Ciao Michele …

La tua anima, sulle ali leggere di un aquilone, troverà la rotta della Vita Eterna, le note e le parole che, dissolte in polvere d’Amore, pioveranno sui pensieri di chi ti ama, concedendo l’umana consolazione …
Dio ti riserverà il palco più bello, chiedendoti di scrivere ed intonare un arrivederci.

Ciao Michele …
Serena notte
– Carla –

Muri

I muri, raramente, rappresentano un ostacolo studiato, innalzato per non essere raggiunti, per diventare invisibili o per nascondersi, il più delle volte nascono dal voler affrontare un’arrampicata, dall’esigenza di raggiungere un punto, privilegiato, di osservazione.
Non limitano e non sono scudo perché chi li osserva, accanto a sé, se lo volesse, saprebbe come valicarli e, probabilmente, è solo non interessato a farlo.
Oltre, potrebbe non aver abbandonato o smarrito nulla di appassionante o affascinante da infilare nello zaino-viaggio verso il futuro.
– Carla –

A stasera …

Non sono pronta!

La giornata volge al termine e per me si conclude con un lungo pianto liberatorio …
Stamani sono stata svegliata da un vocale di mia sorella:
– Siamo in ospedale, mamma ha qualcosa che non va, forse, un’emorragia interna che non si comprende da dove parte … –
89 anni, un bouquet di patologie che Dio solo sa, il periodo storico che innalza barricate sanitarie senza precedenti ed ecco la combinazione che stende, come un pugno sferrato in pieno volto, una persona ansiosa come me, robusta come un foglio di carta velina, quando le toccano l’incolumità dei suoi affetti.
Ore trascorse sotto il sole, a braccetto con la solitudine, davanti all’ingresso della struttura ospedaliera, in un via vai di passi che non trovavano pace, con gli occhi puntati sullo schermo del cellulare in attesa che qualcuno, dall’interno, mi fornisse notizie.
Altri momenti a casa di mio padre, con i miei fratelli, poi, da sola, a casa mia, senza riuscire a sapere quali esami clinici o visite stavano eseguendo su mamma, senza conoscere, nemmeno, il risultato del tampone di rito (nonostante le due vaccinazioni), effettuato in ingresso.
I pensieri, terrificanti, si sono rincorsi …
Stava male per una reazione vaccinale?
Si stava affacciando una nuova patologia?
Si aggravavano quelle esistenti?
Nulla di tutto questo … non ho ben chiaro cosa le sia accaduto, lo capirò domani quando sarà dimessa!
Leggere un messaggio WhatsApp di mio fratello, mi ha fatta crollare, spegnendo la tensione:
– Sono riuscito a sapere che tutti i controlli non hanno evidenziato nulla di grave, è andata bene, anche questa volta! –
Ho 55 anni, mamma non è una giovincella (e lo metto in conto), malgrado ciò, non riesco a non sentire il mondo che si spegne al solo pensiero di perderla …
Non sono pronta a fare a meno di lei, a rinunciare al suo sorriso, a ridere quando s’incarta o non ricorda perfettamente le cose e si diverte, alle sue richieste d’affetto che, quanto prima, accontenterò.
“Dammi un bacio, figlia mia!” … spero non me lo debba più chiedere, perché potrò farlo di mia iniziativa.
Vado a dormire, mi sento come se avessi corso per 100 km senza alcuna sosta.
Serena notte …
– Carla –

Murales Ollolai

“Chissà che aspetto ha la sala d’attesa della Vita Eterna, chissà quanto dovrò restare in coda e cosa risponderò quando mi verrà chiesto di motivare ciò che ho sbagliato.
Qualche –Non ricordo-, dei –Non ho agito con l’intento di ferire– , dei –Non me ne rendevo conto– e lo sguardo rivolto a chi regge in mano una cartella, quella con l’elenco dei passeggeri in attesa di completare il viaggio.
Eh sì, probabilmente, non saprò resistere e invece di aspettare l’ennesima domanda, aprirò bocca per chiedere qualcosa che mi preme –Sono già arrivati? Ora dove stanno?
Perché non importa la destinazione finale, quando il non doverla dividere, per sempre, con personaggi che l’inferno lo hanno imbastito in terra e, forse, non sono degni nemmeno di quello”.
Serena notte …
– Carla –

