Buon 2018

Immagine

wordpress

Annunci

Bona Paschixedda a totus

Sotto l’albero di Natale, tra i regali lasciati da chi vi ama, vi auguro di trovarne uno “speciale”, posato dalla vita.
Un dono confezionato con la carta della salute, stretto con il nastro della serenità e sigillato con la coccarda di un sorriso.
Accompagnato da un biglietto sul quale siano impresse le parole più belle, quelle non dette, quelle che suggeriscono nuovi sentieri o, più semplicemente, valorizzano i vecchi, quelle che cancellano le attese e rimpiazzano i dubbi con le certezze.
Il desiderio di condividerne il contenuto, ancor prima di scoprirlo, con chi ha cura dei battiti del vostro cuore, certi di distribuire un bene infinito, che si palesi felicità per tutti.

Bona Paschixedda a totus
– Carla –

 

E per chi …

… non avesse avuto la voglia di cercare le trame delle fiabe davanti al camino (citate ieri) ed avvertisse la manina della curiosità che picchia su una spalla, eccomi …

Palpaeccia
È una donna anziana, molto anziana, dall’aspetto poco piacevole, col mento aguzzo, un grosso naso adunco, gli occhi cerchiati, infossati, e lo sguardo sinistro. La notte vaga per le strade, entrando nelle case dalle quali si levano i lamenti dei bambini che rifiutano, continuamente, di mangiare. Non tollerando frasi come – “Non mi piace … “ o “Mi fa schifo …” – (quasi a sostituirsi ai genitori) li punisce, ponendo sopra la loro pancia, mentre dormono al sicuro nel loro lettino, una grossa pietra nera di ebano. La pancia vuota renderà insopportabile quel peso e la lezione farà cambiare il loro atteggiamento capriccioso.

Maria Puntaoru
Maria era una donna vissuta nel 1900, povera, talmente povera, da non avere di che sfamarsi, che morì nel sonno, sognando un piatto di spaghetti al pomodoro. Il nomignolo “Puntaoru”, spiedo, le fu dato perché, dopo essere passata a miglior vita, la sera del 1° novembre, impugnando “Sa punta à oru” (l’attrezzo con la punta ricurva con cui si lavorano cesti e setacci di giunco e erbe palustri) si narra vaghi per le vie dei paesi, bussando alle porte delle case, domandando il permesso d’entrare e chiedendo quel piatto di pasta che non smette di desiderare. Non sopportando un rifiuto, si vendica forando la pancia di chi è avaro.

– Carla –

Il Natale ai tempi dei miei “Nonni & Bisnonni”

