Leggenda del Mirto

Tipico della macchia mediterranea, il mirto è una pianta selvatica (è possibile anche coltivarla in giardino o in vaso), sempre verde, a cespuglio o arbusto, che può toccare l’altezza di 3 metri.
Dalle foglie ovali, di un verde vivo, produce piccoli fiorellini bianchi o rosa pallido, dalla profumazione inconfondibile, e in seguito le bacche, palline nero-bluastre o rosso scuro che maturano tra novembre e gennaio.
I più sono a conoscenza della produzione di un liquore, utilizzando il frutto, il mirto per l’appunto, la cui gradazione alcolica si aggira intorno ai 30°, ma non sanno che la ricetta originale arriva dal 1700, tramandata tra i briganti galluresi che lo chiamavano “acqua degli angeli”.
Il suo impegno, in realtà, non si limita solo alla produzione del liquore, ma trova largo spazio anche in cucina, in cosmesi e come pianta curativa.
I rametti, gettati sulla brace, sprigionano fumo che profuma le grigliate, le bacche, unite al finocchio selvatico e all’alloro, arricchiscono le olive nere in salamoia, in passato aromatizzava la mortadella.
I fiori sono utilizzati in cosmesi, le foglie per insaporitori e decotti.
L’uso terapeutico, per le proprietà antinfiammatorie, astringenti e antisettiche, interessa l’apparato digerente, quello respiratorio, l’urinario (cistite), il cavo orale (gengive) e l’intestino.
Famoso è il decotto delle foglie, addolcito col miele, per sconfiggere mal di gola e raffreddore.
Alla pianta del mirto sono legate diverse leggende dell’antica Grecia, belle e meno belle.
Afrodite, dea dell’Amore, secondo le narrazioni di Ovidio, quando nacque dalle acque, coprì le sue nudità utilizzando le foglie e, in occasione della controversia sul Pomo della Discordia, posò sul capo di Paride una corona intrecciata, in segno di gratitudine.
Myrsine, da cui sarebbe derivato il nome mirto, giovane donna dalle incredibili doti atletiche, tali da competere ed avere la meglio sugli uomini, trovò la morte perché capace di suscitare la peggiore delle invidie.
La dea Pallade Atena, per renderle onore la tramutò nella pianta che cingeva il capo dei vincitori.
In buona sostanza fu l’emblema della femminilità, della bellezza, della purezza e della gloria, nonché simbolo di buona sorte.
Fu associato anche alla dipartita umana, nel momento in cui Dionisio scese nell’Ade per liberare sua madre, portando come merce di scambio la pianta del mirto.
Immagine della Sardegna, nel 1998, è stato riconosciuto Prodotto Agroalimentare Tradizionale.
Per chi riuscisse a trovare le bacche e volesse cimentarsi nella produzione casalinga del liquore, consiglio un video su YouTube:
LIQUORE DI MIRTO SARDO – Il sapore della tradizione, di LE RICETTE DI FRANCY 74

Buona serata …
– Carla –

Su Filindeu

Su Filindeu, detto anche Vello di Dio o Fili Divini, è la pasta più antica del mondo, tipica della Barbagia, in particolare di Lula, paesino del nuorese.
La ricetta, che festeggia i due secoli, è custodita da pochissime donne e tramandata gelosamente.
Una delle fortunate, con molta schiettezza, afferma che il vero segreto non sono tanto i tre ingredienti, farina di semola, acqua e sale, dosati ad occhio, ma le mani, il calore che sprigionano e la maestria con cui impastano e lavorano.
Ottenuta una forma tubolare, stretta e allungata, viene fatta scivolare tra le dita e ripiegata su se stessa, fino ad ottenere filamenti sottilissimi, 256 per ogni etto di impasto.
Sistemati su un letto di foglie di asfodelo, in tre strati sovrapposti, in seguito ad una perfetta asciugatura creano un reticolo compatto che, spezzato a mano, in piccoli pezzi irregolari, viene cotto nel brodo di pecora e condito con abbondante pecorino.
Realizzata due volte all’anno, in concomitanza con i pellegrinaggi, il primo maggio e il 4 ottobre in onore di San Francesco al quale, nel 1890, fu dedicato il Santuario, fortemente desiderato da un giovane nuorese scagionato dall’accusa di omicidio.
A chiunque capiti sull’isola, in quelle date e zone, buona Zuppa di Filindeu.

