Nessun Miracolo!

“Il legno marcio non può essere scolpito!”, recita un proverbio cinese e Dio solo sa quanto sia veritiero. Un dato poco consolante, NO? Di positivo c’è che alla fine, dopo essersi pelati le mani e fusi il cervello, nel tentativo di dare grazia a ciò che è informe, giunge il famoso “lampo di genio” ed appare inequivocabile che, per parecchie tristi realtà, si può solo sperare in un miracolo. Da ragazza, conobbi un “legno” per il quale la possibilità di un prodigio era assai remota, in concreto, impossibile! Non ho idea di che fine abbia fatto e, in tutta sincerità, non m’importa … da quel ceppo, che s’atteggiava a materiale di prima qualità, a parer mio, nessuno avrebbe potuto o potrebbe, ammesso sia ancora in circolazione, ricavare niente di grazioso. Cucire toppe colorate sugli strappi, li occulta ma non li cancella, sfinirsi per rendere confortevole il percorso di talune persone, non ottenendo il più piccolo risultato, equivale a tentare di riempire una caraffa senza fondo che mai sarà piena. È pur vero che lo scopo si raggiunge solamente trovando dei punti d’accordo, almeno provandoci, e non certo rincorrendo e agganciandosi con le unghie alla pretesa di viver sentenziando. Piacere a tutti è utopia, dato di fatto che non ho mai perso di vista, nemmeno da bambina, ma è di così vitale importanza? Conta il poter garantire armonia ed equilibrio alla propria coscienza, la certezza d’aver dato il massimo a dispetto delle tante difficoltà. Il legno marcio, trattato da pregiato, ha dato origine a più d’un pezzo d’arredamento, dal gusto soggettivo, apprezzato o disdegnato, voluto fortemente o accantonato, ma chiunque ne possiede uno, se non mente a se stesso, sa che è solo questione di tempo e un nulla lo ridurrà polvere. Un torrente di emozioni e una scorta inesauribile d’affetto da donare, oggi come allora, m’impediscono di gettare petali di me in un secchione!

Carla

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Offrire? Ricevere?

Offrire? Ricevere?

L’altruista è certamente fautore del primo stile di vita, l’egoista pronto a sposare, integralmente, il secondo che, senza alcun dispendio d’energie, mette a disposizione tutto ciò che rende piacevole il quotidiano. È fuor di dubbio che il poter avere ciò piace possa essere una ghiotta tentazione, ma che mestizia! Cibarsi, senza ritegno, d’ogni golosità a portata di mano, appaga di sicuro la carne e lo spirito? L’animo che posto ha nella nostra scala dei valori? Che significato sappiamo attribuire all’essere piuttosto che all’avere? Chi riesce a provare gioia nel mettersi a disposizione del prossimo e riconosce nel semplice sorriso una ricompensa di gran valore è forse un folle? Già sento la moltitudine che urla “E’ PAZZO … E’ PAZZO!”. In verità non lo è, proprio per niente, è una splendida perla naturale che, nella collana cha adorna il collo del mondo, spicca più delle altre e che, solo un vero intenditore, non confonderebbe mai con scialbe imitazioni. Io appartengo alla categoria “svitati”, non v’è dubbio, e forse la mia condizione di pazza, senza speranza, mi porta a gioire con poco, a sentire un piacevole ribollire, difficile da spiegare, tutte le volte che riesco a donare un qualcosa che chi riceve sente importante. La magia, la favola, il fine stesso dell’esistenza umana è forse il prodigarsi, il non domandare, lo stupirsi nell’incrociare altri individui affetti da “follia” che, con estrema naturalezza, riempiono il nostro sacco vuoto, figure che pur diverse nell’aspetto sono la nostra immagine riflessa su uno specchio!

Carla

Tutto & Subito

Schiavi dell’impazienza, ossessionati dall’idea di raggiungere in tempi ridottissimi gli obiettivi prefissati, di non finire tra la folla di sfigati, senza speranza alcuna di successo, inconsapevoli vittime della smania di arrivare “primi”. Cronometrando anche il più piccolo respiro, che pare togliere velocità alla gara, si corre. Si gareggia, portando addosso la disperazione di chi teme di assaporare la sconfitta. I giorni diventano ostacoli, da sormontare senza esitazione, e il mondo si trasforma nella giuria che darà un voto ad ogni nostra prestazione. Si corre senza fiato e un solo pensiero, quello di superare chi è primo. TUTTO & SUBITO il senso della vita?

