Il tesoro di Santa Giusta

Chiaramonti, Tzaramonti in sardo e Chjaramonti in gallurese, Sassari, a 6 km dal paese, nella prima metà del XII secolo, viene edificata, e poi rivista più volte nel tempo, la chiesa in onore di Santa Giusta.
Ci lavorano uomini del luogo, aiutati da maestranze pisane, che hanno realizzato il Duomo di Pisa.
Nel 1616 Antonio Martis, un canonico, rifacendosi al contenuto di un manoscritto, in lingua latina, ritrovato nella cattedrale di Oristano, in spagnolo, scrive un libro dedicato alla Santa, poi tradotto nel 1911 da Don Serafino Sanna.
Chi era la donna poi diventata Santa?
Giusta nasce tra il 117 e il 138 d.c. a Eaden, il paesino ribattezzato in suo onore, da Cleodonia, una signora benestante, vedova di un uomo del quale non si hanno informazioni certe.
Ha 12 anni quando l’amore per il Signore inizia a bussare al suo cuore e a diventare ogni giorno più acceso.
È quella la strada che sente sua, amare Cristo e compiacerlo, seguendo i suoi insegnamenti, desiderio non compreso da sua madre, pagana, che tutto vorrebbe per la ragazza tranne un cammino cristiano.
Per sua figlia non si tratta di un capriccio ma di una conversione profonda, autentica, quindi, se in principio tenta di comprare la sua volontà, di dissuaderla con proposte allettanti per chiunque, quando comprende che ogni tentativo cadrà nel vuoto passa alle maniere forti.
Segregata nel sotterraneo della loro abitazione, incatenata ad una parete, subisce torture indicibili, non rinnegando mai quell’amore intenso, pregando, al contrario, che Dio venga in suo soccorso.
Così accade, le catene si aprono, si spalanca la porta e Giusta riesce a raggiungere la sua aguzzina, mostrandole la potenza di un Padre che ascolta, sempre, un figlio.
La madre, colta da malore, muore la stessa notte.
La ragazza, ora, è libera di seguire la sua vocazione, di sentirsi completa ed appagata nell’aiutare le persone fragili del contesto sociale che la circonda.
Sta vivendo a pieno il dono della Fede ed è felice, quando mette gli occhi su di lei Claudio, un giovane pagano, che la chiede in sposa.
La risposta è negativa, la ragazza è irremovibile, e questo porta l’uomo, dopo una persecuzione incessante, a mettere in atto un piano diabolico.
Una notte, con tre stregoni al seguito, s’incammina verso la sua abitazione, intenzionato a rapirla, ma anche il questo frangente interviene il Signore che, facendo calare una nebbia fittissima, impedisce loro di portare a termine il progetto.
Dopo essersi persi, cadono in un corso d’acqua ed annegano.
Giusta muore di vecchiaia, fedele al suo Sposo Celeste.
Realizzata la chiesa, a lei dedicata, i devoti iniziano a portare doni, di un certo valore economico, che si accumulano formando un tesoro di tutto rispetto.
La cattiveria umana, la mancanza di riguardo, si manifestano ancora una volta, con il tentativo di furto.
4 uomini entrano nell’edificio di culto, acciuffano il malloppo ma, raggiunta l’uscita, la porta si chiude e una sorgente naturale, considerata miracolosa, posta sotto il presbiterio, inizia a sgorgare trasformando i peccatori in topi in trappola.
Prima di morire annegati implorano il perdono e Giusta salva non il loro involucro ma l’anima.
I 4 teschi murati, sul prospetto frontale, in prossimità del portone, si pensa appartengano a loro, restati lì a fare da guardie al tesoro e alla chiesa.
Nel 1894, per volere del sindaco, fu smantellato e deturpato il pavimento, sperando di recuperare la fortuna, poi, nel 1913 si avviò un restauro complessivo e nulla fu più violato.
Buon pomeriggio …
– Carla –