Buona cena …
– Carla –

PS: Vi consiglio di cercare tra le tante ricette su YouTube

Per ritrovare la pace

Nel leggere di questa tradizione mi è venuto da sorridere …
Non sarebbe male farla nostra, festeggiarla più volte nel corso dell’anno, ritrovando l’equilibrio che manca.
Si tratta del Takanakuy, in lingua quechua, tradotto letteralmente “quando il sangue sta bollendo”.
La cerimonia, che si svolge il 25 dicembre a Santo Tomàs, una piccolissima cittadina  della provincia di Chumbivilcas, a sud del Perù, ha la funzione di regolare i conti all’interno della comunità, a suon di calci e pugni, ritrovando, così, l’armonia e la pace.
I partecipanti indossano  abiti tradizionali, chiamati Majeno, in volto delle maschere colorate dette Uyach’ullu e dei copricapi con pennuti imbalsamati o teschi di animali.
I combattimenti, individuali, con movimenti che ricordano le arti marziali, a mani nude o con ausilio di pezze di tessuto, non ammettono morsi, il tirare i capelli e colpire il capo.
Riservato, solitamente, agli uomini, oggi, è consentito anche alle donne e ai forestieri.
Il 26 prosegue a Llique, vicinissima a Santo Tomàs, venendo celebrata anche a Cuzko, a nord di Lima.
La settimana che precede il combattimento è dedicata a sfilate, danze e bevute, a ritmo di mayilla, un genere indigeno che risale alla metà del 1500.
Prima di darsele di santa ragione i coinvolti si abbracciano e cantano, poi, offrono lo spettacolo ad una tifoseria scatenata e spesso di parte.
Un po’ di Takanakuy, in questo momento storico, non farebbe male ad un sacco di gente!
Buona serata …
– Carla –

Matrimoni record

16 maggio 1924, nord Carolina, Zelmyra e Herbert Fisher si sposano, lui ha 18 anni ed è nato nel 1906, le 16 ed è nata nel 1908.
La loro unione è perfetta, così raccontano, e si regge sul rispetto, la comunicazione incessante e garbata, la fedeltà, l’onestà e la sincerità.
L’amicizia iniziale sfocia in un sentimento che li legherà per 87 lunghissimi anni, permettendo loro di scavalcare le nozze di platino (75 anni), di quercia (80) e di marmo (85), sfiorando quelle di granito (90), un vero record.
Si spegneranno alla stessa età, 105 anni, nel 2011 lui e nel 2013 lei, accanto a 5 figli, 10 nipoti e 9 pronipoti.
Se per Zelmyra ed Herbert l’unione ha attraversato quasi il secolo per altre due persone si è incenerita in un lampo.
È il 5 aprile 2013 e ad Ayvalik, sulla costa turca, Mihailis Kutsakiozis, greco, dopo 5 mesi di frequentazione, convola a nozze con Serval Kelebik, turca.
A rito ultimato, mentre fioccano gli auguri per gli sposi e i parenti stretti, il novello sposo si allontana per qualche minuto, rientrando nell’edificio di culto con due candele in mano e lanciando una vera bomba.
Chiede agli ospiti di osservare un minuto di silenzio in onore di suo padre, trucidato dai connazionali di sua moglie, prima della guerra … richiesta spigolosa, direi.
Sono trascorsi 30 minuti e, nell’imbarazzo generale, la ragazza decide di piantarlo in asso.
I miei genitori, quando mamma è mancata, erano ad un respiro dal brindare ai 58 anni di nozze (più gli 11 di fidanzamento), un traguardo non da poco se si tiene conto che, nel 1964, avevano 32 lei e 28 anni lui.
Un abbraccio …
– Carla –

Due pesi .. due misure!