Carla

Quanto ci conosciamo?

“Non è la morte che mi fa paura,

ma una vita senza novità,

nessuno guarda mai la sua parte oscura

ed è per questo che a volte

ci conosciamo a metà … /

/ … e se il futuro ci sta aspettando,

sarebbe già questa una novità,

speriamo di non essere in ritardo,

e che il futuro come il resto

non sia passato già …”

Sono due frammenti di una canzone che adoro: “Tutto quello che so” di Luca Barbarossa, motivo di riflessione in questo periodo un po’ altalenante in cui, causa lutti e considerazioni sulla fragilità della vita, non mi sento né cielo né terra! Non temo la vita in se stessa, fatta di tappe obbligatorie, identiche per tutti, non correggibili con ricchezze, conoscenze altolocate o altro, ho il terrore, misto al disgusto, per l’assenza di novità che portino ossigeno, per l’eventuale presenza, incombente, di un’aria tossica che conduce a morte lenta e certa. Chi può affermare di conoscersi totalmente? Chi attraversa senza indugi la sua parte oscura, nel tentativo di portarvi la luce? Poche persone, credo, se non altro perché chi si conosce a 360°, soffre per le proprie debolezze … nessuno, di fatto, è dispensato da vulnerabilità! Ignorare quel che rende fragili, d’altra parte, è spaventosamente comodo e garantisce le debite distanze dalle amarezze! Il futuro mi sta aspettando e, pur desiderando il contrario, bisognosa di una pausa “cerotto”, sono in perfetto orario. Vorrei trovare un “angelo” fuori della mia porta, un fedele compagno di viaggio capace di non farmi dimenticare il tepore di un sorriso …

Ciao zio Elia … Ciao zio Fausto … vegliate su di noi! Vi voglio bene.

Carla

“Impiccione per piacere” … il mio Buon Natale x voi!

Vi regalo, legato alla coda di un “sincero augurio di festività serene”, un racconto che si classificò 7° al primo concorso Comici Spaventati Scrittori.

 