A  cavallo tra l’800 e il 900, nella mia isola, l’atmosfera natalizia non era, sicuramente, quella che si respira adesso e nemmeno quella della mia infanzia che, per determinati aspetti (in particolare la socializzazione) qualcosa la conservava ancora. I pastori, dopo aver trascorso mesi tra le montagne, in totale solitudine, a prendersi cura del bestiame, facevano rientro a casa, consapevoli di essere attesi con trepidazione. La vigilia, denominata “Sa nott’è xena” (la notte della cena), rappresentava la forma più alta di aggregazione familiare, che vedeva l’intero parentado riunito attorno al focolare domestico del membro più anziano. In questa occasione, per ingraziarsi la buona sorte, le pareti del camino venivano ripulite dal nero della combustione e, al centro di esso, collocato “Su truncu o cozzina de xena”, un enorme ciocco di legno, che avrebbe dovuto ardere, ininterrottamente, fino alla fine delle feste. A tavola, diversamente da quanto accadeva il resto dell’anno, ogni ben di Dio rimpiazzava i pasti frugali, in un tripudio di carni arrosto (agnello, capretto, maialetto), formaggi, salumi stagionati a regola d’arte ed altre specialità, tra le quali “Sa Tratalia o Corda” (frattaglie inserite in uno spiedo e legate con l’intestino di agnello). Un ruolo di spicco, per le famiglie economicamente più agiate, lo ricopriva era “Sa Mandara” (l’invio), di generi alimentari a quelle meno fortunate, con i quali festeggiare serenamente una serata di uguaglianza sociale. A cena conclusa, riuniti attorno al camino, i più giovani ascoltavano i racconti degli anziani, fiabe come “Maria Puntaoru” e “Palpaeccia” e, tutti insieme, si partecipava ad uno dei due giochi popolari, “Sa Tumbula” e “Su Barralliccu”, la trottola con 4 facce (T= Tottu-tutto; M=Mesu o Metadi- ½; N=Nudda-nulla; P=Poni-metti)  con in palio la frutta secca. Un appuntamento, al quale presenziava tutto il paese, era “Sa Miss’è puddu” (la Messa del 1° canto del gallo), in una Chiesa vestita a festa, dove le più attese erano le donne incinte che, partecipando a quella funzione, si garantivano la nascita di un figlio sano, era diffusa la credenza, infatti, che in quel modo il male sarebbe mutato in bene, “Sa bestia furriara in cristianu”. Un’ulteriore convinzione, legata all’incantesimo del Natale, era che chiunque fosse nato in quella notte non avrebbe perso denti e capelli in vita e nemmeno dopo la morte, “Chini nascidi sa nott’è xena non purdiara asut’è terra” (Chi nasce nella notte della cena non si decompone sotto terra), oppure, avrebbe portato fortuna in 7 case del suo vicinato. Nell’intervallo tra il 25 e il 31, anche alla figura sinistra della vecchia “Bruxia” (donna con capacità particolari) veniva offerta la possibilità di trasmettere, perché non andassero perduti, i propri poteri di magia bianca ad una donna più giovane. In Barbagia, in alcune zone, fino al giorno dell’epifania, la statua del Gesù Bambino, “Su Nanneddu”, veniva portata di casa in casa, scortata da canti e preghiere mentre il 31 dicembre, concluso il Te Deum, affacciandosi alla finestra, il parroco gettava monetine e caramelle per i più piccini, “Sas Bulustrinas”, in altre, nella mattinata di S. Silvestro, i bambini giravano per le case, “Sa Candelaria”, per farsi donare pane tipico o dolcetti, la sera lo facevano gli adulti, omaggiando le coppie che si erano sposate in quell’anno. La realizzazione delle pietanze, in particolare del pane, richiedeva cura e il rispetto di riti tramandati da madre in figlia, di modo che le tradizioni non rischiassero di perdersi e diventare ricordi. In Ogliastra, al pane, si dava la forma di un cuore, di un giglio, di una stella, di un uccello o di un neonato (“Su Accèddhu”), ricco di dettagli anatomici, parti intime comprese, in Gallura di bambola (“La Franka”) o di corvo (“Lu Kubòni”) mentre a Thiesi i bimbi più poveri, entrando nelle case, recitando una filastrocca portafortuna, ricevendo, in cambio, un pane a forma di bastone pastorale (“Su Bakkiddhu”). Il Natale, le festività in generale, erano motivo di gioia e condivisione, profumavano di famiglia, di momenti preziosi che la vita di tutti i giorni, relegata tra montagne e campi, allontanava, di quella abbondanza che per una sera rendeva ricco anche il più povero.

Da tutta l’isola, si levi una sola voce per augurare al mondo …
Bonas PascasBonas PaschixeddaBonas Festas o Norabonas
– Carla –

Leggende isolane

Sospese tra fantasia e realtà, hanno attraversato (e non s’arresteranno) il tempo, intimorendo o sorprendendo, lasciando la libertà di imprimere, su una tela candida, le storie più incredibili.