Valle di Antas

Oggi siamo finiti a Fluminimaggiore, in sardo Frùmini Majore, un piccolo paesino di non più di 3 mila abitanti, nel sud Sardegna, nel Sulcis Iglesiente per l’esattezza.
Il litorale, del territorio comunale, offre un mare spettacolare e diversi accessi:
cala Guardia Is Turcus (dei turchi),
cala Sa Perdixedda Manna (la grande pietrolina),
,
costa Sa Perdixedda,
cala Sa Perdixedda Pitticca (la piccola pietrolina),
costa Portixeddu (Porticciolo),
spiaggia Portixeddu,
ma quel che rende particolare quest’angolino isolano è la Valle di Antas e il Tempio omonimo.
La zona, che dista qualche km dal centro abitato, è un antico luogo di sepolture e incenerizione, ospita 3 tombe a pozzo, risalenti all’età del ferro, ovvero il tardo periodo nuragico, i resti della necropoli e di un villaggio punico, presumibilmente del 1200-900 a.c.
Si avvicendaro punici, cartaginesi e romani, questi ultimi particolarmente interessati alle cave e alla estrazione di ferro e piombo.
Reperti, quali vaghi di collane d’oro, cioè grani di pasta vitrea, pendenti, un anello, un vaso d’argento bagnato in oro e una piccola statuina raffigurante il dio Sardus Pater Babai, narrano quel passato.
Il tempio, punico-romano, del I secolo, edificato sui resti cartaginesi del 500 a.c., per venerare la divinità punica Sid Addir Babai, subì una serie di rifacimenti e restauri, fino al III secolo d.c., con la versione che ammiriamo adesso.
Il culto dell’acqua, sentito sull’isola, veniva celebrato anche in questa zona, in una grotta non molto distante.
Per i più energici, da Antas, a piedi, si può raggiungere Su Mannu, percorrendo la vecchia strada romana e scoprire la bellezza delle grotte.
Un abbraccio …
– Carla –

Il Bisso

Oggi si sbarca a S. Antioco (Santu Antiogu in sardo e San Antiocco in tabarchino), antica città fenicio-punica-romana, chiamata Sulky o Sulci, isolotto su cui vivono circa 10 mila anime, collegato al sud dell’isola con un istmo artificiale.
In quest’angolo di paradiso, oltre ai paesaggi mozzafiato, bagnati da acque cristalline, e a percorsi che profumano di magia e storia, è possibile “tuffarsi” in un incantesimo che rischia di scomparire con la signora Chiara Vigo, l’ultima tessitrice di Bisso e custode di una tradizione millenaria.
Cosa è il Bisso, chiamato anche Filo d’Acqua?
È stato definito seta del mare e non è altro che un filamento dalla consistenza gelatinosa che si solidifica a contatto con l’acqua, dal colore bruno, che la Pinna Nobilis Setacea espelle per ancorarsi al fondale marino.
Si tratta di un mollusco bivalve, noto anche come Nacchera, che riesce a raggiungere i 25 anni di vita e il metro di lunghezza.
Il prezioso filamento fu introdotto dai Caldei, gruppo etnico mesopotamico del primo secolo a.c, attuale territorio che comprende Siria, Iraq e sud Turchia.
È menzionato in un gran numero di passi profetici, citato da Ecabe, personaggio della mitologia greca, Regina di Troia e seconda moglie di Priamo, da Re Salomone, il cui regno durò dal 970 al 930 a.c. e in numerose testimonianze che lo vedevano ornare gli abiti dei Faraoni e delle loro spose, di Principi, Re, Imperatori e, addirittura dei Papi.
Il più antico manufatto, poi andato perduto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu ritrovato nel 1912, all’interno della tomba di una donna, a Budapest, precisamente ad Aquincum, e datato IV secolo.
Il solo reperto, ancora intatto, è un copricapo avvolgente del XIV secolo, trovato in occasione di scavi archeologici nella Basilica di Saint Denis a Parigi.
La signora Chiara, per poter iniziare un percorso di apprendimento, sotto la guida esperta di sua nonna, si è sottoposta al “Giuramento dell’Acqua”, una promessa solenne che impedisce di trarre profitto dal dono della natura, che non ha un prezzo.
Il Bisso o i manufatti nei quali è stato introdotto non possono essere né comprati né venduti, solamente donati o ricevuti.
Si racconta che l’ultima tessitrice tarantina, intorno alla metà del secolo scorso, tentò di lucrare, vendendo il Filo d’Acqua alle seterie comasche.
I telai sui quali lavorava s’inchiodarono, l’attività fallì e di lì a poco morì.
La tessitrice sarda, ultima custode del rito caldeo, fedele al giuramento, si è rifiutata di vendere per più di 2 miliardi delle vecchie lire un suo arazzo, “Il leone e le donne”, realizzato con i filamenti pescati da sua nonna sul finire degli anni 30.
Sempre alla signora Vigo si deve il recupero della seta nel totale rispetto della Nacchera, attraverso un taglio finale non superiore ai 5 cm e su molluschi che hanno superato i 12 anni.
È lei stessa, nel periodo che intercorre tra la prima luna di maggio e l’ultima di giugno, in abito di lino bianco, a immergersi, senza ossigeno, fino a 13 metri, per recuperare la seta marina.
Liberata dalla terra del fondale, immersa in acqua dolce per 25 giorni, con ricambio ogni 3 ore, e ripulita con un cardatore a spilli, il pescato verrà immerso in un liquido composto da succo di limone e 15 alghe, al fine di conferirgli il colore dorato, l’elasticità, la resistenza e la caratteristica di risultare ignifugo.
Il filamento dorato è pronto per la lavorazione al fuso, con torsione eseguita manualmente.
Il tempo di filatura sarà scandito con il recitare frasi in aramaico, dei primi abitanti nuragici e canti rituali.
In ultimo, un telaio mesopotamico di canne consentirà la realizzazione del manufatto e l’uso delle sole unghie porterà a compimento un certosino lavoro di intrecci.
200 immersioni producono un pescato grezzo di circa 300 grammi che, preparato per la lavorazione, diventerà circa 10 volte meno.
Chiara Vigo può essere considerata la sacerdotessa di un rito che si spera non soccomba, un’anima preziosa che ha donato al Louvre e al Britisch Museum la propria arte, una cravatta a B. Clinton, attualmente esposta al Museo Nazionale di Washington e un Rosario al Santo Padre BenedettoXVI.
Sereno pomeriggio …
– Carla –

