Volontariato

Lavoro = Denaro
Volontariato = Ricchezza Assoluta
Non tutte le attività vengono svolte dietro compenso, alcune rappresentano “doni” che una manciata (non esattamente esigua) di persone distribuiscono generosamente, per il bisogno di ricucire gli strappi di un tessuto sociale logoro, di avvicinare un malato o chi versa in condizioni di disagio e portare una folata di normalità. Mamma, fin da bambini, a me e ai miei fratelli, ha inoculato il desiderio di esserci, continuativamente, per gli altri (pelosi, piumati … compresi), un rispetto per una condizione fortunata, la nostra, che non dovesse mai essere emarginazione o differenza ma spirito di condivisione e fratellanza. Siamo cresciuti così, all’ombra dell’altruismo che non si aspetta qualcosa in cambio, che nel cogliere un sorriso vede illuminarsi la parte più vera della vita. Figli, diversi, nell’aspetto e nel carattere, legati dagli stessi pensieri di riconoscenza e senso di sazietà dell’animo a fine giornata. Mamma e Papà (suo insostituibile sostenitore) sono stati, e non smettono di esserlo, esempio e fonte d’ispirazione per intraprendere, sempre, nuove “camminate”.

Ogni goccia di cuore ricada, come pioggia, sul destino di chi l’ha donata, variandolo in meglio.

NB: Il mio discorso, se vivessimo in un paese “civile”, non escluderebbe nessuno, assolutamente nessuno … L’Italia non lo è, al contrario è la vergogna d’Europa, un luogo in cui il pane viene strappato di bocca ai propri “figli” per perpetrare un buonismo che non può permettersi. Tirando la linea, in prima fila, sempre e comunque, ma per il vicino di casa che ha perso il lavoro, per la pensionata che conta i centesimi, per chi supplica correttezza e lo fa con rara dignità.  “Puoi mai invitare ospiti a cena, sapendo che in frigorifero piangono due pomodori grinzosi e una mozzarella in scadenza?”.
– Carla –

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Su Para & sa Mongia

Caro William (Shakespeare)
come direbbe Pippo Baudio … – Il primo dramma amoroso, l’ho inventato io! – non io “Carla” (mai oserei accostarmi alla tua persona e alla tua raffinata genialità letteraria), io “Isola”, io “Sardegna” … Giulietta & Romeo? Si, si, un capolavoro, un immenso capolavoro, ma si parla del 1594/96, io ti ho preceduto e di moooolto: III millennio A.C.! Nei pressi di una sottile lingua di terra, che unisce il resto dell’isola a Sant’Antico, in un’area pianeggiante, a ridosso dello stagno di S. Caterina, dimorano i protagonisti della mia tragica storia d’amore, “Su Para & sa Mongia” (Il Prete e la Monaca), un Lui e una Lei che hanno fatto scoprire, a “Padre Ralph de Bricassart & Maggie Cleary”, il gusto dell’autentico peccato. Alto 3 metri lui e 2 lei, stanno là, distanziati di appena 6, a fissarsi, persi in un sentimento puro e nel contempo torbido, che li unirà finché la natura non li renderà polvere. Ai due monoliti in trachite, menhir denominati “perdas fittas” (pietre conficcate) e in questo caso “perdas longas” (pietre lunghe, o alte), è associata una narrazione sentimentale rara nel suo genere. I due giovani, entrambi votati al Signore, innamorandosi l’uno dell’altra e venendo meno alla loro promessa di fede, intimoriti dalla sicura condanna di coloro che gli avrebbero giudicati, fuggirono, cercando di raggiungere la via del mare. Dio, infuriato, decise di tramutarli in pietre, in un punto preciso, ben visibile ai passanti, affinché divenissero monito per tutti. Romanticamente, è consolante credere che il loro amore fosse tanto forte da impietosire il destino, che li volle uniti per sempre, davanti al mare, vicini ma impossibilitati a sfiorarsi. In realtà, al di là di qualunque suggestione poetica, pare che ad essi fossero collegati riti di fecondità, data la forma fallica e le incisioni di simboli femminili, e che tra il 3200 e il 2800 A.C. nei dintorni sorgesse un villaggio.
– Carla –
PS: Per chi fosse curioso di scoprire Prete e Monaca, basta digitare il titolo del post e google offre diverse immagini.

