Felicità

Più di una volta mi sono domandata se la felicità esiste o, comunque, se nel momento in cui ci inciampi non ti scansa, ma t’abbraccia e diventa tua.
Le risposte, che mi sono data, non sono mai state le stesse!
Talvolta mi è sembrata quel rarissimo fiore che sboccia su un cactus, ogni tot anni, e poi muore, lentamente, lasciando il ricordo della sua bellezza, l’ho anche accostata alla comune serenità, quella che ti regala uno stato di quiete, lontano da scossoni, dove tutto ha tinte tenui e i profumi coccolano, senza mai spezzare il fiato.
Ho pensato di averla sfiorata e mai acciuffata, di averla guardata negli occhi e di non averci scambiato nemmeno una parola …
Mi sono detta che, forse, non è per tutti e, un po’ come fa la dea bendata, non bussa ad ogni porta, che non sempre in casa c’è chi è pronto ad accoglierla.
Di certo qualcuno l’ha confusa con il seccatore che, di porta in porta, tenta di rifilare quel che non si vuole o di cui non si ha bisogno, lasciandola sull’uscio, quell’attimo necessario per darle ad intendere che non era aria ed era meglio riprendere la strada.
Qualsiasi cosa sia, in qualunque posto risieda o in qualsiasi persona alberghi, pronta per essere “adottata”, ciascuno le darà un nome o un volto, che non sarà mai uguale per nessuno altro.
Un abbraccio …
– Carla –

F. Sole

Voglio raccontarti una storia che può cambiarti la vita …
Sai, ci sono donne single che potrebbero insegnare l’amore a moltissime coppie.
Non sempre gli innamorati hanno una storia e non tutti quelli che stanno insieme sono innamorati.
Ma una donna single, che ha imparato a cavarsela da sola, non è che non vuole nessuno accanto, certo che lo vuole, solo che non si accontenta del primo coglione che passa, perché ha imparato che il cuore non è un puzzle incompleto, che deve essere riempito e l’amore non serve a tappare i buchi, perché ha imparato che le persone nascono intere, che le donne nascono intere e non serve loro nessuna metà.

Francesco Sole

Buona serata …
– Carla –

L’amore

L’amore non è un paio di lenzuola stropicciate
o un orgasmo raggiunto in un attimo di passione.
No …
L’amore è quello che resta
quando le lenzuola vengono stirate
e l’orgasmo abbraccia la realtà quotidiana,
con tutte le sue problematiche
e con la certezza che esiste un NOI,
fatto di pazienza, tolleranza, ma soprattutto rispetto.
QUESTO E’ AMORE!
– Ivan Boragine –

Non ci sono parole da aggiungere …
Buon pomeriggio e … a stasera per passeggiare nei vostri blog.
– Carla

“Perle” di saggezza

Margaritas ante porcos, la sempre verde locuzione latina che, tradotta letteralmente, dovrebbe significare perle dinanzi ai porci.
Questa “perla” di autentica saggezza, una esortazione di Gesù, la ritroviamo nel Vangelo di Matteo, VII, 6.
Nolite dare sanctum canibus, neque mittatis margaritas vetras ante porcos …
“Non gettate le cose sante ai cani e le perle ai porci, perché non le mettano sotto i piedi e vi si volgano contro per sbranarvi”.
Chi sono i “porci”?
Di sicuro non gli animali, per molti versi più umani di tanti uomini, ma i bipedi pensanti e dotati di parola, ma non dell’organo migliore, il più importante, il cuore-anima.
A ciascuno di noi sarà capitato di imbattersi (o di respirare la stessa aria, senza possibilità di spazi liberi dalla sua presenza) in amabili creature grugnitrici e di far propria quella frase.
Donare qualcosa di prezioso a chi non sa riconoscerne il valore, soprattutto umano, incapace di apprezzarlo, spiazza, c’è poco da girarci attorno.
Regali, a chi è indegno di riceverlo, ciò che di bello stringi tra le mani protese e, di contro, vedi un grifo sudicio che rovista e divora senza nessuna creanza.
Mentre scrivo rido …
In passato i panni di “benefattrice suina” mi andavano stretti, facendomi sentire una cretina, una persona sprovvista della minima capacità di giudizio, oggi, li trovo quasi speciali.
Eh, già!
Io, come molti altri del resto, potrei diventare porco, se scordassi chi sono e smarrissi, di conseguenza, i valori nati con me, ma il “suino”?
Il salto inverso è un po’ più complicato, occorre impegno, molto impegno, per lasciare il castro e una fortuna non indifferente, quella che offusca o cancella la memoria del “ferito”.
È più probabile per il porco resti porco e che, presto o tardi, non ci sia più nessuno che, per errore o per scelta, gli lanci le perle.
Buona serata …
– Carla –