Leggenda del Mirto

Tipico della macchia mediterranea, il mirto è una pianta selvatica (è possibile anche coltivarla in giardino o in vaso), sempre verde, a cespuglio o arbusto, che può toccare l’altezza di 3 metri.
Dalle foglie ovali, di un verde vivo, produce piccoli fiorellini bianchi o rosa pallido, dalla profumazione inconfondibile, e in seguito le bacche, palline nero-bluastre o rosso scuro che maturano tra novembre e gennaio.
I più sono a conoscenza della produzione di un liquore, utilizzando il frutto, il mirto per l’appunto, la cui gradazione alcolica si aggira intorno ai 30°, ma non sanno che la ricetta originale arriva dal 1700, tramandata tra i briganti galluresi che lo chiamavano “acqua degli angeli”.
Il suo impegno, in realtà, non si limita solo alla produzione del liquore, ma trova largo spazio anche in cucina, in cosmesi e come pianta curativa.
I rametti, gettati sulla brace, sprigionano fumo che profuma le grigliate, le bacche, unite al finocchio selvatico e all’alloro, arricchiscono le olive nere in salamoia, in passato aromatizzava la mortadella.
I fiori sono utilizzati in cosmesi, le foglie per insaporitori e decotti.
L’uso terapeutico, per le proprietà antinfiammatorie, astringenti e antisettiche, interessa l’apparato digerente, quello respiratorio, l’urinario (cistite), il cavo orale (gengive) e l’intestino.
Famoso è il decotto delle foglie, addolcito col miele, per sconfiggere mal di gola e raffreddore.
Alla pianta del mirto sono legate diverse leggende dell’antica Grecia, belle e meno belle.
Afrodite, dea dell’Amore, secondo le narrazioni di Ovidio, quando nacque dalle acque, coprì le sue nudità utilizzando le foglie e, in occasione della controversia sul Pomo della Discordia, posò sul capo di Paride una corona intrecciata, in segno di gratitudine.
Myrsine, da cui sarebbe derivato il nome mirto, giovane donna dalle incredibili doti atletiche, tali da competere ed avere la meglio sugli uomini, trovò la morte perché capace di suscitare la peggiore delle invidie.
La dea Pallade Atena, per renderle onore la tramutò nella pianta che cingeva il capo dei vincitori.
In buona sostanza fu l’emblema della femminilità, della bellezza, della purezza e della gloria, nonché simbolo di buona sorte.
Fu associato anche alla dipartita umana, nel momento in cui Dionisio scese nell’Ade per liberare sua madre, portando come merce di scambio la pianta del mirto.
Immagine della Sardegna, nel 1998, è stato riconosciuto Prodotto Agroalimentare Tradizionale.
Per chi riuscisse a trovare le bacche e volesse cimentarsi nella produzione casalinga del liquore, consiglio un video su YouTube:
LIQUORE DI MIRTO SARDO – Il sapore della tradizione, di LE RICETTE DI FRANCY 74