I miei nonni

Aver citato il matrimonio tradizionale sulcitano, mi ha fatto ritornare in mente mia nonna materna e la bellissima storia d’amore che il destino le ha dato modo di vivere.
A dire il vero, tutti i miei nonni hanno ricevuto il dono di una felicità matrimoniale autentica (i nonni paterni li ho raccontati in – La “lettera” -), che non ha strappato dal cuore, di chi è rimasto in vita, un sentimento destinato a rifiorire, rigoglioso, oltre questa nostra dimensione.
La mamma di mia madre resterà figlia unica, primogenita e desiderata, da due ragazzi innamoratissimi.
È il 1897, una neo mamma muore nel regalare la vita alla sua bambina, una stella inizia a brillare e una si spegne, lasciando un giovane uomo nella disperazione, ma determinato a crescerla non facendole mancare nulla.
È fortunato, lavora e possiede dei beni, insieme sapranno farsi coraggio, sostenersi, nel ricordo di una donna generosa e amorevole.
La vita non sempre sorride e, non mi è dato sapere in che modo, nel 1899, lui la raggiunge, lasciando la piccolina in balia di un percorso amaro, privo anche di una minima affettività domestica, dei sogni che ogni bimba e ragazzina ha diritto di fare, delle piccole gioie che rincorre ogni giovane donna.
È uno zio ad accoglierla, in un freddo nucleo familiare, a gestirle quanto possiede, ad impossessarsene, indebitamente, non restituendole mai ciò che le appartiene per diritto, per successione ereditaria.
Le offre vitto e alloggio, che si ripaga, ampiamente, fin da bambina, nella trattoria dei suoi sfruttatori.
Cucina, serve ai tavoli, pulisce e quando occorre svolge mansioni pesanti, da uomo, finendo anche per essere mandata a pescare ciò che verrà servito agli avventori.
Elisa cresce, non possiede nulla, se non l’infinita tristezza che le avvizzisce l’anima, è un bene che respira, lavora tanto, tace e costa un nulla.
È bella, altissima, magra e forte, ha lunghi capelli neri, raccolti in una treccia che ciondola sulla sua schiena dritta, e grandissimi occhi scuri, malinconici, immobili, come le sue labbra che non sorridono mai.
Tutti i giorni, a pranzo, si presenta un ragazzo, ha qualche anno più di lei, è piccolo di statura, biondo come le spighe di grano maturo e con sinceri occhi azzurro cielo ma, soprattutto, è sempre cortese e quando le rivolge parola mostra una dolcezza che le è sconosciuta.
Sbocciano timidi sorrisi, sguardi più espliciti di tante parole e, finalmente, Antonio si sbilancia, lanciandosi con indosso solo il paracadute della follia.
Al pasto quotidiano, un giorno, segue una frase diretta e coraggiosa – Vuoi diventare mia moglie? –
Lui è povero, possiede solo il cuore da offrirle e la volontà per sopportare i sacrifici più grandi per farla sentire una regina, anche senza il regno delle favole.
La risposta è, ovviamente, positiva, o Carla potrebbe trascinarla tra queste pagine.
È trascorso un anno dalle loro nozze, nonna ha appena 19 anni, quando nasce il primo di 9 figli, due dei quali verranno a mancare in tenera età, unendoli ancor di più nel dolore.
Sono creature desiderate, quali espressione del loro amarsi e, mai, incidenti di percorso!
Sono giovani, lavorano duro, lei nel laboratorio chimico minerario, lui nei campi, uniti a tal punto da sentirsi ricchi con niente.
Sono due corpi stretti in una sola anima, tra loro esiste parità assoluta, libertà, notevole per i tempi, e un rispetto profondo.
Antonio arriva ad assisterla, da solo, come farebbe la migliore delle ostetriche, ogni volta che bussa una nuova vita e lei mostra la grinta e l’indipendenza di un uomo.
Insieme sfidano il mondo, sapendo che se uno cadrà non conoscerà l’abbandono!
Nonno s’ammala, peggiora, il ricovero, nell’ospedale, dove lavora mia mamma, è inevitabile.
Mamma è in attesa ed è tangibile la verità che suo padre non conoscerà mia sorellina.
È l’ultimo giorno della vita di Antonio, Elisa lo ha visto poche ore prima, quando chiede di vedere la figlia, per domandarle di riportare la moglie al suo capezzale, pregandola di portare con sé la sua fede nuziale.
È un duplicato, che mia madre ha comprato loro col primo stipendio, perché l’originale Mussolini la sacrificò per la patria, ma per loro è un simbolo perduto e, inaspettatamente, ritrovato.
Restano soli, lui è allo stremo, lei un fuscello travolto dalla più dura delle tempeste, mentre le loro mani si accarezzano e gli occhi si giurano amore eterno.
Elisa infila la fede in quella mano stanca e Antonio spira, volando insieme a quella promessa.
È il febbraio del 1969 e nonna attenderà, serena, l’11 settembre 1977 per tornare tra le sue amate braccia, per sempre.
Solo per un uomo così, per uomini che SANNO AMARE, che non sanno vederti sfiorire, vale la pena di spalancare la porta del cuore.
Buon pomeriggio … a stasera!
– Carla –