“Ma pensate ai fatti vostri!”. Vorrei gridarlo, abbandonandomi all’isteria, tutte le volte che  divento, mio malgrado, la “Missione Compassionevole” con la quale le amiche pensano di collezionare qualche bollino in più della demente raccolta punti per l’ingresso in Paradiso. Mi mordo la lingua e sto zitta. Eh, certo! Le “Crocerossine dell’amore” non s’intromettono perché non hanno nulla di meglio da fare, NO, lo fanno solamente perché spezza il cuore il vedermi sola, come un paio di calzini, ancora nuovi, ma scompagnati. “Ma chi vi ha chiesto niente!”. Delle mie amiche storiche, quelle che non si scelgono ma sono parte dei cimeli dell’asilo e che ti restano addosso  gradite come le cicatrici di una caduta, Tina, Rina e Rosamaria, che menzionate in questo ordine fanno pensare alle tre caravelle di Colombo, e viste le ricordano per la stazza, la più tenace è Rosamaria, ribattezzata, affettuosamente, “Dolce Forno”. In sette anni di matrimonio ha sfornato quattro bei marmocchi. C’è chi si abitua a portare gli occhiali, chi a fare il braccio di ferro col colesterolo impazzito o, in nome di una forma fisica che allontani l’idea della balena arenata, a tollerare le faticate in palestra, chi, come lei,  ad indossare il pancione. Niente da dire, Valfrido, suo marito, è un eccezionale panificatore! Come donnina è niente male, urticante al pari di un pullover d’orbace, non molla la presa finché la vittima della sua illogicità  non si arrende per disperazione. Rina è fidanzata da sempre, e non con lo stesso tipo, perché nessuno si rivela mai alla sua altezza. L’amore, visto dalla sua prospettiva, è un po’ come l’influenza, la becca una volta l’anno, la smaltisce a letto, e le passa in fretta. Nel presentarci la nuova conquista, assicura, senza eccezione, che è la volta buona, che sarà lui il compagno per la vita e, puntualmente, quasi si portasse rogna da sola, l’incantesimo si spezza e al principe, tornato rospo, regala un biglietto, sola andata, per un famoso paese che nessuno vorrebbe mai andare a vedere. Tina, cervellotica del gruppo, è una accanita sostenitrice del calcolo delle probabilità e dell’ottimizzazione del tempo, insomma, una rompi palle mimetizzata da intellettuale, la cui vicinanza prolungata fa desiderare l’eutanasia. Ha sposato Nils, un ginecologo norvegese, che ha i suoi ritmi cerebrali e la medesima inclinazione a frantumare i fratelli dei paesi bassi. Il loro rapporto non conosce scossoni, spianato più del tavoliere delle puglie, è il prodotto di un’esasperante pianificazione, dove gli incontri intimi hanno scadenza bimestrale, ai quali accompagnano una reciproca valutazione sulla performance , e l’elemento sorpresa è una figura aliena, conosciuta solo per sentito dire. Il loro bimbo, Aronne, non è stato concepito per tentativi, come avviene per qualsiasi coppia “normale”, ma in seguito ad un’elaborata previsione con la quale, il seminatore del freddo, aveva enormi possibilità di colpire e lasciare il segno, un po’ come Zorro. A rotazione, con la stessa leggerezza di uno schiacciasassi, hanno cercato di appiopparmi ogni maschio disponibile del loro parentado,  risparmiandomi  il nonno di Tina e non per questioni anagrafiche, visto che pur di accasarmi non buttano via niente, quanto perché, dopo un ictus e con un enfisema polmonare, per la cariatide potevo essere fatale. “E al mio stomaco ci pensa qualcuno?”. OK, dicono che sono di bocca buona, per le pietanze però e, in ogni caso, nessuno mi ha ancora vista fare il doppio salto mortale, all’indietro, per il pane raffermo. Non ho mai preteso un Adone, sia chiaro, ma chiedermi di accontentarmi di un habitué della rianimazione, mi pare veramente troppo! Ho quarantadue anni e, al momento, mi sento distante dall’imbalsamazione, non credo d’essere già scivolata nella fascia delle “disperate”, potenziale acquirente dell’uomo in saldo o, peggio ancora, della malinconica giacenza di magazzino. Le eccentriche comari, esaurite le scorte umane più facilmente reperibili, i parenti, personaggi pittoreschi come il cugino Calogero, infermiere palermitano con l’hobby culinario, al quale devo il riacutizzarsi della colite, o lo zio Reinar, giovanile imprenditore di Belluno, survivor dei figli dei fiori e loro mito, si sono fiondate sugli amici dei compagni e su qualsiasi individuo con ancora un’attività respiratoria. Dovrei aver imparato a difendermi dalle loro fregature, a sentire l’avvicinarsi dei cataclismi, prima di venirne travolta, macché,  sono un caso senza speranza! Dall’ultima rarità, Miro, che potrei definire un libro dalla copertina, in pelle, finemente rilegata e con le pagine sciacquate in candeggina, fuggo ancora. Bello & Impossibile? Magari! Avrei sentito il ribollire di un sano istinto primordiale: la Caccia. Ma quale ribollire? Ma quale istinto? Solamente la vera essenza della noia e l’ebbrezza che da una sanguisuga appesa alla giugulare.  So tutto io! Oh quanto sono perfetto! Tutte mi vogliono e nessuna mi merita! Miro? Mira ad altezza umana, forse qualcosa la rimedi! Potrei mettere un annuncio: A.A.A. Cercasi encefalo maschile non necessariamente accompagnato da muscolatura esagerata. In fin dei conti l’amore è una bizzarra alchimia: nasce nella testa, prima di stabilirsi nel cuore.

Carla

Che stress!!!