Sei mancino?

Che sui mancini, in passato, se ne fossero dette di ogni è sicuro, restano infatti espressioni come:
– “Tiro mancino” per definire una scorrettezza,
– “Sinistro” per identificare un incidente,
– “Personaggio o luogo sinistro” in relazione a qualcuno o qualcosa di inquietante,
– “Scendere dal letto col piede sinistro”, col piede sbagliato e quindi destinati ad affrontare una giornata storta …
Il termine mancino deriva da Mancus, un dolcissimo sinonimo di storpio o mutilato, che gioia eh?
Nel medioevo le persone con questa caratteristica erano considerate “mano del Diavolo” e, soprattutto i bimbi, esseri demoniaci, frutto di rapporti molto stretti tra loro madre e il Demonio.
Per la religione Mussulmana, ancora oggi, quella mano è considerata impura, poiché utilizzata per la detersione delle parti intime.
Nel nostro Paese, fino agli anni 70, con l’ingresso nella scuola primaria, il “difetto” veniva forzatamente corretto, non di rado con metodi discutibili, come legare il polso alla sedia.
Tutto perché, nel 1900, la psichiatria considerava l’uso principale dell’arto sbagliato come rivelatore di demenza.
In realtà, sembra che la predilezione della sinistra abbia una qualche correlazione genetica e che si ripeta saltando una generazione, un po’ come ci veniva spiegato a scuola con i piselli, lisci e rugosi, gialli e verdi, dell’esperimento sui caratteri ereditari del biologo Mendel.
Gli studi successivi, ringraziando il cielo, hanno restituito ai mancini, che rappresentano il 10% della popolazione, dignità, dimostrando di possedere una marcia in più.
Chi usa la destra, pare utilizzi prevalentemente l’emisfero sinistro, sede del linguaggio e del pensiero logico-razionale, chi l’altra l’emisfero opposto, sede della creatività, dell’immaginazione e dell’elaborazione delle emozioni.
I mancini hanno una diversa percezione dello spazio, risultando molto più coordinati, armonici e con uno spiccato senso dell’orientamento (cose che in me mancano, quindi confermo!).
Sono mnemonici, trovando più semplice apprendere per immagini piuttosto che per concetti, incredibilmente intuitivi, tendenti alla sintesi.
La loro visione è a 360°, per una migliore connessione tra i due emisferi.
I mancini sono di due tipi, omogenei o franchi, per l’uso prevalente di mano, piede ed occhio sinistro, oppure, disarmonici con solo la mano.
Una minoranza, gli ambidestri, circa il 4%, usa entrambe senza problemi.
Curioso è scoprire che i mancini fanno meno fatica ad usare la destra e non il contrario, che possono esserlo anche gli animali e che i nati da genitori over, over 40, hanno il 130% di possibilità di esserlo.
Personaggi illustri o, comunque, molto conosciuti lo erano:
Leonardo da Vinci, Einstein, Giovanna D’Arco, Michelangelo, Beethoven, Napoleone, Charlie Chaplin e Marylin Monroe.
Buona cena …
– Carla –