È una prerogativa umana utilizzare due pesi e due misure, a partire dalle cose più piccole, che non dovrebbero dare fastidio ad alcuno, giacché non sconfinano dallo spazio personale, per arrivare a quelle più serie, che rischiano di sfociare in discriminazioni e ingiustizie.
Siamo talmente pieni di noi che anche il regno animale riesce a darci delle tostissime lezioni di vita!
Partiamo dai protagonisti di questa mia riflessione …
Daddy: uomo tra i 50 e i 70 anni, non necessariamente ben tenuto o bello ma, sicuramente, con discrete disponibilità economiche, per potersi permettere viaggi e regali importanti.
Mama: donna piacente che, forse, si è avvalsa anche di qualche ritocchino, indipendente e in grado di permettersi tutto ciò che desidera, suddivisa in tre tipologie.
Milf: over 40, madre
Cougar: 30-35, anche senza figli
Gilf: over 50, nonna
Sugar baby e Toy boy: ragazze/i, maggiorenni e consapevoli, almeno si spera, che ricambiano i doni ricevuti secondo accordi e ruoli prestabiliti.
Sto parlando di Sugar Dating ed è lampante che non ci rimetta proprio nessuno, ma si tratti di uno scambio che permette alle parti in gioco di ottenere benefici, economici, di semplice compagnia per chi soffre di solitudine o di carattere, esclusivamente, sessuale.
Premesso tutto questo, mi domandavo …
Se il “papino di zucchero” si accompagna con una 20 enne si trasforma in un mito e lei in una dalla moralità stracciata e svenduta.
Se la “signora” condivide il suo tempo con un giovanissimo uomo e una sozzona, alla quale rammentare che potrebbe essere suo figlio, e lui un volpone che si fa le ossa su una nave scuola, ottenendo anche vantaggi di vario genere.
Moralmente, se proprio si vuol entrare a gamba tesa nella vita degli altri, esiste uno meno “discutibile” di un altro?
È così sfizioso giudicare chi si muove nel proprio “giardino” e non toglie nulla ad alcuno?
Devono ancora esistere distinzioni tra uomo e donna?
Sono scelte di vita lontane dal mio essere, ma lascio agli altri la libertà di spingere la propria esistenza nella direzione che ritengono di poter vestir meglio.
Un abbraccio …
– Carla –

Proverbio sardo …

Un uomo onesto si nutre di integrità morale e si comporta di conseguenza.
Ho sempre creduto che chi adotta questo vivere riesce ad abbracciare la tranquillità, ma a quanto pare sbagliavo, essere infami e senza coscienza porta al medesimo risultato.
Essere integri è un valore fuori moda, che non ha più un posto nell’armadio dell’anima di tanti …
Un bacio fraterno …
– Carla –

La mummia di Stampace

Nel 1876, tra le rovine della chiesa dedicata a S. Francesco, a Stampace (quartiere storico di Cagliari), fu rinvenuto il corpo mummificato di una donna non giovanissima.
L’edificio di culto, del 1275, in stile romanico-gotico-catalano, mai ricostruito, venne demolito nel 1875 dopo che il campanile, 4 anni prima, era stato colpito da un fulmine.
Il corpo, ben conservato, oggi custodito nel Museo Sardo di Antropologia e Etnografia di Monserrato, risale ai primi del 1800, presenta il ventre gonfio e il volto cristallizzato in una smorfia che esprime sofferenza, con la bocca aperta e la lingua stretta tra i denti, nonché, un solco sul collo.
Il suo aspetto ha fatto presto a dar vita ad una leggenda popolare, che la vedeva uccisa dal consorte per aver commenso adulterio.
La pancia pronunciata custodiva il frutto del peccato, l’espressione di dolore e i segni sul collo la conferma dell’avvenuto strangolamento.
Due esami autoptici, uno prima del 1900 e uno nei primi anni 2000, hanno fugato ogni dubbio.
La sua età, compresa tra i 50 e i 60 anni, escludeva una gravidanza, le tracce sul collo erano riconducibili al sostegno di tessuto che, probabilmente, reggeva il capo nel momento della sistemazione della salma e l’espressione poco serena, era da attribuirsi alla deformazione dei tessuti in fase di decomposizione.
Gli accertamenti più recenti, portarono alla luce una intossicazione da tartaro stibiato, una sostanza medicinale molto diffusa all’epoca, la poverina era deceduta per una prescrizione medica rivelatasi tossica.
Un abbraccio …
– Carla –