Boe Muliache
Un destino maligno, che ne neutralizza la volontà, lo condanna a trasformarsi, allo scoccare della mezzanotte, in un’orrenda creatura dalla testa di toro e il corpo umano. Non è dato sapere se la metamorfosi sia dovuta all’uomo che s’incarna nella bestia o viceversa, la sola certezza è che attende il sorgere del sole, in un vagare angosciante per i viottoli dei paesi, terrorizzando chi ode i suoi muggiti agghiaccianti. Si racconta che un ladro di bestiame rubò un vitello e lo rinchiuse nella sua stalla, legandolo per le corna, con il proposito di ucciderlo in giorno seguente per far festa con gli amici. Con sua grande sorpresa, il giorno dopo, al cappio era tenuto non più l’animale ma un uomo, nel quale riconobbe un suo paesano, gravemente malato. Il ladro, preso dai sensi di colpa, decise di prendersi cura di lui e guarì.

S’Erkitu
La creatura mostruosa, in questa versione, deve le sue sembianze ad una maledizione, al dover espiare la colpa di un omicidio impunito. Al calare della notte, trasformatosi in un toro, con corna di acciaio, al cui vertice si trovano due candele accese, scortato da demoni, muniti anch’essi di corna, con gli occhi di brace e fiamme che escono dalla bocca, al suono di tamburi e trombe, muggisce tre volte davanti all’uscio della famiglia alla quale, durante il riposo, preannuncia l’arrivo di una lunga e dolorosa malattia o, addirittura, della morte. La dannazione ha fine se, con un atto di grandissimo coraggio, si spengono le candele e amputano le corna con una scure di acciaio.

Sa Réula
È la processione dei trapassati che, per portare a compimento un rito quotidiano di espiazione dei peccati, lasciano il cimitero ogni mezzanotte per raggiungere la più vicina cappella, reggendo delle candele accese.  Incrociarli è di pessimo auspicio, soprattutto se la loro direzione non è in discesa, che profetizza una malattia, scongiurando la morte entro l’anno. Chi li incontra, durante un’uscita da sonnambulo, al mattino ne porta i segni, gli ematomi per i pizzichi ricevuti e, non di rado perde, temporaneamente, l’uso della parola che riacquista bevendo una tisana fatta con una ciocca strappata dei propri capelli. Prima del terzo canto del gallo, le anime devono rientrare nelle loro dimore eterne per evitarsi un ulteriore castigo. A chiudere la fila, qualche volta, si trova lo zoppo, il più malvagio tra tutti, che a causa della menomazione rischia di non rispettare il rientro nel regno dei morti. La salvezza, per chi appartiene al mondo dei vivi, è riconoscere tra essi un parente dal quale giungerà il suggerimento di aspettare, sul ciglio della strada, che siano passati o di genuflettersi per pronunciare le 12 parole di S. Martino.

Sa Paiana
È lo spirito di una donna morta di parto che, non trovando una giovane, in vita e della famiglia, disposta a farlo al suo posto, per liberarsi dal dolore di quanto gli è accaduto, svolge per 7 anni consecutivi una singolare penitenza. Indossando la camicia bianca che vestiva al momento del parto, ancora macchiata di sangue, si reca presso un corso d’acqua dove lava i panni del suo bambino. Se capita di incontrare una donna intenta a compiere tale operazione, nel cuore della notte, è consigliabile fingere di non vedere per evitare di scatenare la sua furia, giacché interromperla significa annullare quanto è stato già fatto e farla rincominciare da capo. Se disturbata, lancerà i panni bagnati sulla persona che ha procurato il danno e se la prenderà in volto sarà colpita da una lunga malattia o morirà entro l’anno.

