Sognando di restare chiusa dentro …

… una panetteria o una pasticceria!!! Ebbene si, al momento il mio sogno proibito è questo, essere presa in ostaggio da 4 mura che profumino di pizzette bianche o al pomodoro e mozzarella, di pane integrale o ai cinque cereali e che trasudino vaniglia, pistacchio, cannella, pasta di mandorle, creme d’ogni sorta e cioccolata a catinelle. Non sono impazzita, ho solo FAME, una fame che muoio in lacrime! Non mi sono trasferita nemmeno sotto un ponte, tranquilli, nessuno di voi dovrà mandarmi coperte e scorte alimentari, ho solo ponderato di sottopormi ad una dieta in cui credo e che ha ben poco a che fare con il desiderio di disconoscere il lato b (che tende a non rispettare i confini fissati) quanto con la salute. Parlo della dieta del Dottor Valter Longo, la “Mima-digiuno” che, fatta periodicamente, resetta l’organismo. Simulare il digiuno, perché s’ingerisce quel poco per stare in piedi, al fine non di essere belli ma sani, è qualcosa che, a parer mio, va sperimentato, ciò non toglie che oggi è il secondo giorno e dividere 750 calorie (ieri erano 1000) in due pasti è una bella sfida con se stessi. M’incoraggio ripetendomi che dovrò tener duro fino a venerdì e che sabato, giorno in cui non è che partirà una ingozzata storia di tutto ciò che desidero nei momentacci di sconforto, potrò ritornare ai giusti quantitativi e smettere di sentirmi erbivora. Eh, già, scordavo di specificare che il menù non contempla nulla di diverso dalla verdura (cotta o cruda, condita con olio extra vergine di oliva) e che gli unici sfizi sono le olive e le noci. Le cosine bollite e mollicce non mi sono mai piaciute (sembra la confessione di una assatanata) quindi vi lascio immaginare che goduria intensa banchettare con quel che resta. Insomma, dopo la prima notte trascorsa in bianco, ad ascoltare il mio corpo che implorava un po’ di dolce, temo la seconda e quelle che verranno. La disperazione mi suggerisce che il mio uomo ideale, e si accettano inviti, è un panificatore o un pasticcere, vanno bene pure di 3° – 4° mano, purché abbastanza in forze per confezionare … HO FAME e IL MIO CERVELLO E’ IN PAPPA PER CARENZA DI ZUCCHERO! Sfoghi a parte, qualcuno di voi l’ha sperimentata o lo farà? Sarei curiosa di sapere del vostro post dieta …
– Carla –

 

 

Piglio, incarto e porto a casa!!!