Buona serata …
– Carla –

Su Filindeu

Su Filindeu, detto anche Vello di Dio o Fili Divini, è la pasta più antica del mondo, tipica della Barbagia, in particolare di Lula, paesino del nuorese.
La ricetta, che festeggia i due secoli, è custodita da pochissime donne e tramandata gelosamente.
Una delle fortunate, con molta schiettezza, afferma che il vero segreto non sono tanto i tre ingredienti, farina di semola, acqua e sale, dosati ad occhio, ma le mani, il calore che sprigionano e la maestria con cui impastano e lavorano.
Ottenuta una forma tubolare, stretta e allungata, viene fatta scivolare tra le dita e ripiegata su se stessa, fino ad ottenere filamenti sottilissimi, 256 per ogni etto di impasto.
Sistemati su un letto di foglie di asfodelo, in tre strati sovrapposti, in seguito ad una perfetta asciugatura creano un reticolo compatto che, spezzato a mano, in piccoli pezzi irregolari, viene cotto nel brodo di pecora e condito con abbondante pecorino.
Realizzata due volte all’anno, in concomitanza con i pellegrinaggi, il primo maggio e il 4 ottobre in onore di San Francesco al quale, nel 1890, fu dedicato il Santuario, fortemente desiderato da un giovane nuorese scagionato dall’accusa di omicidio.
A chiunque capiti sull’isola, in quelle date e zone, buona Zuppa di Filindeu.

Buona cena …
– Carla –

PS: Vi consiglio di cercare tra le tante ricette su YouTube

Per ritrovare la pace

Nel leggere di questa tradizione mi è venuto da sorridere …
Non sarebbe male farla nostra, festeggiarla più volte nel corso dell’anno, ritrovando l’equilibrio che manca.
Si tratta del Takanakuy, in lingua quechua, tradotto letteralmente “quando il sangue sta bollendo”.
La cerimonia, che si svolge il 25 dicembre a Santo Tomàs, una piccolissima cittadina  della provincia di Chumbivilcas, a sud del Perù, ha la funzione di regolare i conti all’interno della comunità, a suon di calci e pugni, ritrovando, così, l’armonia e la pace.
I partecipanti indossano  abiti tradizionali, chiamati Majeno, in volto delle maschere colorate dette Uyach’ullu e dei copricapi con pennuti imbalsamati o teschi di animali.
I combattimenti, individuali, con movimenti che ricordano le arti marziali, a mani nude o con ausilio di pezze di tessuto, non ammettono morsi, il tirare i capelli e colpire il capo.
Riservato, solitamente, agli uomini, oggi, è consentito anche alle donne e ai forestieri.
Il 26 prosegue a Llique, vicinissima a Santo Tomàs, venendo celebrata anche a Cuzko, a nord di Lima.
La settimana che precede il combattimento è dedicata a sfilate, danze e bevute, a ritmo di mayilla, un genere indigeno che risale alla metà del 1500.
Prima di darsele di santa ragione i coinvolti si abbracciano e cantano, poi, offrono lo spettacolo ad una tifoseria scatenata e spesso di parte.
Un po’ di Takanakuy, in questo momento storico, non farebbe male ad un sacco di gente!
Buona serata …
– Carla –