Matrimonio Mauritano

Detto anche Sa Coia Maurreddina, il Matrimonio Mauritano è un antico rito, caratteristico del popolo sulcitano, che si svolge a Santadi (SU) la prima domenica di agosto.
In tutta l’isola esistono altre due celebrazioni similari, Sa CojaAntiga Cerexina di Selargius (CA) e S’Antigulsposongiu di Busachi (OR).
Etimologicamente il nome è dato dai sulcitani, Maurreddinus, discendenti dal popolo della romana Mauritania, invasori di terre sarde nel VI secolo d.C.
Si ipotizza possa derivare anche da Meurra, ovvero, Merlo, pennuto dal colore scuro che richiama l’incarnato degli isolani.
Celebrato, secondo rito Cattolico Apostolico Romano, nel piccolo centro sulcitano in quanto, in passato, luogo di rilievo ecclesiale, perché presente una delle due Cappellanie del Sulcis, dove il Cappellano celebrava questa unione dalle caratteristiche rurali.
La prima edizione, a sfondo religioso-cultuale, si svolge nel mese di giugno del 1968 per toccare, anno dopo anno, il traguardo attuale.
I preparativi sono lunghi, meticolosi (nel rispetto, inviolabile, della tradizione) e partono dall’allestimento dei due carri, Is Traccas, sui quali si sposteranno gli sposi.
Trainati dai buoi, saranno addobbati con arazzi e tappeti realizzati al telaio, abbelliti con spighe di grano, rami di mirto e fiori di diversa specie e colori.
Sul carro della sposa prenderanno posto lei, i suoi genitori e i testimoni, sull’altro lui e famiglia.
La Vestizione è un altro passaggio di vitale importanza e vede i futuri coniugi venire abbigliati con i costumi tradizionali del luogo, ciascuno in seno alla famiglia d’origine.
Chi ha la possibilità di sostenere una spesa non trascurabile, vedrà indossare l’abito tipico anche dai congiunti più stretti.
Sarà lo sposo a recarsi presso l’abitazione della sua amata per poi spostarsi, con i due mezzi dedicati, accompagnati dal corteo nuziale, composto da parenti amici, paesani e gruppi folkloristici, giunti da tutta l’isola, vestiti con il loro costume tradizionale.
Nella piazza più grande del paese, su un palco montato per l’occasione, davanti a tutti i cittadini, si svolgerà la celebrazione.
Altro rito, irrinunciabile, è la benedizione delle nozze, attraverso la grazia, Sa Gratzia, dispensata dalle madri ai loro figli.
Inginocchiati, su un cuscino bianco, la madre della sposa benedirà sua figlia, offrendole dell’acqua da bere, e poi il genero, stessi gesti verranno ripetuti dall’altra madre, posando sul capo dei ragazzi una manciata di un curioso mix, contenuto in un piatto che verrà spaccato sul selciato, per ultimo, per scaramanzia.
Si tratta di grano, di petali di rosa, di sale e di monetine, ad augurare nella loro vita a due la presenza di abbondanza, di felicità, di ricchezza e di saggezza.
Scambiate le promesse, i coniugi offriranno a tutti i presenti il pane degli sposi, riservandosi poi di sottrarsi alla folla il tempo per festeggiare, privatamente, con amici e parenti, ricomparendo a tarda sera, per i balli e canti dei gruppi folk, il taglio della torta e l’offerta, a tutti, di dolci e vini santadesi.
Serena notte …
– Carla –