Mancano pochi giorni a Natale ma lo “stress” delle feste mi ha sdraiata in anticipo. L’incubo più grande sono i REGALI, fatti quasi per dovere, quelli che fanno ammattire, legati all’esasperato evitare di comprare cose che poi finiranno cestinate, riciclate e qualche volta rivendute. Il massimo è quando te le ripropongono, l’anno dopo, proprio coloro che le hanno ricevute e non lo ricordano! Gli “arrivi” non sono poi una sorte migliore e possono essere in grado di procurare effetti urticanti degni di nota … Chi non ha mai ricevuto, almeno una volta, un super cestino di viveri? Il contenuto, che occupa un volume pazzesco e non si mangia neanche con la canna di un fucile puntato alla tempia, nuoce gravemente alla salute: torroni di marmo e caramelle gelatinose per la gioia dei dentisti, confettini alle erbe alpine che lasciano in bocca il sapore di una brucata, liquori che solo per inalazione non fanno superare l’alcool test e, meraviglia delle meraviglie, lo zampone con il suo benefico concentrato di grasso. Niente cibo? Si salvi chi può!!! L’abbigliamento è la variante del castigo natalizio ed offre delle incredibili sfumature che vanno dal “pre-pensione” al “metti in mostra quel che hai o non ti s’accatta nessuno!”, che si è costretti ad indossare, almeno una volta, in segno di gradimento, pregando di non essere visti da nessun conoscente. E i piccoli elettrodomestici? Tostapane, frullatore, spremiagrumi … carini, si si, ma inutili quando si possiedono già! Disperazione!!! L’idea di una bancarella per scaricarli al miglior offerente, insieme a quelli che si sono accatastati nel ripostiglio, nel corso dei vari compleanni, anniversari e festività, si fa irresistibile. Il regalo di Natale dovrebbe essere un “pensiero” che, al di là del valore economico, possa far capire, a chi lo riceve, che conosciamo la profondità dei suoi pensieri, la grandezza della sua sensibilità e i colori dei sentieri nei quali cammina …

Nel mio caso, un dono gradito è, senza ombra di dubbio, un libro!

Carla

Amore per gli “Animali”.

“Animali” è un termine che non amo, dal suono decisamente antipatico, se riferito ai miei affetti a quattro zampe, preferisco definirli “Amici” che parlano una lingua diversa dalla mia, meravigliose creature che non sempre hanno la fortuna di nascere per vivere un’esistenza felice, attorniate da vero amore. Cani & Gatti sono, fra tutti, i più presenti nelle nostre case, quelli che più si adattano all’atmosfera familiare e, senza dubbio, i più “sfigati” quando padroni sconsiderati decidono per loro, senza un briciolo d’umanità, una sorte ignobile. Il bel gattone, che da cuccioletto dormiva sul divano, inteneriva per le dimensioni ridotte e gli occhietti vispetti che, seguendo il consiglio di amici o del veterinario, è stato sterilizzato, finisce, se ha fortuna, nel cortile di casa. TESTE DI RAPA! Avete la più pallida idea di quelle che sono le sue capacità di adattarsi? Scarsissime giacché tra le mura domestiche ha esigenze limitate alle coccole, alla sua igiene e al cibo, di sicuro non è abituato alle intemperie e quel che è peggio, da micio “sessualmente modificato” non possiede più l’indole da “guerriero”, trasformandosi nel “sacco” per allenamenti di tutti i suoi simili. In tempi ristretti si ridurrà ad un “cosetto” magro, con la pelliccia tutta strappata, ricoperto da graffi infetti e morsi profondi, che al 90% gli regalerà la rogna. MA BRAVI, COMPLIMENTI VIVISSIMI! E il cane? Ricordo, parecchi anni fa, la moda dei cuccioletti del film “La carica dei 101”, si faceva a gara per regalarne uno al proprio bambino! Quanti di loro crescendo, nella migliore delle ipotesi, sono stati scaricati a terzi o crudelmente abbandonati al loro destino, lontani decine di km da casa, in aperta campagna, in riva al mare o sul bordo di una strada, ad attendere morte sicura? Adottare un cucciolo non è un gioco, è un gesto che cambia le nostre abitudini e che, conseguentemente, non va mai fatto d’impulso ma con la consapevolezza di mantener fede all’impegno preso. La domanda “CHI E’ IL VERO ANIMALE?” in alcuni casi trova nell’immediato il SOGGETTO! I canili pullulano di “personcine” desiderose di amore e pronte a morire per ricambiare ogni nostra carineria e nei rifugi per gatti si trovano micini per tutti i gusti che, contrariamente a quel che si crede, non sono opportunisti e traditori ma capaci di conquistarsi un posto speciale nel nostro cuore.

Una carezza al mio Cirillo che, se esiste un posto in Paradiso anche per loro, rincontrerò sulla soglia.

Carla