L’Occhio della Terra

Fino a pochi giorni fa non sapevo della sua esistenza e, nel vedere le immagini proposte in rete, devo dire che sono rimasta senza parole.
In Croazia, nella regione della Dalmazia, all’estremo sud della contea di Sibenik-Knin, vicino al paesino di Vrlika, esiste un lago di origine carsica, dai colori che vanno dal verde all’azzurro, che visto dall’alto, ricorda la forma di un occhio, da qui il nome l’Occhio della Terra.
La località si chiama Milasevo e questa meraviglia della natura sta ai piedi del monte Dinara, alto 1831 metri, che è parte della catena delle alpi Dinariche, tra le più importanti d’Europa, di origine calcarea e dolomitica, facilmente dissolvibili.
È una sorgente del Cetina, fiume lungo 150 km che si tuffa nell’Adriatico, la cui particolarità, oltre alla forma, è di non essere ancora “conosciuto”, è ignota, infatti, la sua reale profondità, giacché le esplorazioni subacquee non si sono mai spinte oltre i 100 metri, scoprendo una fitta rete di gallerie e grotte.
Per raggiungerlo è necessario percorrere un sentiero nel nulla, partendo da un minuscolo agglomerato urbano, dove è presente una chiesetta ortodossa, accogliendo l’abbraccio di una natura inviolata.
Sotto il monte Dinara scorrono le acque che originano 3 laghi molto simili:
il Vukonika Vrilo, il Batica Vrilo e il Veliko Vrilo, l’affascinante “Occhio”.
Sereno pomeriggio …
– Carla –

Strani scheletri

Esistono sardi e sardi e la nomea di essere scuri e piccolini, o per lo meno di esserlo stati, potrebbe non corrispondere a verità.
Al centro della Marmilla, nel Medio Campidano, custode di un mistero ancora irrisolto, il paesino di Pauli Arbarei, composto da una popolazione di meno di 800 abitanti.
I terreni circostanti, secondo studi archeologici, accoglievano 16 nuraghe, dei quali resta traccia di metà di loro, un santuario dedicato agli dei e un luogo di sepoltura, prova lo sono le tombe a pilastro, scavate nel suolo e i pochi elementi, di un notevole tesoro storico, scampati al saccheggio e profanazioni.
Una leggenda locale attribuisce a quel luogo la presenza di un Re e di diverse donne, dimoranti in una zona collinare circondata dalle acque.
Il mistero?
Le dimensioni delle dimore eterne, lunghe circa 4 metri e la presenza di resti ossei, umani, giganti.
Gli scheletri superano i 3 metri di altezza!
Testimoni affermano di averli visti, interi o parti di essi, all’interno di una grotta, lunga e bassa, a Dorgali, nelle vicinanze del nuraghe Bruncu Mannu, a 15 km da Pauli Arbarei, a Gesico, sepolti in una vigna, non lontano dal nuraghe Sirissi, dove erano presenti le ossa di due soggetti di statura normale e di uno alto all’incirca 2 metri e mezzo, di essere rimasti impressionati dalla grandezza delle ossa femorali e del cranio.
Che fosse stato un cimitero di guerrieri giganti?
Per ora il mistero resta, tutto è stato portato via in tempi record e non è noto il luogo in cui è stato trasferito.

immagine presa da sardegnasotterranea.org

Buon fine settimana …
– Carla –

Julia Carta, sa majarza

Bidonì, paesino nel Barigadu, Oristano, con meno di 150 residenti, è il luogo in cui mi fermo oggi.
Immerso nella macchia mediterranea, non distante dal lago Omodeo, è la fotografia di un passato non ancora svanito, nonché, la testimonianza viva del suo essere stato celebre per la presenza della donna conosciuta come Julia Carta (Julia Casu Masia Porcu), la più famosa strega sarda.
Nel municipio, dismesso e ristrutturato, è stato allestito il museo S’Omu ‘e sa Majarza, in altre parole, l’Uomo e la Strega o Maliarda.
Al suo interno è possibile trovare racconti ispirati a streghe e folletti, fare un vero e proprio viaggio tra i riti magici isolani, osservare le divinità dei morti per gli antichi romani, le riproduzioni di xilografie del 1300 – 1500, i magici portafortuna e gli amuleti per ogni male, le pozioni e i sortilegi, quali Sos Fattuggios e Sa Mixina de s’ogu (Medicina dell’occhio), quest’ultima usatissima per togliere la negatività donata con lo sguardo.
Esiste un anello – simbolo, d’argento, con in cima incisa una forbice sopra un occhio e la scritta, Sa Mixina de s’ogu, lungo tutta la fascetta.
È presente anche Su Carru de sos Mortos che, secondo le credenze, emettendo un rumore sinistro, simile ad un cigolio, si muoveva lungo le vie e i sentieri, con un carico di anime trapassate, portando un avviso di morte a chiunque lo avesse incrociato, con scadenza un anno.
Altra riproduzione inquietante è Sa Filonzana, un manichino femminile, vestito a lutto, che in mano stringe il fuso del destino.
La ricostruzione si è ispirata a Julia, la 35 enne di Siligo, Sassari, incarcerata dal 1596 al 1606 nelle strutture sassaresi, inquisita e torturata.
Il pezzo migliore è, senza dubbio, il Mallus Maleficarum, il Martello delle Malefiche, una guida, seguita alla lettera, nel corso di qualsiasi interrogatorio e processo di soggetti sospettati di stregoneria.
Il Mallus Maleficarum, testo in lingua latina, risale al 1487 e fu pubblicato da due frati domenicani, H. Kramer e J. Sprenger, con l’intento di reprimere eresia, stregoneria e riti pagani.
Buona pausa caffè …
– Carla –