Xin Zhui

Poteva mancare una mummia femminile?
No!!!
Xin Zhui ha 2185 anni ed è passata a miglior vita nel 163 a.c. all’età di 50 anni circa.
Fu la moglie di Li Cang, marchese di Dai e cancelliere di Changsha, della dinastia Han.
Scoperta nel 1968 a Mawangdui, capoluogo di Hunan, è la mummia che si conserva meglio al mondo.
In una sorta di matriosca del sarcofago, ben 6, è stata rinvenuta immersa in un liquido, in gran parte ancora misterioso, con il volto (abbastanza bruttino) ricoperto da una maschera e il corpo avvolto in 22 abiti di seta di canapa e stretto con 9 nastri dello stesso tessuto.
La donna mostra una pelle ancora morbida e le articolazioni snodabili, conservando, tra l’altro, ciglia e capelli.
La mummificazione è talmente perfetta che si è potuto eseguire l’esame del sangue, risultato A positivo, nonché una esplorazione approfondita su quelle che dovevano essere le sue condizioni di salute, non eccellente.
La marchesa di Dai soffriva di problemi alla schiena, di ipertensione, di arteriosclerosi e, presumibilmente, per non essere stata proprio magrolina, di problemi cardiaci, di diabete, di acciacchi al fegato e di calcolosi.

presa da j-time.ru
viralbuzzmakers.com

Un abbraccio …
– Carla –

L’uomo di Grauballe

Altra mummia di palude di torba (parlo dell’uomo di Tollund) è quella di Grauballe, sempre in Danimarca, che festeggia i 2312 anni.
Datata 290 a.c. venne alla luce il 26 aprile 1952, in uno stato di conservazione tale che si ipotizzò fosse il cadavere di un uomo scomparso nel 1887.
Il decesso, intorno ai 30 anni, non avvenne per cause naturali o una disgrazia ma fu causato da una profonda ferita alla gola, da orecchio a orecchio, in concomitanza a percosse che procurarono fratture al cranio e ad un arto inferiore.
Fu, quasi certamente, giustiziato e le ipotesi fatte sono due:
1- gli effetti di un fungo velenoso, ritrovato nei resti del cibo ingerito pre morte, quali convulsioni, allucinazioni, bruciori nel cavo orale, alle estremità di gambe e braccia, dolori insopportabili e diffusi, portarono le persone a credere fosse posseduto da una pericolosa entità maligna, da rendere inoffensiva con la soppressione del poveretto;
2 – fosse stata portata a termine un’esecuzione, per un reato del quale si era macchiato.
La torba ha protetto i resti mortali, riconsegnando una salma sulla quale si sono potute fare indagini autoptiche importantissime.
L’uomo aveva sofferto di malnutrizione, aveva seri problemi alla colonna ed era carente di calcio.
Esteticamente ha i capelli rossi, tracce di barba, ma ciò che sorprende è la mano, talmente ben conservata da avere le unghie intatte e visibili le impronte digitali.