Matrimoni record

16 maggio 1924, nord Carolina, Zelmyra e Herbert Fisher si sposano, lui ha 18 anni ed è nato nel 1906, le 16 ed è nata nel 1908.
La loro unione è perfetta, così raccontano, e si regge sul rispetto, la comunicazione incessante e garbata, la fedeltà, l’onestà e la sincerità.
L’amicizia iniziale sfocia in un sentimento che li legherà per 87 lunghissimi anni, permettendo loro di scavalcare le nozze di platino (75 anni), di quercia (80) e di marmo (85), sfiorando quelle di granito (90), un vero record.
Si spegneranno alla stessa età, 105 anni, nel 2011 lui e nel 2013 lei, accanto a 5 figli, 10 nipoti e 9 pronipoti.
Se per Zelmyra ed Herbert l’unione ha attraversato quasi il secolo per altre due persone si è incenerita in un lampo.
È il 5 aprile 2013 e ad Ayvalik, sulla costa turca, Mihailis Kutsakiozis, greco, dopo 5 mesi di frequentazione, convola a nozze con Serval Kelebik, turca.
A rito ultimato, mentre fioccano gli auguri per gli sposi e i parenti stretti, il novello sposo si allontana per qualche minuto, rientrando nell’edificio di culto con due candele in mano e lanciando una vera bomba.
Chiede agli ospiti di osservare un minuto di silenzio in onore di suo padre, trucidato dai connazionali di sua moglie, prima della guerra … richiesta spigolosa, direi.
Sono trascorsi 30 minuti e, nell’imbarazzo generale, la ragazza decide di piantarlo in asso.
I miei genitori, quando mamma è mancata, erano ad un respiro dal brindare ai 58 anni di nozze (più gli 11 di fidanzamento), un traguardo non da poco se si tiene conto che, nel 1964, avevano 32 lei e 28 anni lui.
Un abbraccio …
– Carla –

Due pesi .. due misure!

È una prerogativa umana utilizzare due pesi e due misure, a partire dalle cose più piccole, che non dovrebbero dare fastidio ad alcuno, giacché non sconfinano dallo spazio personale, per arrivare a quelle più serie, che rischiano di sfociare in discriminazioni e ingiustizie.
Siamo talmente pieni di noi che anche il regno animale riesce a darci delle tostissime lezioni di vita!
Partiamo dai protagonisti di questa mia riflessione …
Daddy: uomo tra i 50 e i 70 anni, non necessariamente ben tenuto o bello ma, sicuramente, con discrete disponibilità economiche, per potersi permettere viaggi e regali importanti.
Mama: donna piacente che, forse, si è avvalsa anche di qualche ritocchino, indipendente e in grado di permettersi tutto ciò che desidera, suddivisa in tre tipologie.
Milf: over 40, madre
Cougar: 30-35, anche senza figli
Gilf: over 50, nonna
Sugar baby e Toy boy: ragazze/i, maggiorenni e consapevoli, almeno si spera, che ricambiano i doni ricevuti secondo accordi e ruoli prestabiliti.
Sto parlando di Sugar Dating ed è lampante che non ci rimetta proprio nessuno, ma si tratti di uno scambio che permette alle parti in gioco di ottenere benefici, economici, di semplice compagnia per chi soffre di solitudine o di carattere, esclusivamente, sessuale.
Premesso tutto questo, mi domandavo …
Se il “papino di zucchero” si accompagna con una 20 enne si trasforma in un mito e lei in una dalla moralità stracciata e svenduta.
Se la “signora” condivide il suo tempo con un giovanissimo uomo e una sozzona, alla quale rammentare che potrebbe essere suo figlio, e lui un volpone che si fa le ossa su una nave scuola, ottenendo anche vantaggi di vario genere.
Moralmente, se proprio si vuol entrare a gamba tesa nella vita degli altri, esiste uno meno “discutibile” di un altro?
È così sfizioso giudicare chi si muove nel proprio “giardino” e non toglie nulla ad alcuno?
Devono ancora esistere distinzioni tra uomo e donna?
Sono scelte di vita lontane dal mio essere, ma lascio agli altri la libertà di spingere la propria esistenza nella direzione che ritengono di poter vestir meglio.
Un abbraccio …
– Carla –

