sommergibile Veniero II, inaugurato nel 1938 e affondato nel 1942?
Le dimensioni corrisponderebbero, 73 metri contro i 77!
Chi ha avuto modo di osservarlo da vicino (effettuando accurate riprese video) non ha dubbi …
Parti metalliche scoperte, riconducibili a mezzi militari, danni caratteristici di un attacco di artiglieria e la presenza di resti umani, allontanano l’ipotesi che possa trattarsi di una conformazione rocciosa e di tanta fantasia.

https://youtu.be/0N1mg1gmthA

 https://youtu.be/_rJyFfzTAeY

                 – Carla –

 

 

 

Il “Valore”

Più cammino, lungo i sentieri della vita, meno mi sorprendo della fatica che mi porto addosso, della sterilità di taluni animi, che non hanno ben chiara la differenza tra l’essere “brave persone” e l’essere il “niente”.
Espressione forte, la mia, ne sono cosciente, ma è quello che penso!
Saper dare “Valore” a ciò che si possiede e, ancor di più, a chi si ha accanto, non è scontato, è un’arte, un dono concesso a pochi, veramente pochissimi!!!
Ogni giorno, impietrita, assisto ad una passerella di gesti sbagliati, a considerazioni assurde, ad un volersi giustificare ad ogni costo, scivolando lungo il tronco di un albero della cuccagna che, sfidato, vince sempre.
Nulla è dovuto, a nessuno, e nessuno può ritenersi migliore di un altro.
Nel momento stesso in cui si abbraccia l’autocelebrazione, si scivola nell’abisso della pochezza!
Lo specchio, il mio specchio, mi racconta chi sono, non mi dice “brava!”, “bella!”, “hai ragione!”, piuttosto, “impara!”, “migliora!” e “rifletti!”.
Non ha pietà di me e, non di rado, mi rende difficile affrontare una salita.
Il tuo, Si, proprio il tuo, tace o parla?
Nel silenzio troverei una giustificazione o nel mentirti, spudoratamente, in nessun’altra circostanza, perché se senti le mie stesse parole significa che, nel nostro viaggiare, uno di noi due non realizza di essere sordo e bendato.
– Carla –