“55”

Sai che il Covid ti costringerà a festeggiare il compleanno da sola, sai che non ci sarà nulla da condividere, poi, ti arriva a casa una mini torta e realizzi che chi ti ama ti pensa, comunque, e cerca un modo per farti sentire la sua presenza.
Mia sorella e mio cognato sanno come farmi piangere …
Serena notte …

– Carla –

Tandalò

Il borgo di Tandalò è un altro frammento di storia sarda che vale la pena di raccontare …
Sorto nella prima metà dell’800, raggruppava solo 19 casette, realizzate con pietre allo stato grezzo e coperture di legno e cotto.
I carbonai toscani, in quel periodo, abbattendo gli alberi dei boschi nei dintorni, riuscivano ad ottenere il carbone, ma per farlo necessitavano di mano d’opera locale, di lavoranti che non avessero grandi problemi di spostamenti.
Il piccolissimo centro nacque così, non distante dai paesi di Oschiri e Buddusò (SS), per ospitare, stabilmente, famiglie di cabonai e, nel contempo, di allevatori.
Percorrendo una strada sterrata, era possibile raggiungerlo, giungendo in una graziosa piazza, abbellita da due querce secolari, trovare l’edificio scolastico elementare, che si componeva di due sole aule, e la piccola Chiesa di San Giuseppe, costruita tra il 1930 e il 1931.
Vi risiedevano tra le 100- 120 persone, con il picco massimo di 130 tra il 1920 e il 1930, prima del totale abbandono nel 1970.
Del villaggio restano i ruderi della scuola, qualche edificio pericolante, oggetti di uso quotidiano lasciati all’incuria del tempo e solo qualcuno restaurato, da chi ne è entrato in regolare possesso e ne usufruisce come casa vacanza.
La sua presenza è visibile in lontananza, per una croce che svetta su un grosso masso granitico, nei pressi della struttura religiosa.
Si racconta che Tandalò non fosse il primo insediamento, ma Letione o Tettione , che per faide insanabili, tra due famiglie, scomparve.
Buona serata … a più tardi per leggere le vostre pagine!
– Carla –