Proverbio sardo …

Un uomo onesto si nutre di integrità morale e si comporta di conseguenza.
Ho sempre creduto che chi adotta questo vivere riesce ad abbracciare la tranquillità, ma a quanto pare sbagliavo, essere infami e senza coscienza porta al medesimo risultato.
Essere integri è un valore fuori moda, che non ha più un posto nell’armadio dell’anima di tanti …
Un bacio fraterno …
– Carla –

La mummia di Stampace

Nel 1876, tra le rovine della chiesa dedicata a S. Francesco, a Stampace (quartiere storico di Cagliari), fu rinvenuto il corpo mummificato di una donna non giovanissima.
L’edificio di culto, del 1275, in stile romanico-gotico-catalano, mai ricostruito, venne demolito nel 1875 dopo che il campanile, 4 anni prima, era stato colpito da un fulmine.
Il corpo, ben conservato, oggi custodito nel Museo Sardo di Antropologia e Etnografia di Monserrato, risale ai primi del 1800, presenta il ventre gonfio e il volto cristallizzato in una smorfia che esprime sofferenza, con la bocca aperta e la lingua stretta tra i denti, nonché, un solco sul collo.
Il suo aspetto ha fatto presto a dar vita ad una leggenda popolare, che la vedeva uccisa dal consorte per aver commenso adulterio.
La pancia pronunciata custodiva il frutto del peccato, l’espressione di dolore e i segni sul collo la conferma dell’avvenuto strangolamento.
Due esami autoptici, uno prima del 1900 e uno nei primi anni 2000, hanno fugato ogni dubbio.
La sua età, compresa tra i 50 e i 60 anni, escludeva una gravidanza, le tracce sul collo erano riconducibili al sostegno di tessuto che, probabilmente, reggeva il capo nel momento della sistemazione della salma e l’espressione poco serena, era da attribuirsi alla deformazione dei tessuti in fase di decomposizione.
Gli accertamenti più recenti, portarono alla luce una intossicazione da tartaro stibiato, una sostanza medicinale molto diffusa all’epoca, la poverina era deceduta per una prescrizione medica rivelatasi tossica.
Un abbraccio …
– Carla –

Xin Zhui

Poteva mancare una mummia femminile?
No!!!
Xin Zhui ha 2185 anni ed è passata a miglior vita nel 163 a.c. all’età di 50 anni circa.
Fu la moglie di Li Cang, marchese di Dai e cancelliere di Changsha, della dinastia Han.
Scoperta nel 1968 a Mawangdui, capoluogo di Hunan, è la mummia che si conserva meglio al mondo.
In una sorta di matriosca del sarcofago, ben 6, è stata rinvenuta immersa in un liquido, in gran parte ancora misterioso, con il volto (abbastanza bruttino) ricoperto da una maschera e il corpo avvolto in 22 abiti di seta di canapa e stretto con 9 nastri dello stesso tessuto.
La donna mostra una pelle ancora morbida e le articolazioni snodabili, conservando, tra l’altro, ciglia e capelli.
La mummificazione è talmente perfetta che si è potuto eseguire l’esame del sangue, risultato A positivo, nonché una esplorazione approfondita su quelle che dovevano essere le sue condizioni di salute, non eccellente.
La marchesa di Dai soffriva di problemi alla schiena, di ipertensione, di arteriosclerosi e, presumibilmente, per non essere stata proprio magrolina, di problemi cardiaci, di diabete, di acciacchi al fegato e di calcolosi.