presa da factinate.com

Buona cena …
– Carla –

L’uomo di Tollund

L’uomo di Tollund è la mummia ritrovata della palude di Nebelgard Fen, nello Jutland, in Danimarca, la cui età si aggira tra 2402 e i 2427 anni.
Vissuto nell’età del ferro, ha una datazione che colloca la sua nascita tra il 445 e 420 a.c. e la morte, tra i 30 e 40 anni, in un intervallo di tempo che va dal 405 al 380 a.c.
L’uomo, ritrovato il 6 maggio 1950, morì impiccato, probabilmente sacrificato alla Dea della Fertilità e in precedenza stordito con un fungo allucinogeno (furono rinvenute tracce nello stomaco).
Da ragazzina ho avuto modo di vederlo, durante uno dei viaggi culturali con la famiglia e vi assicuro che le immagini caricate in rete non rendono.
Riposa per l’eternità in una posizione quasi fetale, indossa uno strano copricapo a cappuccio, sotto il quale si intravedono i capelli, è visibile la traccia della barba e la corda attorno al collo.
A tradirlo è il colorito bruno, simile al cuoio, ma per il resto sembra deceduto ieri, i lineamenti, nei dettagli, sono intatti e sembra dorma.

Oggi è possibile ammirarlo nel museo di Silkeborg, Danimarca.

presa da amusingplanet.com

Buona serata …
– Carla –

La isla de las munecas

Nei canali di Xochimilco, a sud di Città del Messico, si trova un’isoletta denominata “la isla de las munecas”, l’isola delle bambole.
Un luogo dalla vegetazione e fauna multicolore, spettacolare, divenuto, a causa del suo vecchio proprietario, Juliàn Santana Barrera, a dir poco macabro.
L’uomo, contadino sulla cinquantina, stanco della vita che conduceva, abbandonò tutto, famiglia compresa, per trasferirsi, stabilmente, su di essa ed affrontare un cammino da eremita.
Si narra, ma non esistono fonti capaci di confermarlo, che Juliàn fu testimone di un accadimento che non riuscì ad evitare, l’annegamento di una bimba.
Segnato nell’anima, profondamente sconvolto, alcuni giorni più tardi vide qualcosa che galleggiava a pelo d’acqua e nel recuperarlo appurò che si trattava di una bambola.
Non è dato sapere per quale ragione si convinse che fosse appartenuta alla piccola, così, la appese bene in vista, di modo che la sua anima  potesse notarla.
Perso il lume della ragione (a mio parere non esiste altra spiegazione plausibile), sicuramente, si persuase che quello strano rituale potesse tenere lontano il suo spirito, forse, in collera per non averla salvata o desiderosa di prendere possesso dell’isolotto, quale nuova dimora, mettendo in piedi, nel corso degli anni, una collezione raccapricciante.
Bambole di diversa fattura e colori, pescate in acqua, raccolte dai rifiuti o nei luoghi più assurdi, vestite o denudate, sporche, spettinate, deturpate e mutilate, impiccate, incastrate tra i rami, inchiodate, gettate al suolo a pezzi e alla rinfusa, sono divenute l’attuale museo dell’orrore a cielo aperto.
Juliàn morì nel 2001, d’infarto, nello stesso punto in cui la fantomatica bimba aveva perso la vita anni prima.

presa da brividihorror.it

Buon pomeriggio …
– Carla –

Le formiche in barattolo

Se all’interno di un barattolo trasparente venissero rinchiuse 50 formiche rosse e 50 nere, non accadrebbe nulla ma, se il contenitore venisse agitato, energicamente, la quiete cesserebbe, cedendo il passo ad una condotta istintiva, di difesa.
Le formiche inizierebbero ad uccidersi  tra loro, rispettando il solo colore di appartenenza.
Le rosse si convincerebbero che gli scossoni sono opera delle nere e le nere viceversa.
Accecate, dalla necessità di trovare un responsabile e punirlo, non riuscirebbero a realizzare che il nemico non sta all’interno del vasetto, ma fuori:
le mani che lo stringevano e lo hanno shakerato, senza alcuna benevolenza o motivazione valida, se non sperimentarne la reazione.
Gettare lo sguardo e i pensieri lontano dal proprio naso, consente di avere una visione panoramica e lucida, di non indossare la corazza della formica.
Serena notte …
– Carla –

PS: La piccola storellina mi è piaciuta e, non proprio alla lettera, ho voluto condividerla.