Le Pandemie del passato

Lo so cosa state pensando …
In un periodo pandemico (e nemmeno in fase “buona”) guardi l’evoluzione delle pandemie passate?
Eh SI, sono sadica e il sapere come si sono risolte le “sfighe” che hanno piagato l’umanità, mi rassicura.
Accantonando, solo per una manciata di minuti, il “Nostro” panorama che vede (nel mondo) quasi 144 milioni di persone coinvolte e più di 3 milioni di deceduti, immaginiamo di fare un viaggio nel tempo e di guardare in volto i mali che hanno sfidato l’uomo e che, seppur con dolore, sono stati ricacciati nel buio.
È il 1981 quando compare il virus HIV, di probabile origine animale e che si propaga, da un individuo all’altro, attraverso i fluidi corporei.
Distrugge i globuli bianchi e i linfociti CD4, lasciando, il corpo che lo ospita, indifeso davanti all’aggressione di qualsiasi altra malattia, trasformandosi, quando lo stadio è avanzato, in AIDS, che rende fiammelle nella tempesta, anche davanti all’infezione più banale.
Il non potergli dare un volto, l’avere ignorato la sua aggressività, in principio, finché non arrivano in soccorso gli antiretrovirali, falcia 25 milioni di vite.
Sul finire del 1968 il pianeta viene travolto da un’influenza, denominata di Hong Kong, che dalla Cina si diffonde, rapidamente, in Vietnam, a Singapore, in India, nelle Filippine, in Australia, in Europa e negli Stati Uniti.
Nel 1969 tocca anche il Giappone, l’Africa e il Sud America.
Sono 6 settimane di confusione, durante le quali le persone vivono questa pesantissima influenza, che dura dai 4 ai 15 giorni, senza sapere come porvi freno, con una stimata mortalità che oscilla da 1 a 4 milioni di esseri umani.
Un decennio prima, nel 1957, qualcosa di simile si era già sviluppato, in Asia Orientale.
Si tratta dell’influenza Asiatica, un virus che compromette la capacità respiratoria, rivelandosi letale per chi è affetto da patologie croniche e non è più giovanissimo.
Si propaga a macchia d’olio a Singapore, ad Hong Kong, sulle coste degli Stati Uniti e in Europa, dove, il Regno Unito ha la peggio.
Si contano da 1 a 4 milioni di decessi, interrotti per l’arrivo del vaccino, scoperto a Londra.
Continuando a percorrere il viale della storia, tra il 1918 e il 1920, s’incontra l’influenza Spagnola, chiamata così perché menzionata, per la prima volta, dai giornalisti spagnoli.
La prima guerra mondiale sta per concludersi e le truppe statunitensi, con gli spostamenti su tutto il territorio mondiale, diventano il veicolo di trasmissione.
Vengono infettate da 30 a 50 milioni di persone, forse il doppio, e il 20% di loro non sopravvive.
Il virus non scomparirà ma sarà tollerato per lo svilupparsi dell’immunità collettiva.
Il vaiolo è il virus che ha attraversato il mondo, ciclicamente, nel corso dei secoli, arrivando ad ipotizzare che esista da sempre.
Nel nostro Paese, con la vaccinazione obbligatoria, è stato debellato all’inizio degli anni 80, con un ultimo caso accertato, a livello mondiale, in Somalia nel 1977.
Il suo tasso di mortalità era del 30% dei colpiti.
Alla comparsa di macchie, seguivano ulcere, bolle che ricoprivano totalmente il corpo, in particolare il volto, sfigurando in maniera, quasi sempre, permanente.
Il nostro Paese, in caso di ricomparsa, custodisce 5 milioni di dosi di vaccino da replicare.
Tra il 1346 e il 1353 in Asia Centrale si sviluppa la più estesa ed aggressiva pandemia del passato, la Peste Nera.
Muore il 60-65% degli abitanti della Penisola Iberica, in tutta Europa coinvolge 80 milioni di individui, 50 milioni non sopravvivono.
In Italia viene dimezzata la popolazione toscana.
È un virus che non ha preferenze anagrafiche o attua valutazioni di salute, non risparmia nessuno, regalando bubboni dolorosi sotto le ascelle, nell’inguine e nel collo, manifestandosi con evidenti chiazze scure.
Il vaccino giunge grazie al medico, ricercatore, Alexandre Yersin, svizzero, nel 1895.
Devastante al suo pari é la precedente, 541- 542, la Peste di Giustiniano, con gli stessi sintomi.
Dall’Impero romano d’Oriente, Egitto Occidentale, si spande lungo il mediterraneo, con gli sbarchi nei vari porti commerciali, mettendo, in 4 mesi, in ginocchio i luoghi colpiti, con circa 16 mila decessi al giorno.
Abbiamo visitato l’Inferno, più di una volta, ed abbiamo sempre trovato l’uscita.
Il vaccino è efficace, non lo è, nessuno può rispondere tirando fuori la verità da una tasca.
Esiste l’incognita e il disperato desiderio di riconquistare la vita …
Facciamo quel poco che aiuta, anche se ci è venuto a noia:
detergiamo le mani,
usiamo la mascherina,
rispettiamo i colori assegnati,
evitiamo gli assembramenti.
Nessuno è immune e soltanto correndo nella stessa direzione tra le fiamme non ci brucerà più alcuno.
Buona cena …
– Carla –

Esplosione d’Amore

Ho sempre pensato che una “Mamma di Cuore
non vale meno di una “Mamma di Pancia
(è solo meno fortunata)
e questo “Angelo”, dagli occhi pieni di “Amore”,
è la conferma!