presa da j-time.ru
viralbuzzmakers.com

Un abbraccio …
– Carla –

L’uomo di Grauballe

Altra mummia di palude di torba (parlo dell’uomo di Tollund) è quella di Grauballe, sempre in Danimarca, che festeggia i 2312 anni.
Datata 290 a.c. venne alla luce il 26 aprile 1952, in uno stato di conservazione tale che si ipotizzò fosse il cadavere di un uomo scomparso nel 1887.
Il decesso, intorno ai 30 anni, non avvenne per cause naturali o una disgrazia ma fu causato da una profonda ferita alla gola, da orecchio a orecchio, in concomitanza a percosse che procurarono fratture al cranio e ad un arto inferiore.
Fu, quasi certamente, giustiziato e le ipotesi fatte sono due:
1- gli effetti di un fungo velenoso, ritrovato nei resti del cibo ingerito pre morte, quali convulsioni, allucinazioni, bruciori nel cavo orale, alle estremità di gambe e braccia, dolori insopportabili e diffusi, portarono le persone a credere fosse posseduto da una pericolosa entità maligna, da rendere inoffensiva con la soppressione del poveretto;
2 – fosse stata portata a termine un’esecuzione, per un reato del quale si era macchiato.
La torba ha protetto i resti mortali, riconsegnando una salma sulla quale si sono potute fare indagini autoptiche importantissime.
L’uomo aveva sofferto di malnutrizione, aveva seri problemi alla colonna ed era carente di calcio.
Esteticamente ha i capelli rossi, tracce di barba, ma ciò che sorprende è la mano, talmente ben conservata da avere le unghie intatte e visibili le impronte digitali.

presa da factinate.com

Buona cena …
– Carla –

L’uomo di Tollund

L’uomo di Tollund è la mummia ritrovata della palude di Nebelgard Fen, nello Jutland, in Danimarca, la cui età si aggira tra 2402 e i 2427 anni.
Vissuto nell’età del ferro, ha una datazione che colloca la sua nascita tra il 445 e 420 a.c. e la morte, tra i 30 e 40 anni, in un intervallo di tempo che va dal 405 al 380 a.c.
L’uomo, ritrovato il 6 maggio 1950, morì impiccato, probabilmente sacrificato alla Dea della Fertilità e in precedenza stordito con un fungo allucinogeno (furono rinvenute tracce nello stomaco).
Da ragazzina ho avuto modo di vederlo, durante uno dei viaggi culturali con la famiglia e vi assicuro che le immagini caricate in rete non rendono.
Riposa per l’eternità in una posizione quasi fetale, indossa uno strano copricapo a cappuccio, sotto il quale si intravedono i capelli, è visibile la traccia della barba e la corda attorno al collo.
A tradirlo è il colorito bruno, simile al cuoio, ma per il resto sembra deceduto ieri, i lineamenti, nei dettagli, sono intatti e sembra dorma.

Oggi è possibile ammirarlo nel museo di Silkeborg, Danimarca.

presa da amusingplanet.com

Buona serata …
– Carla –

La isla de las munecas

Nei canali di Xochimilco, a sud di Città del Messico, si trova un’isoletta denominata “la isla de las munecas”, l’isola delle bambole.
Un luogo dalla vegetazione e fauna multicolore, spettacolare, divenuto, a causa del suo vecchio proprietario, Juliàn Santana Barrera, a dir poco macabro.
L’uomo, contadino sulla cinquantina, stanco della vita che conduceva, abbandonò tutto, famiglia compresa, per trasferirsi, stabilmente, su di essa ed affrontare un cammino da eremita.
Si narra, ma non esistono fonti capaci di confermarlo, che Juliàn fu testimone di un accadimento che non riuscì ad evitare, l’annegamento di una bimba.
Segnato nell’anima, profondamente sconvolto, alcuni giorni più tardi vide qualcosa che galleggiava a pelo d’acqua e nel recuperarlo appurò che si trattava di una bambola.
Non è dato sapere per quale ragione si convinse che fosse appartenuta alla piccola, così, la appese bene in vista, di modo che la sua anima  potesse notarla.
Perso il lume della ragione (a mio parere non esiste altra spiegazione plausibile), sicuramente, si persuase che quello strano rituale potesse tenere lontano il suo spirito, forse, in collera per non averla salvata o desiderosa di prendere possesso dell’isolotto, quale nuova dimora, mettendo in piedi, nel corso degli anni, una collezione raccapricciante.
Bambole di diversa fattura e colori, pescate in acqua, raccolte dai rifiuti o nei luoghi più assurdi, vestite o denudate, sporche, spettinate, deturpate e mutilate, impiccate, incastrate tra i rami, inchiodate, gettate al suolo a pezzi e alla rinfusa, sono divenute l’attuale museo dell’orrore a cielo aperto.
Juliàn morì nel 2001, d’infarto, nello stesso punto in cui la fantomatica bimba aveva perso la vita anni prima.

presa da brividihorror.it

Buon pomeriggio …
– Carla –