Sulla scia …

Sulla scia del “sogno condiviso” mi sento di scrivere di qualcosa in cui credo, ho sempre creduto, ovvero, l’esistenza di una vita oltre questa, la mutazione di “stato” e la nuova esistenza.
Mi sono ispirata ad un’intervista fatta, da Red Ronnie, a Sonia Benassi, una donna molto speciale, con un dono prezioso, caricata su YouTube.
SONIA BENASSI parte 2: Contatti con le anime nelle altre dimensioni – l’intervista
Le sue parole, più di una volta, si agganciano a quelle che raccontò mia zia, riferendosi al momento in cui, in ospedale e per una manciata di minuti, veniva dichiarata clinicamente morta.
Giunta in un luogo spettacolare, vedeva tutti i suoi cari non più in vita, tornando poi, con suo immenso dispiacere, a riprendere possesso del proprio corpo.
Mi è chiaro che il lasciapassare per l’aldilà è il perdono, accogliere la pace che da esso scaturisce.
Riuscire ad attuarlo, finché si sta ancora da questa parte, renderebbe leggero il trasloco, diversamente, arrivare alla serenità si trasformerebbe in una conquista più lenta ma, comunque, certa.
Non esiste l’inferno dantesco, i forconi o il demone che infligge torture fisiche, il male elargito si esaurisce senza giudizio da parte di alcuno, ma avvertendo la stessa sofferenza procurata.
Il comprenderne l’entità, il sentirsi l’altro, aprirà la strada verso un livello più alto, indice di un miglioramento spirituale reale.
Tale intervallo di tempo, quello tra la morte e la rinascita, chiamato “bardo”, è una condizione che non risparmierà nessuno, la cui durata, ovviamente, sarà personale.
In esso, oltre ad indossare i panni delle persone che si sono ferite, esiste l’afflizione per la non accettazione della propria dipartita, magari per situazioni lasciate in sospeso, e per non sapersi staccare dagli affetti terreni.
Il bardo si sperimenta in Tibet, per preparare, in punto di morte, la coscienza alla separazione dal corpo, in un passaggio da passato a futuro.
Nel mio caso, quel lasso di tempo, sospetto sarà lunghissimo, per la semplicissima ragione che farò fatica a staccarmi dalle persone che amo con tutta l’anima, per il resto, ho imparato, fin da giovanissima, a non lasciare nulla in balia del domani, a non rimandare.
Le persone che fanno parte della mia vita, anche quelle che lo sono state di passaggio, hanno sentito, dalla mia voce, l’amore o la ripugnanza, perché non mando a dire, ho sempre avuto il coraggio di non nascondermi, di non essere una vigliacca.
Per il peso della valigia, se la chiamata avvenisse ora, direi che ho un bagaglio a mano.
Il perdono, totalitario, me lo ha infilato nel cuore mamma, con dolcissima forza, nell’ultimo periodo della sua lunga vita.
Il bardo, lei, lo ha attraversato correndo …
Aveva fatto pace con il mondo, da tempo, e lo manifestava senza filtri, spendendo parole carine anche per gli “escrementi d’uomo”.
Aveva la consapevolezza che la sabbia nella clessidra stesse per finire ma, a mia sorella, faceva lunghi discorsi sul lasciarla andare, senza concedere al lutto di divorarci.
Le sue ultime lacrime, in ospedale, sono state per noi -“Cosa posso fare per non farvi piangere?”-
Ha impiegato il cammino amando, evitando scontri, alzando lo scudo dell’ignorare le persone misere.
L’indifferenza è un sentimento neutro, non offende e non fa stare male …
Mamma ha sempre avuto ragione!
Serena serata …
– Carla –

Scusate l’assenza dai vostri blog … rimedierò!