Il mio cuore blindato è possibile possa sciogliersi per un Padre,
attraverso suo/a Figlio/a
PS: Posso, almeno, sperare nella la gioia di diventare “Nonna di Cuore”?
Buon pomeriggio …
– Carla –

Manoscritto Voynich

Scritto in una lingua romanza scomparsa, il Manoscritto Voynich, che deve il suo nome al mercante di libri Wilfrid Voynich e che lo acquistò nel 1912 dai gesuiti del Collegio di Villa Mondragone a Frascati, è attualmente custodito nella Biblioteca di Beinecke dell’Università di Yale.
La risoluzione di un enigma, durato decenni, si deve a Gerard Cheshire, uno studioso dell’Università di Bristol, in grado di tradurlo integralmente e in maniera esaustiva.
Una datazione al radiocarbonio, del 2011, conferma l’ipotesi che sia stato redatto tra il 1404 e il 1438 e che, presumibilmente, fosse una sorta di enciclopedia, voluta da Maria di Castiglia, Regina di Aragona, e realizzata da una monaca domenicana del convento affiliato al castello aragonese di Ischia.
In pergamena di vitello, in formato 16x22x5 centimetri, che originariamente si componeva di 116 pagine, 14 delle quali mancano all’appello, è suddiviso in capitoli e descrive, con simboli sconosciuti, una punteggiatura in lettere e abbreviazioni latine, diversi argomenti.
– Parte “botanica”, con 113 disegni di piante a noi sconosciute.
– Parte “astronomica” o “astrologica”, con 25 diagrammi che sembrano indicare le costellazioni.
– Parte “biologica”, con rappresentazioni femminili nude e immerse, fino al ginocchio, in vasche di liquidi di colore scuro.
– Un “foglio ripiegato” in 6 parti, dove sono riprodotti 6 medaglioni con disegni che ricordano stelle, cellule, raggiere di petali e fasci di serpentine.
– Parte “farmacologica”, con ampolle e fiale simili a quelle presenti nelle farmacie storiche ed erbe che si presumono essere state indicate per scopi curativi.
Nella sua totalità può definirsi una raccolta di rimedi erboristici, di trattamenti terapeutici e, più in generale, di consigli benessere, nonché, una lettura astrologica approfondita.
Nella metà del 400 nasceva l’antenato, cartaceo, di Wikipedia!
Buona cena …
– Carla –

Rebeccu

Rebeccu è un borgo medioevale sardo, uno dei tanti paesi fantasma d’Italia, dal 1875 frazione del comune di Bonorva a Sassari.
Il nome, scomposto, Re Beccu, che significa Re Vecchio, lo deve ad una vecchia leggenda.
Nel periodo giudale godeva di una certa rilevanza nel centro di Meilogu, perché feudo del regno di Arborea e, nel 1300, in quanto residenza del Curatore e capoluogo della Curatoria di Costa de Addes.
Il numero degli abitanti, all’epoca, non superava le 400 unità, destinate a calare, drasticamente, per l’invasione e l’incendio voluto da Rambaldo di Corbera e per pestilenze e carestie successive.
Nel 1485 lo popolavano 280 persone, nel 600 solo 27 nuclei familiari, nell’800 non più di 150 anime, nel 1950 solamente 6 e nel 2007 lo abbandonava l’ultimo superstite, insieme ai suoi inseparabili gatti.
Ma torniamo alla leggenda del Re Vecchio!
Si narra che una maledizione, “delle 30 case”, lo portò a spopolarsi e che fosse stata lanciata dalla Principessa Donoria (o Doriana), figlia del Re.
Rinnegato il suo promesso sposo, per volere dei residenti, che la ritenevano una strega, fu allontanata, legata a dorso di mulo, nel voltarsi, satolla di rabbia, lanciò fiamme che svilupparono un incendio devastante.
Il padre, ancora giovane e forte, per il dolore si tramutò in un vecchio e la negatività, che in lui albergava, andò a contaminare l’acqua benefica della sorgente del luogo, Su Lumarzu, privandola del magico potere.
Una leggenda diversa, meno romanzata, vede in quel luogo il castello, andato distrutto, dove la bella Eleonora di Arborea convolò a nozze con Brancaleone Doria.
Attualmente restaurato, almeno in parte, Rebeccu, dove cresce rigogliosa la menta, spandendo il suo piacevole profumo, ha trovato nuova vita, ospitando ristoranti tipici ed eventi culturali.
Buona serata …
– Carla –