Tre mesi … infiniti!

Riesco ancora a perdermi nei tuoi occhi e a trovare pace nel ricordo del tuo sorriso.
– Carla

Sono trascorsi 3 mesi, un tempo che mi sembra infinito, nonostante riesca a viverti in ogni attimo e angolo delle mie giornate.
Ti assaporo nei gesti e mi sorprendo, sentendo ancor più abissale il vuoto, vestendo con un sorriso la lacrima che, aggrappata alle ciglia, s’arrende e si lascia cadere.
È proprio vero, ciò che fai per i tuoi figli non svanisce, è l’essenza che li terrà per mano e li scorterà fino al traguardo, a ritrovare braccia accoglienti e protettive.
Sono riuscita a dirti, ancora una volta, “Sei la madre migliore del mondo”, quando potevano parlare solo i tuoi occhi e non eri in grado di sussurrare più nulla, eppure, l’Amore che sento per te mi sembra rimasto in tasca, in attesa di essere ancora spedito chissà dove.
Ogni giorno mi domando se, nella nuova casa, hai ripreso a camminare e a correre, se le tue mani ricurve e le braccia spente riescono a cucinare e a ricamare, se canti, come facevi ascoltando Radio Montecarlo e se hai cura di tutti i tuoi animali, gatti, cani, pennuti, tartarughe e un curiosissimo rospo.
Ti avranno attesa, in festa, sul Ponte Arcobaleno, ne sono certa …
I vicini di casa e gli amici ti chiamavano S.Francesco!
Mi chiedo, ancora, quale gioia possa aver attraversato il tuo cuore nello stringere tua madre e tuo padre, i tuoi fratelli, le persone per le quali hai speso, sempre, preghiere e amabili parole.
Mi chiedo “Mamma sei felice?”.
Eri preoccupata per noi, non volevi lacrime ma larghi sorrisi e che non mancasse mai un fiore davanti alla tua ultima dimora terrena.
Ti rendevano triste i luoghi dimenticati, quelli dove appassiva l’amore …
Per i pianti pazienta e perdonaci, solo l’urlo di un’anima che arranca e cade continuamente, per i fiori, beh, è una staffetta senza sosta.
Sei il mio dolore più grande, profondo e senza tregua, quel rumore assordante che mi sveglia la notte e mi vede inciampare, fermarmi su ogni pensiero che parla di noi, ma sei anche il dono più bello, perché non era così scontato che Dio mi gettasse tra le tue braccia e mi permettesse di chiamarti Mamma.
Ti Amo …
– Carla –