Il sogno “condiviso” …

Non so se mi sentirò di pubblicare ciò che sto scrivendo, in piena notte, perché è qualcosa di talmente assurdo che più ci penso e cerco un senso, più m’incarto e mi perdo tra i sentieri dell’inspiegabile.
Dormire era già un lusso, quando mamma stava male, quando avevo la convinzione che ogni giorno con lei fosse un giorno strappato alla “fine”, ma da quando non c’è più sono scivolata nell’insonnia mista al tormento.
Qualche giorno fa, stremata, decido di recuperare il sonno andando a letto di pomeriggio e, stranamente, con Amelie che si stende accanto a me, crollo di botto.
Sono le 15.30 e quando riapro gli occhi le 19.00.
Per la seconda volta, dal 2 di aprile, sogno mamma, o meglio, sento la sua voce da stanze vicine a quella dove mi trovo ma, fisicamente, non la vedo mai.
Mi ritrovo in una sorta di cascina che, a guardarla, sembra costruita nei primi del 900, è tenuta benissimo, ha due rampe di scale, una destra e una a sinistra, parallele alla facciata, che portano ad un balcone, ad una grossa porta di legno massiccio, e tante finestre ai lati, mentre, al piano terra, finestre immense con sotto le aiuole fiorite e un portone ad arco che è mezzo spalancato (non riesco a guardare oltre).
L’aia è un’esplosione di colori, è polveroso il selciato e sento il profumo della campagna.
È la casa dei sogni (reali) di mamma e so che ci abitiamo in 5, i miei genitori e noi figli, incontro tutti, tranne lei che resta una voce pacata, serena e rassicurante.
“Siete in pericolo …” le sento dire “Veloci, veloci, salite in mansarda e restate lì!”.
Nessuno di noi risponde, ma fa esattamente ciò che lei chiede, mentre, tra i miei pensieri corre una domanda – Perché ci vuole nascondere e lei non ci segue? –
Come se avesse sentito, risponde “Non possono più farmi nulla, sono al sicuro e posso proteggervi …”.
Mi sveglio, stranita, e qualche ora più tardi racconto il sogno a mia sorella.
La stranezza dove sta?
Aspettate!!!
Il giorno dopo vado da mio padre e ci trovo pure lei, mi chiama in disparte e mi mostra un video, registrato con il suo cellulare, dove nostra madre, un anno prima, racconta il mio stesso sogno.
Non l’ho mai visto prima, mia sorella non li condivideva, e mi sento paralizzata nel sentirla descrivere i miei stessi dettagli, nell’ascoltare la disperazione che la pervade nel tentare di mettere il salvo marito e figli.
Ci vuole mandare in cantina, dietro il portone socchiuso, ma si sveglia prima di riuscirci.
Siamo state nella stessa abitazione, ha visto tutti, io no, lei non c’era, se non con lo spirito (la voce), non era più agitata, ma calma e sicura ed ha sottolineato che nessun pericolo l’avrebbe più incrociata, quasi a dire che dove sta ora si vive una vita perfetta e che in mano ha il potere, straordinario, di badare a noi, nonostante l’assenza fisica.
È come se, attraverso me, avesse potuto scrivere il finale di un libro, quello della sua vita, firmandolo con l’inchiostro del suo amore immenso.
Oggi, a distanza di giorni, mi chiedo se dormivo davvero o sono stata da un’altra parte con lei …
Serena notte …
– Carla –

In salita

28-04-22
… il mio primo compleanno senza di te!
Ho chiesto, a tutti, di non farmi gli auguri, perché non avevo nulla da festeggiare, perché la notte è passata contando i minuti, fino al momento, 08.50, in cui io e te abbiamo corso per la vita.
Il tempo consola? Cauterizza? Anestetizza?
Per ora non so rispondere, sento solo lo schiocco delle fruste sul cuore e un dolore lancinante …
Una persona, senza volerlo, mi ha fatto un regalo, mi ha detto che ho i tuoi occhi, che nel guardarli si tocca l’anima.
Ti cercherò nel riflesso di uno specchio, nello sguardo degli altri che in me cercheranno qualcosa di te …
Ti Amo Mamma
– Carla –