Twin Flame

“Fiamma Gemella” è una espressione che ho sentito molte volte, per indicare una condizione “sentimentale” molto particolare.
Viene definita, per quel che ho potuto trovare, una energia che vibra ad una frequenza più alta rispetto a quella mentale, emozionale o fisica, una sorta di specchio che ci riflette.
La sua vicinanza è magnetizzante, quasi avesse sempre fatto parte della realtà che appartiene all’altro/a, modificandone, in maniera significativa, il consueto modo di recepire le parole o analizzare i fatti.
Le convinzioni più radicate vacillano, come se la spiritualità prevalesse e riuscisse ad illuminare, a giorno, anche gli angoli più bui dell’essere, con un benessere superiore all’importanza data alla conoscenza sessuale fine a se stessa.
L’appagamento fisico, infatti, è presente anche se esiste una distanza materiale e nel momento in cui si concretizza, realmente, genera quella che viene chiamata “bolla d’amore”, ovvero un’estasi totalitaria, mai sperimentata, scevra da freni inibitori e in grado di incenerire il passato.
Fin dal principio è forte la sensazione di conoscersi profondamente e la capacità di saper condividere, in una sintonia perfetta, le positività o negatività, riuscendo ad apportare valore nel mondo dell’altro/a, un sostegno importante.
L’effetto “bolla”, tuttavia, può trasformarsi, quando non si riesce a reggere il carico di livelli energetici elevati, in discussioni, litigi e chiusura.
In base a questi elementi (abbastanza confusi, lo ammetto, essendo ignorante sull’argomento) mi sono domandata … – L’ho mai incontrata la Fiamma Gemella? –
Sapete che non sono in grado di rispondere!
A parte le eventuali maschere e la voglia di Oscar cinematografici, probabilmente, sono solo capace di suggerirmi cosa dovrei valutare “mio” se scoperto in un altro.
Non sarebbe, sicuramente, l’attrazione sessuale a palla, quanto quella emotiva e mentale, che ti mostra l’altro/a senza età, meravigliosamente attraente e seducente a 20 come a 90 anni, che te lo/a fa desiderare visceralmente per qualità che non si svendono in una bancarella.
Belli si nasce, è indubbio, ma onesti, leali e capaci di dare prima di pretendere NO!
Esiste un lavoro, a monte, che sospinto dall’umiltà, lungo il cammino del vivere, insegna ad essere meravigliosi, persone che, incontrate, si rispettano e coccolano, non smettendo mai di amarle, nel corso di una vita intera.
Buon pomeriggio, a più tardi …
– Carla –