Sa Coga
È una strega con la coda, una croce pelosa sulla schiena e capelli lunghi, solitamente, è la settima femmina nata dalla stessa madre o lo è diventata recandosi al cimitero, profanando una tomba recente, prendendo il grasso della salma, miscelandolo a sangue di una vergine e acqua santa e spalmandolo sotto ascelle e piedi. Potrà diventarlo anche sottraendo il cotone intriso di olio che il parroco utilizza per i battesimi, strofinandolo sulla pelle. Di notte si trasforma in una zanzara o in un piccolo animale, per nutrirsi di sangue, prediligendo quello dei neonati non ancora battezzati. Chi si sveglia con lividi, che non ricorda di essersi procurato, ha la certezza di essere stato morso da lei. Nel tentativo di neutralizzarla, si lascia un treppiede per arrostire, rovesciato, sotto la culla o un pettine con più di 7 denti, il numero oltre il quale non sa contate, così, in preda alla confusione, ricomincerà sempre daccapo. La versione maschile della strega è Su Surtore che, passato attraverso la toppa della porta, si trasforma in maiale, mordendo e succhiando i neonati. Con entrambi, oltre al treppiede, risultano idonei a interromperne l’operato la roncola, la falce, il forcone di legno o di ferro, l’attizzatoio, lo spiedo e la scopa.

Sa Jana
Fata di rara bellezza, dalla pelle bianchissima e delicata, talmente piccola da stare sul palmo di una mano. Vive nelle grotte, le Domus de Janas, tipiche sepolture prenuragiche, veste di rosso e sul capo porta un fazzoletto dai colori accesi, che ha tessuto con un telaio incantato, e gioielli che ha realizzato da sola. La notte visita i bambini, appena nati, sussurrando loro ciò che gli riserverà il futuro.

… altro che Mille e una Notte … questo è materiale per Dario Argento!
– Carla –

Meglio Uomo?

Quando un uomo vi dice “Io e Te siamo uguali, non esistono differenze!”, non sentitevi lusingate, MENTE! La parità regna a parole, l’uguaglianza è cerebrale, al limite, ma il resto è un domino di fregature, una si tira dietro l’altra. Il nascere donna è entrare nella vita con in spalla uno zaino satollo di “sorprese” che lasciano a bocca aperta, non tanto per lo stupore, ma per riprendere fiato con rassegnazione. Un uomo munito di “accessori” lanosi E’ MASCHIO, una donna un ORANGO, costretta a combattere battaglie all’ultimo pelo. Un uomo col capello che ingrigisce o imbianca è portatore sano di fascino e saggezza, una donna un “mocio” che ha fatto il suo tempo, da “ripulire”. Un uomo, invecchiando, non smarrisce la tartaruga, la tiene in letargo, una donna sogna di sconfiggere la gravità, per non vedere, allo specchio, le mele diventate prugne. (E qui gioiscono, con me, le donne “uvetta” che, per mancanza di materia prima, guardano sempre al cielo). Un uomo, rotondo, è un concentrato di tenerezza, tutto da spupazzare, una donna un rotolo di adipe da aspirare. Un uomo, se rutta, scorreggia è un simpatico furfante che sbriglia il bambino che nasconde nel cuore, una donna un portuale. Un uomo ti dice “allarghiamo la famiglia”? Incurante che per te ci sarà anche dell’altro da “ALLARGARE”!
Ci ho riflettuto, quando sarà il mio turno e mi dovrò reincarnare, sceglierò un corpo maschile, per allevare, serenamente, la marmotta sotto il naso, tenermi i collant naturali, dare un nome di battesimo alla panza, dar fiato alle trombe (con gioia e gaudio) e  …. diventare padre!!!
– Carla –

Biotestamento

Vi rimando ad un canale youTube che, in breve, riassume perfettamente il contenuto del ddl appena approvato

https://youtu.be/JCZakUJToY4

Concedetemi una riflessione personale, dettata dal pensarmi ipotetica parte in causa.
È un inizio ma non basta!
Dove sta la civiltà, l’umanità, l’amore, nel chiedere ad un malato di “soffrire”, per non diventare egoista, per non lasciare i propri cari a guardarlo spegnersi, avvizzire, perché ha rinunciato a idratazione e nutrizione?
Chi mi ama non vorrebbe mai vedermi, seppur sedata, agonizzare!
– Carla –