L’Argia

L’Argia, conosciuta anche come Malmignatta, è la Vedova Nera del mediterraneo.
Una narrazione tradizionale riporta che il Signore, per liberare la mia isola da Scorpioni e Vipere, capaci di infliggere la morte col loro veleno letale, decise di scatenare un’apocalisse, scordandosi, però, della presenza di un piccolo ragnetto, pericoloso in egual misura, l’Argia.
La femmina, ancor più potente del maschio, mimetizzata tra le sterpaglie, era temutissima dai contadini che, in seguito al suo morso, pativano febbre altissima, sudorazione incontrollata, dolori lancinanti all’addome e, non di rado, convulsioni, depressione e allucinazioni.
Le condizioni, del malcapitato, potevano diventare talmente gravi da far pensare che l’argiato, in realtà, fosse posseduto da entità malefiche.
Per liberarlo, il morso veniva disinfettato con l’urina (e qui permettetemi un pensiero … meglio “posseduta”, che schifo colossale!) e, solo in seguito, attraverso un interrogatorio, effettuato da un familiare o da una persona cara, venivano stabilite le caratteristiche del ragnetto e il demone a lui affiliato.
All’Argia maculata era associata una sposa, a quella bianca una nubile, alla nera una vedova e, in tal modo, abbinato il rito collettivo di guarigione.
Per raggirare l’Argia, si agiva con astuzia, facendo indossare al sofferente abiti femminili, imitando le sue movenze nell’eseguire danze, accompagnate da sonorità realizzate con strumenti sardi, che duravano 3 giorni consecutivi.
Smascherata, si procedeva con il chiudere il soggetto posseduto all’interno di un sacco, lasciandogli libera la testa, sistemarlo in una buca scavata nel letame, ricoprirlo fino al colo e, in relazione al demone, far danzare 7 spose, 7 vergini o 7 vedove, che avevano lo sgradevole compito di umiliato emotivamente e fisicamente.
L’alternativa era di collocarlo nelle vicinanze di una fonte di calore, sopra una croce di legno di vite e se le donne a disposizione non potevano essere 7, dovevano essere 3, avere lo stesso nome e rappresentare ciascuna una fase della vita.
Il soggetto guarito aveva la fortuna di non ricordare nulla!
L’Argia più comune ha 13 macchie rosse su fondo scuro, trova il suo habitat in campagne, in zone aride pietrose.
Dalle mie parti, proprio per la tossicità di questo minuscolo ragnetto, è facile senti dire, quando qualcuno ha comportamenti incomprensibili, “Sesi argiau?”
Un abbraccio …
– Carla –

Il tesoro di Santa Giusta

Chiaramonti, Tzaramonti in sardo e Chjaramonti in gallurese, Sassari, a 6 km dal paese, nella prima metà del XII secolo, viene edificata, e poi rivista più volte nel tempo, la chiesa in onore di Santa Giusta.
Ci lavorano uomini del luogo, aiutati da maestranze pisane, che hanno realizzato il Duomo di Pisa.
Nel 1616 Antonio Martis, un canonico, rifacendosi al contenuto di un manoscritto, in lingua latina, ritrovato nella cattedrale di Oristano, in spagnolo, scrive un libro dedicato alla Santa, poi tradotto nel 1911 da Don Serafino Sanna.
Chi era la donna poi diventata Santa?
Giusta nasce tra il 117 e il 138 d.c. a Eaden, il paesino ribattezzato in suo onore, da Cleodonia, una signora benestante, vedova di un uomo del quale non si hanno informazioni certe.
Ha 12 anni quando l’amore per il Signore inizia a bussare al suo cuore e a diventare ogni giorno più acceso.
È quella la strada che sente sua, amare Cristo e compiacerlo, seguendo i suoi insegnamenti, desiderio non compreso da sua madre, pagana, che tutto vorrebbe per la ragazza tranne un cammino cristiano.
Per sua figlia non si tratta di un capriccio ma di una conversione profonda, autentica, quindi, se in principio tenta di comprare la sua volontà, di dissuaderla con proposte allettanti per chiunque, quando comprende che ogni tentativo cadrà nel vuoto passa alle maniere forti.
Segregata nel sotterraneo della loro abitazione, incatenata ad una parete, subisce torture indicibili, non rinnegando mai quell’amore intenso, pregando, al contrario, che Dio venga in suo soccorso.
Così accade, le catene si aprono, si spalanca la porta e Giusta riesce a raggiungere la sua aguzzina, mostrandole la potenza di un Padre che ascolta, sempre, un figlio.
La madre, colta da malore, muore la stessa notte.
La ragazza, ora, è libera di seguire la sua vocazione, di sentirsi completa ed appagata nell’aiutare le persone fragili del contesto sociale che la circonda.
Sta vivendo a pieno il dono della Fede ed è felice, quando mette gli occhi su di lei Claudio, un giovane pagano, che la chiede in sposa.
La risposta è negativa, la ragazza è irremovibile, e questo porta l’uomo, dopo una persecuzione incessante, a mettere in atto un piano diabolico.
Una notte, con tre stregoni al seguito, s’incammina verso la sua abitazione, intenzionato a rapirla, ma anche il questo frangente interviene il Signore che, facendo calare una nebbia fittissima, impedisce loro di portare a termine il progetto.
Dopo essersi persi, cadono in un corso d’acqua ed annegano.
Giusta muore di vecchiaia, fedele al suo Sposo Celeste.
Realizzata la chiesa, a lei dedicata, i devoti iniziano a portare doni, di un certo valore economico, che si accumulano formando un tesoro di tutto rispetto.
La cattiveria umana, la mancanza di riguardo, si manifestano ancora una volta, con il tentativo di furto.
4 uomini entrano nell’edificio di culto, acciuffano il malloppo ma, raggiunta l’uscita, la porta si chiude e una sorgente naturale, considerata miracolosa, posta sotto il presbiterio, inizia a sgorgare trasformando i peccatori in topi in trappola.
Prima di morire annegati implorano il perdono e Giusta salva non il loro involucro ma l’anima.
I 4 teschi murati, sul prospetto frontale, in prossimità del portone, si pensa appartengano a loro, restati lì a fare da guardie al tesoro e alla chiesa.
Nel 1894, per volere del sindaco, fu smantellato e deturpato il pavimento, sperando di recuperare la fortuna, poi, nel 1913 si avviò un restauro complessivo e nulla fu più violato.
Buon pomeriggio …
– Carla –