Bene/Male

Quando qualcuno mi chiede – Perché Credi? – rispondo che ho ricevuto il Dono della Fede e la smorzo lì perché, molto spesso, in quella domanda risuona una sorta di derisione, come se credere fosse segno di debolezza o demenza. In realtà, una parte di me, quando legge, negli occhi di chi lo domanda, una sana invidia, vorrebbe essere esaustiva, condividere pensieri e convinzioni che non nascono dal nulla. Quanto mi appresto a scrivere è tutto vero, per niente romanzato, ed è ciò che ho tastato con mano e che non riporto per sentito dire. “Credo” perché ho visto e udito il lato oscuro del vivere, non da “posseduta”, intendiamoci, ma come diretta spettatrice, in due occasioni. Al fine di evitare d’infrangere la privacy delle persone coinvolte, chiamerò Samuele il prete, Ludovica la bambina e Martino il ragazzo. Attraversavo uno dei momenti più cupi della mia vita e l’affidarmi alle cure del Signore, sentendo il crescere dell’amore nei suoi confronti, rappresentava una reale consolazione. Nel silenzio della chiesa ritrovavo la pace e nella preghiera un  anestetico senza pari. Giungevo in anticipo, riuscendo ad isolarmi per una manciata di minuti, prima della condivisione del rosario e la celebrazione della messa. Questa abitudine mi dava modo di incontrare sempre le solite persone (con alcune non scambiavo più di un accenno di sorriso, un gesto di educazione) tra cui Martino. Lo sguardo basso, le mani giunte e non una parola, un atteggiamento che non cambiava mai di una virgola, fino al giorno in cui lo udii parlare, con voce roca, e in una lingua che non riuscivo a decifrare. S’avvicinò e, questa volta in italiano, mi chiese di poter conferire, al posto mio, con Don Samuele. Rumori sinistri, lamenti rabbiosi, un tono di voce furibondo e poi Martino che andava via rasserenato e il Don che s’accomodava la tonaca e rimetteva in ordine una stanza messa pesantemente a soqquadro.  Martino, negli attimi in cui il maligno lo tormentava, riusciva ad esprimersi con quel che non conosceva (il latino), sfidando Cristo attraverso il suo servo. In un’altra occasione, a fine celebrazione, quando eravamo rimasti davvero in pochi, circa una decina, dalla sacrestia ci chiamò una signora che partecipava, costantemente, al rosario, invitandoci a raggiungerla per una preghiera collettiva. Mai avrei creduto di assistere ad un esorcismo, di star chiusa, per un tempo indefinito, in una saletta dove Ludovica (di non più di 4/5 anni), alle prime righe di una lettura per la liberazione (in latino) avrebbe compiuto gesti impensabili. Si irrigidì, tirò la testa indietro, oltre il bordo della seduta, iniziando ad emettere gli stessi versi minacciosi, riconducibili a Martino, inveì contro il Don, s’alzo e nulla poté ricondurla a sedere. Un esserino minuto riusciva a sollevare una pesante scrivania di legno, col piano in marmo, a brandire una croce col piedistallo (che io stessa spostavo a fatica) come fosse di polistirolo, a prendere Don Samuele per un braccio e spostarlo come un fantoccio pieno d’aria. Restai scossa, non solo per quello strano duello verbale tra i due, ma anche per quella forza erculea e perché, tra tutti i presenti, nell’andarsene, serenissima, pareva aver preso di mira proprio me. Mi sferrò, con violenza e a tradimento, un calcio nello stinco, sollevando poi il viso, in cerca del mio sguardo, con impresso un sorriso inquietante. – Non ho paura di te! – le dissi, sentendo le parole di Don Samuele che stava alle mie spalle – Provoca chi ha una fede salda, ma stai tranquilla, in una casa piena non entra un nuovo inquilino … – La incontrai, ancora, sotto l’anta aperta del portone principale e, dopo avermi tirata per un lembo della maglia, mi fissò, un’altra volta, voltando gli occhi all’indietro, mostrando due biglie di un colore tremendo, tra il grigio chiaro e il celestino pallido. “Credo” perché la vita offre tutto e il contrario di tutto, il bianco & nero, il giorno & la notte, la gioia & il dolore, l’odio & l’amore … e “quello”, ciò a cui non so dare un nome adeguato, ben definito, ma che è l’opposto del Bene, con cui Dio tiene in salute il mio cuore, il Male.
– Carla –