Dentro ogni donna (o quasi, come sottolineano i fatti di cronaca) s’aggira una madre, una “cacciatrice” di affetto, desiderosa di abbracciarlo e restituirlo centuplicato. L’impossibilità di donare nuova vita non farà di chi ne sarà investita un ramo sterile, piccole mani, infatti, sapranno versare gocce di cuore, quel bene che, proprio come accadde a S. Rita con l’arbusto di vite secca, compie il miracolo. Nella mia vita sono transitati diversi bambini, oggi adulti, altri ci passeggiano ancora, facendomi assaporare la felicità che nasce nel sentirsi amati per quel che si è e non per ciò che si rappresenta. Una parola, una frase, un piccolo gesto e sulle pareti dell’anima ecco che resta una traccia indelebile, qualcosa che si accarezza volentieri, rinnovandone l’indiscutibile magia. La spontaneità dei piccoli sorprende, intenerisce, disegna sorrisi e strappa risate di rara bellezza. Nei giorni scorsi la loro innocenza è scivolata tra gli argomenti di conversazione, portando alla luce aneddoti stretti in un unico grande nodo, che non ha né passato né presente e vive di solo futuro, l’amore. Mi sono sentita dire dalle cose più dolci alle più strane, passando dalla commozione stretta tra i denti al divertimento più genuino. Ho 29 anni e Jess 4, i suoi meravigliosi genitori mi hanno invitata a cena, lei saltella per casa, sparisce per un po’ e poi si ripresenta, porgendomi, come fosse un dono che solo io posso apprezzare, un salvaslip spacchettato – Tienilo tu, io ho provato a volarci ma non funziona! – Alè! Carla non pilota di “linea” ma di “Lines”. Sono passati più di 10 anni e una bambina, che porterò nel cuore fino alla fine dei miei giorni e con la quale ho condiviso davvero tanto, mi dice (sicura di esternare un bene-ammirazione sconfinato) – Sei nata dentro una cozza, tua mamma ti ha trovata passeggiando sul mare! – Un modo originale di darmi della perla, no? Nello stesso periodo mi capita di conoscere una coppia molto carina e la loro bambina di 5 anni. Rapita, sto ascoltando la mamma quando sento una manina minutissima scivolare dentro la mia. La piccolina mi fa cenno di chinarmi perché ha qualcosa da dirmi in segreto, l’accontento e mi sussurra in un orecchio – Sei quella dell’albero azzurro vero? – Non mi da il tempo di spiegarle che non è così che, quasi piangendo, incalza – Te lo giuro, non lo dico a nessuno, ti ho riconosciuta, sei tu! – Non me ne sono resa conto ma sono stata anche la “Strega Varana”. Negli ultimi anni il cucciolotto che vedo più spesso batte ogni record di capacità di sciogliermi il cuore. Ale mi ha conquistata, immediatamente, per la volontà di esternare i sentimenti senza mai filtrarli, per pensieri profondissimi che una creatura a 3-4 anni non sa elaborare, per la determinazione ad intrecciare solo rapporti che sente sinceri. La prima volta che l’ho visto, al mare, nel risvegliarsi solo con me, impaurito mi ha domandato – Mi posso fidare? – E’ bastato un sorriso, offrirgli, per puro caso, la sua merendina preferita e una bottiglina di acqua frizzante, parlarci come si fa con un amico di vecchia data che, due ore dopo, mi faceva notare di avere gli occhi “veddini” (verdini), dei “mobbidi” capelli biondi ed una moto grande (di suo padre) che mi avrebbe prestato per uscirci insieme. Che dire? Buongustaio già da piccino! Ah, ah, ah, ah … Siamo poi passati al grande onore di poter mangiare nel suo piatto personale (di Ben Ten), al diventare una delle 2 donne più belle dell’universo (insieme a sua madre che è sul serio una bella ragazza a cui somiglia esageratamente), a spugna di tutte le sue ansie che chiama “robe di cuore”. Il suo ultimo”regalo” risale allo scorso agosto, durante un pomeriggio in cui stavamo, vicini-vicini, sul mio telo mare a coccolarci e ridere. Sua madre, mentre tentava di frenare la vivacità del fratellino vulcanico e dei suoi due cuginetti, calmini quanto lui, si è abbandonata ad una considerazione – Mi ci vedi con 4 figlioli? – Alla mia risposta – Uno lo prendo io che non ne ho nemmeno 1/2 … – immediatamente mi è piovuto addosso un abbraccio dolcissimo e un’offerta a cui, fosse realizzabile, non saprei resistere – Adotta me se vuoi essere felice! – Essere posta sullo stesso piano della sua mamma e del suo papà, che lo amano alla follia e che lui adora con lo stesso slancio, equivale a sentirsi chiamare “Mamma” … con la voce dell’anima. Nel bene e … solo nel bene, piglio, incarto e porto a casa!!!
– Carla –

Avrei … non avrei …

Gli “Avrei … non avrei …” voluto, dovuto, sperato … e quanto altro il pensiero e l’animo possono suggerire, ho la certezza tappezzino l’esistenza umana. Quadri malinconici, perché solo di questo si tratta, che espongono i chiaroscuri del rimpianto e della collera e che, di tanto in tanto, abbandonano la soffitta per scalare le pareti del quotidiano. La polvere che ne “imbelletta” le cornici demodé diventa inavvertibile e, come se la vista sprigionasse eccezionali poteri, solamente, quel che ritraggono si fa chiaro come non mai. Si esibisce il patentino del “perfetto cretino” e, ciò che è peggio, si è consci di farlo, eppure si tira dritto, quasi l’esigenza di metter ordine tra le sensazioni, una volta per tutte, avesse la meglio. Non cambierà nulla, è palese, le tele torneranno in soffitta e con loro l’ingombro degli “avrei” che, concretamente, non hanno più alcun peso, con una parte di noi che si guarderà, periodicamente, alle spalle scongiurandone la ricompensa. Scorrendo l’archivio della memoria, e non dite che non è così … non mentite … la collezione di ognuno di noi è di tutto rispetto, dalla scemata appesa ad una risata, alla via imboccata per ingenuità o con leggerezza, traiettorie ci hanno sottratto tempo prezioso o mutato, significativamente, il corso delle cose.

“Avrei voluto … avere occhi tra i pensieri e non sul cuore!”