Valle di Antas

Oggi siamo finiti a Fluminimaggiore, in sardo Frùmini Majore, un piccolo paesino di non più di 3 mila abitanti, nel sud Sardegna, nel Sulcis Iglesiente per l’esattezza.
Il litorale, del territorio comunale, offre un mare spettacolare e diversi accessi:
cala Guardia Is Turcus (dei turchi),
cala Sa Perdixedda Manna (la grande pietrolina),
,
costa Sa Perdixedda,
cala Sa Perdixedda Pitticca (la piccola pietrolina),
costa Portixeddu (Porticciolo),
spiaggia Portixeddu,
ma quel che rende particolare quest’angolino isolano è la Valle di Antas e il Tempio omonimo.
La zona, che dista qualche km dal centro abitato, è un antico luogo di sepolture e incenerizione, ospita 3 tombe a pozzo, risalenti all’età del ferro, ovvero il tardo periodo nuragico, i resti della necropoli e di un villaggio punico, presumibilmente del 1200-900 a.c.
Si avvicendaro punici, cartaginesi e romani, questi ultimi particolarmente interessati alle cave e alla estrazione di ferro e piombo.
Reperti, quali vaghi di collane d’oro, cioè grani di pasta vitrea, pendenti, un anello, un vaso d’argento bagnato in oro e una piccola statuina raffigurante il dio Sardus Pater Babai, narrano quel passato.
Il tempio, punico-romano, del I secolo, edificato sui resti cartaginesi del 500 a.c., per venerare la divinità punica Sid Addir Babai, subì una serie di rifacimenti e restauri, fino al III secolo d.c., con la versione che ammiriamo adesso.
Il culto dell’acqua, sentito sull’isola, veniva celebrato anche in questa zona, in una grotta non molto distante.
Per i più energici, da Antas, a piedi, si può raggiungere Su Mannu, percorrendo la vecchia strada romana e scoprire la bellezza delle grotte.
Un abbraccio …
– Carla –