E vaaaaiiii di saaaardooo …

La mia fissa per i calendari è nata qualche anno fa, quando mi ero intestardita con lo scoprire l’età di Gesù nel momento della crocifissione, certa che 33 fosse un dato scelto dall’uomo, storicamente, infatti, ne aveva 36/38, calcolo effettuato valutando il conteggio dei mesi e giorni dell’epoca.  Ficcanasando, come mio solito, sono venuta a conoscenza che, anticamente, il calendario sardo non iniziava a Gennaio ma a Settembre, in concomitanza con l’avvio dei lavori nei campi. Data la mia ignoranza (il sardo vero e completo non lo conoscono tutti, me compresa), sono andata a cercare i mesi dell’anno, le stagioni e i giorni della settimana (sola cosa che conoscevo).

MESIS DE S’ANNU: Gennàrgiu, Friargiu, Martzu, Abrili, Maju, Làmpadas, Treulas, il Austu, Cabudanni, Santuaini, Onniasantu, Nadali. 

STASONIS: BERANU (Primavera), STADIALI (Estate), ANTÒNGIU (Autunno), IERRU (Inverno).

DIIS DE SA CIDA (giorni della settimana): Lunis, Martis, Mercuris, Giòbia, Cenàbarra, Sabudu, Domìniga. 

… e per finire, la filastrocca sui giorni che compongono i mesi, certa che anche in Trentino sapranno tradurla.

Cantu diis dònnia mesi

Cabudanni e Abrili tenit trinta diis, commenti Lampadas e Onniasantu gei du scis, cun bintotu ‘nda scetti unu, totu is àterus tenit trintunu.

– Carla –

LIVORNO

Una piaga in più sul cuore straziato di un paese a cui si domanda di chiamare fatalità la negligenza, a cui s’impone di fare l’abitudine alla sofferenza prevedibile e non arginata, a cui si chiede di rialzarsi perdonando chi l’ha messo in ginocchio … BASTA!!!
Non si può morire come topi in trappola, nel 2017, addormentarsi pregando di poter rivedere il sole sorgere il giorno dopo.
Un abbraccio ad un’altra città messa in ginocchio, con l’amara consolazione che non sarà l’ultima.

Ciao piccolo Filippo …

 – Carla –

Ciao “Ragazza Rossetto”

Alcune persone entrano nella nostra vita senza saperlo, ne fanno parte “quotidianamente” (o quasi), con tutte le sfumature che le contraddistinguono, regalando uno spaccato del loro mondo o, comunque, d’animo, racchiusi in un pugno di minuti. Ragazza Rossetto, varcava la soglia della mia realtà indossando (spessissimo) un rossetto “rosso”, accendendo le luci con un sorriso “vero”, portandosi appresso uno zaino nel quale infilava una mano e, di volta in volta, tirava fuori qualcosa di divertente. Non affrontava tematiche filosofiche, eppure, nel raccontare situazioni nelle quali si potevano scorgere “pezzi di noi”, quella parte nascosta e bizzarra, quanti sono scivolati in una riflessione? Valentina, questo era il suo nome, era allegria, follia, bontà e, soprattutto, genuinità, quella che non di rado la vita imbastardisce. I suoi video, strampalati, erano un appuntamento, una sana scivolata in un torrente di relax, un “angolino serale” che mi mancherà non poco. Le persone “speciali” che, attraverso YouTube, diventano “amici”, quasi mai sanno di esserlo, se non per un like dietro l’altro o perché inciampano in un commento gradito (e in qualcuno sgradevole che sprizza cattiveria gratuita, ingiustificata), al quale legano una breve risposta o un cuoricino. Ragazza Rossetto si è meritata ogni grammo del mio affetto e per lei non ci sono abbastanza “grazie”, per tutte le volte in cui mi ha tirata su di morale o mi ha fatta ridere di cuore.

Voglio ricordarla così, solare e, come diceva lei, trash …
https://youtu.be/Q_MCVZ_lHHw
https://youtu.be/abk7igZ_WyA
… invitandovi ad iscrivervi al suo canale, per conoscerla e donarle un abbraccio che, bucando le nuvole, la raggiunga.
Ciao “Angelo Biondo”, ti custodirò in un angolo del cuore.
– Carla –