–  Carla –

“Passata è la tempesta …

… odo augelli far festa …. Ricordate “La quiete dopo la tempesta” di Giacomo Leopardi? Bene, dopo mesi di ansia ingestibile e di pareri attesi come aria per non smettere di vivere, mi sento come davanti al vociare della vita che rincomincia a scorrere, difesa da un cielo che riacquista calore e i colori del sereno. Alla mia età non è insolito avere genitori avanti negli anni, alle prese con acciacchi di poco conto o problematiche ben più serie, avvertire il disperato bisogno di prendere a calci tempo e natura, affinché frenino la loro avanzata, nel rispetto dei nostri sentimenti e di una logica assente: si è figli anche a 80 anni e, umanamente, si spera di esserlo, a pieno titolo, con una madre (o un padre) diventata mamma anticipatamente. Nell’avvertire sofferenza, la frase “mamma mia che dolore!” non la dice solo il bambino, è un’esclamazione dell’animo, senza età. Non mi rendo conto d’aver iniziato il periodo di “stagionatura” quando guardo i miei genitori, nel rifiuto più totale della vecchiaia che copre le loro spalle, scorgendo sempre quell’energia che, ora, trasla dal corpo allo spirito. Mamma e papà non sono eterni, lo so bene, ma non lo voglio sentire, perché quelle parole lacerano il cuore, creando un buco nero, un vuoto che non saprei amministrare. Il terrore provato lunedì mattina ha avuto la peggio, stroncato dalla forza di una madre che, lo ammette con candore, dal suo vocabolario ha depennato la parola “arrendersi” e dalla capacità dei medici, che hanno fatto di un momento delicato un intervento banale (mia madre è cardiopatica e senza farmaci non riesce a tenere fluidificato il sangue, in parole stringate è un soggetto a rischio se sottoposta ad anestesia). Sono felice da impazzire nel vedere la gioia che danza nei suoi grandi occhi neri, della conferma che non ha nessuna intenzione di smettere di fare la “mamma isola” in cui trovare sempre riparo e conforto. Non sarò mai madre, il minimo che il destino mi potrà restituire è fare la figlia, il più a lungo possibile, non vi pare?
– Carla –

Tempo & Cuore

Al tempo, da sempre, si domanda di prendersi cura delle nostre sventure, di traghettarle lontano e di inabissarle, sottraendole alle grinfie della memoria. Si reclama, quasi fosse sua unica prerogativa e non di chi le veste, il prodigio di una rapida e indolore rimozione … Irrealizzabile fare lo scrub al cuore, levigarlo fino a costringerlo a condonare il dolore! Il tempo insegna, null’altro, spalancando le porte alla pazienza, alla comprensione, alla conoscenza di vicoli in ombra che chi potranno percorrere senza il soccorso di una fonte di luce esterna, alla rivelazione di una comunicazione, esclusiva, tra lui e l’anima. La sofferenza gioca a nascondino, lo sa bene chi ci ha battuto contro … e, malauguratamente, non si consuma …
ormesabbia
– Carla –

Non ho nulla da vendere … chiedo!

È la mia città, la amo, probabilmente con quell’attaccamento morboso che, affettuosamente, si attribuisce al sardo, per l’umiltà con cui cerca di restare a galla e mantenersi dignitosa, nonostante la povertà e disperazione in cui versa il Sulcis (e l’intera isola), per quel suo sorriso malinconico che chiede soltanto un mezzo di riscatto … la amo e basta! Osservarla mentre, giorno dopo giorno, le addossano nuove difficoltà che non può gestire, e non per mancanza di volontà quanto di risorse materiali, mi devasta, soffocando anche l’ultimo conato di rabbia, cedendo il passo ad una accettazione che si trascina dietro solamente le sfumature acide di una inevitabile agonia. L’impensabile, ciò che credevo sconfitto dal passato o il prodotto di un sogno oppressivo, ha preso corpo, affacciandosi ad una realtà che non riconosco e che temo impedirà il ripristino di una, seppur fragile, normalità. Mi guardo attorno e nel perdermi in sguardi disincantati leggo i miei stessi pensieri, scorgendo il crescere della distanza tra me (noi) e chi non vuole guardare in questa direzione. È fastidioso vedere i risultati di scelte superficiali e infelici, ammettere d’essere egoisti ed incapaci, lo so, ma è quanto è accaduto e sembra destinato a ripetersi.
mendicante
Volutamente ho scattato la fotografia che vedete (nascondendo il volto), per tenere accesi i riflettori su una piaga che dilaga, tra l’altro prevedibilissima in una Italia in cui la fame ha preso fissa dimora. Generosità? Amore per fratelli bisognosi di un tetto e del “pane”? Il sogno, realizzabile, di un futuro sereno in una terra “straniera”? Una gran bella facciata, un biglietto da visita per dichiarare una identità diversa da quella autentica! Dall’alto arriva l’eco di voci che, sfacciatamente, spargono il contenuto delle nostre tasche e cedono spazi vitali che ci appartengono, senza domandare opinioni o il consenso. Ricordate il ragazzo che rovistava tra i rifiuti in cerca di cibo? Accattonare, con un cappellino in mano, è un’altra terrificante pagina che nessuno di noi vorrebbe avvicinare o scorre a cuor leggero. Non si può, non si deve, per rispetto del nostro popolo, delle sue richieste d’aiuto ignorate, impilare, come nulla fosse, fame su fame. Regalare illusioni, a chi arriva, è disumano, un gioco al massacro in cui soccombono solo i giocatori e non chi detta le regole, una vigliaccata nei confronti di chi ha radici e vede assottigliarsi una serenità labile, costruita in una vita.
– Carla –