Il Bisso

Oggi si sbarca a S. Antioco (Santu Antiogu in sardo e San Antiocco in tabarchino), antica città fenicio-punica-romana, chiamata Sulky o Sulci, isolotto su cui vivono circa 10 mila anime, collegato al sud dell’isola con un istmo artificiale.
In quest’angolo di paradiso, oltre ai paesaggi mozzafiato, bagnati da acque cristalline, e a percorsi che profumano di magia e storia, è possibile “tuffarsi” in un incantesimo che rischia di scomparire con la signora Chiara Vigo, l’ultima tessitrice di Bisso e custode di una tradizione millenaria.
Cosa è il Bisso, chiamato anche Filo d’Acqua?
È stato definito seta del mare e non è altro che un filamento dalla consistenza gelatinosa che si solidifica a contatto con l’acqua, dal colore bruno, che la Pinna Nobilis Setacea espelle per ancorarsi al fondale marino.
Si tratta di un mollusco bivalve, noto anche come Nacchera, che riesce a raggiungere i 25 anni di vita e il metro di lunghezza.
Il prezioso filamento fu introdotto dai Caldei, gruppo etnico mesopotamico del primo secolo a.c, attuale territorio che comprende Siria, Iraq e sud Turchia.
È menzionato in un gran numero di passi profetici, citato da Ecabe, personaggio della mitologia greca, Regina di Troia e seconda moglie di Priamo, da Re Salomone, il cui regno durò dal 970 al 930 a.c. e in numerose testimonianze che lo vedevano ornare gli abiti dei Faraoni e delle loro spose, di Principi, Re, Imperatori e, addirittura dei Papi.
Il più antico manufatto, poi andato perduto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu ritrovato nel 1912, all’interno della tomba di una donna, a Budapest, precisamente ad Aquincum, e datato IV secolo.
Il solo reperto, ancora intatto, è un copricapo avvolgente del XIV secolo, trovato in occasione di scavi archeologici nella Basilica di Saint Denis a Parigi.
La signora Chiara, per poter iniziare un percorso di apprendimento, sotto la guida esperta di sua nonna, si è sottoposta al “Giuramento dell’Acqua”, una promessa solenne che impedisce di trarre profitto dal dono della natura, che non ha un prezzo.
Il Bisso o i manufatti nei quali è stato introdotto non possono essere né comprati né venduti, solamente donati o ricevuti.
Si racconta che l’ultima tessitrice tarantina, intorno alla metà del secolo scorso, tentò di lucrare, vendendo il Filo d’Acqua alle seterie comasche.
I telai sui quali lavorava s’inchiodarono, l’attività fallì e di lì a poco morì.
La tessitrice sarda, ultima custode del rito caldeo, fedele al giuramento, si è rifiutata di vendere per più di 2 miliardi delle vecchie lire un suo arazzo, “Il leone e le donne”, realizzato con i filamenti pescati da sua nonna sul finire degli anni 30.
Sempre alla signora Vigo si deve il recupero della seta nel totale rispetto della Nacchera, attraverso un taglio finale non superiore ai 5 cm e su molluschi che hanno superato i 12 anni.
È lei stessa, nel periodo che intercorre tra la prima luna di maggio e l’ultima di giugno, in abito di lino bianco, a immergersi, senza ossigeno, fino a 13 metri, per recuperare la seta marina.
Liberata dalla terra del fondale, immersa in acqua dolce per 25 giorni, con ricambio ogni 3 ore, e ripulita con un cardatore a spilli, il pescato verrà immerso in un liquido composto da succo di limone e 15 alghe, al fine di conferirgli il colore dorato, l’elasticità, la resistenza e la caratteristica di risultare ignifugo.
Il filamento dorato è pronto per la lavorazione al fuso, con torsione eseguita manualmente.
Il tempo di filatura sarà scandito con il recitare frasi in aramaico, dei primi abitanti nuragici e canti rituali.
In ultimo, un telaio mesopotamico di canne consentirà la realizzazione del manufatto e l’uso delle sole unghie porterà a compimento un certosino lavoro di intrecci.
200 immersioni producono un pescato grezzo di circa 300 grammi che, preparato per la lavorazione, diventerà circa 10 volte meno.
Chiara Vigo può essere considerata la sacerdotessa di un rito che si spera non soccomba, un’anima preziosa che ha donato al Louvre e al Britisch Museum la propria arte, una cravatta a B. Clinton, attualmente esposta al Museo Nazionale di Washington e un Rosario al Santo Padre BenedettoXVI.
Sereno pomeriggio …
– Carla –