Guerra ai peli

L’estate, almeno a “casa” mia, non si è fermata a bussare alla porta, l’ha abbattuta, e noi donne, poco propense ad esibire l’allevamento invernale di peli e pelurietta, abbiamo iniziato ad avvertire l’esigenza di non sembrare le controfigure di un orango a “Il mondo di Quark”.
Falso? Uhmmmm …
Chi non ha un “Lui” e non è avvezza a “ballar la samba” con ballerini occasionali, beh, la pelliccetta è probabile se la sia tenuta stretta (tiene caldo nei periodi più rigidi), forse, a corrente alternata, accarezzando un blindatissimo letargo.
Oggi, ringraziando tutti gli Dei dell’Olimpo, dalla Dea Lametta, passando per la Dea Ceretta e finendo con il Dio laser, il problema è arginabile, ma in passato?
Quando si è iniziata la “guerra al peletto” e, soprattutto, dove?
Le prime crociate iniziano in Egitto, dove una donna somigliante, anche solo vagamente, a Cita era considerata poco sexy e impura e un uomo, quando ricopriva un ruolo importante, come quello del sacerdote, irrispettoso nei riguardi delle divinità a lui affidate, tant’è che era necessaria una rasatura integrale, capo incluso.
I mezzi utilizzati erano l’abrasione con pietra pomice, il taglio-lama con conchiglie affilate e lo strappo della cera d’api e resina, sulla quale veniva adagiata una stringa di tela.
Cleopatra era solita usare una poltiglia, la nonna della crema depilatoria moderna, aggressiva per la presenza di trisolfuro di arsenico.
Nella Grecia Antica e in età Romana chi non si depilava era considerato un soggetto dalla dubbia igiene personale, così, per le donne essere setose era un vero e proprio vanto estetico, segno di nobiltà, e per gli atleti il magnificare la prestanza fisica durante le competizioni.
Il metodo più conosciuto era la frizione con gusci di noce bollenti.
In Oriente e Arabia, l’antenata della ceretta era un mix di zucchero, succo di limone e acqua, sul quale applicare il tessuto che permetteva lo strappo e il filo che, sfregato sulla parte, epilava.
Quest’ultimo stratagemma non è andato scomparendo, per liberarsi dei baffetti e per rimodellare le sopracciglia.
Nel Medioevo i peli, ricettacolo di piattole, era fondamentale farli sparire e per ovviare era utilizzata la calce viva, con probabili reazioni ustionanti, e una tortura insensata, un ago rovente introdotto nel bulbo pilifero.
In Giappone la parte veniva trattata strofinando pelle di pescecane essiccata.
Fu Caterina de’ Medici, intorno alla metà del 500, ad introdurre una direttiva che proibiva, solo alle donne in gravidanza, la depilazione.
A Jean Pierre Perret si deve l’invenzione del rasoio, nel 1762, che ispirerà la moderna lametta.
Per quanto mi riguarda … siano benedetti i Santi Epilady & Silk-èpil!
Zona “rossa”, pelle liscissima e le pareti di casa che mi fanno un applauso, congratulandosi … mi pare giusto, no?
Buon pomeriggio … a più tardi!!!
– Carla –

Come volevasi dimostrare …

Se metti un’auto nelle mani di un soggetto senza patente, non stupirti se non te la restituirà tutta intera!
Da zona “bianca” a “rossa” senza passare dal via … posso inviperirmi?
Sia chiaro, non con chi ha deciso di ossigenare un ordine mollato ad agonizzare, ma con i decerebrati che al grido di – Liberi tutti – probabilmente si erano convinti che la maglia bianca conferisse immunità e fosse la valida antagonista del vaccino, molto, ma molto più efficace!
Ho guardato, impotente, il volto di un vivere leggero, spensierato, come se il Covid fosse stato solo un brutto sogno, interrotto dall’arrivo dell’alba.
Che cosa avrei potuto fare?
Che cosa avrebbero potuto fare tutte le persone come me, che non ne hanno cannata mezza?
Non mi chiamo Salvo Montalbano e non sono nemmeno Charles Bronson che, al rintocco del coprifuoco, si ritrova i poteri del Giustiziere della notte … e nemmeno loro.
Mi “rode”, non poco, tornare in gabbia, per colpa di chi con le regole ci ha fatto un falò, ha pensato che i confini comunali si fossero dissolti e quindi potesse raggiungere il mare, che stare ammassati, tutti insiemi e allegramente, in un metro quadrato e senza mascherina, non pone a rischio contagio, nooooooo, che il coprifuoco vale per i vigliacchi e non per i volpini, per i quali il virus nutre avversione, ehhhh già!
La terza ondata, ormai, ci ha travolti, grazie IMBECILLI per aver appeso a testa in giù l’inizio dell’estate sull’isola, tanto che importa, siamo ricchi e la nostra maggior entrata non è il turismo.
Buona cena e … perdonate lo sfogo!
– Carla –