Rebeccu

Rebeccu è un borgo medioevale sardo, uno dei tanti paesi fantasma d’Italia, dal 1875 frazione del comune di Bonorva a Sassari.
Il nome, scomposto, Re Beccu, che significa Re Vecchio, lo deve ad una vecchia leggenda.
Nel periodo giudale godeva di una certa rilevanza nel centro di Meilogu, perché feudo del regno di Arborea e, nel 1300, in quanto residenza del Curatore e capoluogo della Curatoria di Costa de Addes.
Il numero degli abitanti, all’epoca, non superava le 400 unità, destinate a calare, drasticamente, per l’invasione e l’incendio voluto da Rambaldo di Corbera e per pestilenze e carestie successive.
Nel 1485 lo popolavano 280 persone, nel 600 solo 27 nuclei familiari, nell’800 non più di 150 anime, nel 1950 solamente 6 e nel 2007 lo abbandonava l’ultimo superstite, insieme ai suoi inseparabili gatti.
Ma torniamo alla leggenda del Re Vecchio!
Si narra che una maledizione, “delle 30 case”, lo portò a spopolarsi e che fosse stata lanciata dalla Principessa Donoria (o Doriana), figlia del Re.
Rinnegato il suo promesso sposo, per volere dei residenti, che la ritenevano una strega, fu allontanata, legata a dorso di mulo, nel voltarsi, satolla di rabbia, lanciò fiamme che svilupparono un incendio devastante.
Il padre, ancora giovane e forte, per il dolore si tramutò in un vecchio e la negatività, che in lui albergava, andò a contaminare l’acqua benefica della sorgente del luogo, Su Lumarzu, privandola del magico potere.
Una leggenda diversa, meno romanzata, vede in quel luogo il castello, andato distrutto, dove la bella Eleonora di Arborea convolò a nozze con Brancaleone Doria.
Attualmente restaurato, almeno in parte, Rebeccu, dove cresce rigogliosa la menta, spandendo il suo piacevole profumo, ha trovato nuova vita, ospitando ristoranti tipici ed eventi culturali.
Buona serata …
– Carla –

Twin Flame

“Fiamma Gemella” è una espressione che ho sentito molte volte, per indicare una condizione “sentimentale” molto particolare.
Viene definita, per quel che ho potuto trovare, una energia che vibra ad una frequenza più alta rispetto a quella mentale, emozionale o fisica, una sorta di specchio che ci riflette.
La sua vicinanza è magnetizzante, quasi avesse sempre fatto parte della realtà che appartiene all’altro/a, modificandone, in maniera significativa, il consueto modo di recepire le parole o analizzare i fatti.
Le convinzioni più radicate vacillano, come se la spiritualità prevalesse e riuscisse ad illuminare, a giorno, anche gli angoli più bui dell’essere, con un benessere superiore all’importanza data alla conoscenza sessuale fine a se stessa.
L’appagamento fisico, infatti, è presente anche se esiste una distanza materiale e nel momento in cui si concretizza, realmente, genera quella che viene chiamata “bolla d’amore”, ovvero un’estasi totalitaria, mai sperimentata, scevra da freni inibitori e in grado di incenerire il passato.
Fin dal principio è forte la sensazione di conoscersi profondamente e la capacità di saper condividere, in una sintonia perfetta, le positività o negatività, riuscendo ad apportare valore nel mondo dell’altro/a, un sostegno importante.
L’effetto “bolla”, tuttavia, può trasformarsi, quando non si riesce a reggere il carico di livelli energetici elevati, in discussioni, litigi e chiusura.
In base a questi elementi (abbastanza confusi, lo ammetto, essendo ignorante sull’argomento) mi sono domandata … – L’ho mai incontrata la Fiamma Gemella? –
Sapete che non sono in grado di rispondere!
A parte le eventuali maschere e la voglia di Oscar cinematografici, probabilmente, sono solo capace di suggerirmi cosa dovrei valutare “mio” se scoperto in un altro.
Non sarebbe, sicuramente, l’attrazione sessuale a palla, quanto quella emotiva e mentale, che ti mostra l’altro/a senza età, meravigliosamente attraente e seducente a 20 come a 90 anni, che te lo/a fa desiderare visceralmente per qualità che non si svendono in una bancarella.
Belli si nasce, è indubbio, ma onesti, leali e capaci di dare prima di pretendere NO!
Esiste un lavoro, a monte, che sospinto dall’umiltà, lungo il cammino del vivere, insegna ad essere meravigliosi, persone che, incontrate, si rispettano e coccolano, non smettendo mai di amarle, nel corso di una vita intera.
Buon pomeriggio, a più tardi …
– Carla –

Guerra ai peli

L’estate, almeno a “casa” mia, non si è fermata a bussare alla porta, l’ha abbattuta, e noi donne, poco propense ad esibire l’allevamento invernale di peli e pelurietta, abbiamo iniziato ad avvertire l’esigenza di non sembrare le controfigure di un orango a “Il mondo di Quark”.
Falso? Uhmmmm …
Chi non ha un “Lui” e non è avvezza a “ballar la samba” con ballerini occasionali, beh, la pelliccetta è probabile se la sia tenuta stretta (tiene caldo nei periodi più rigidi), forse, a corrente alternata, accarezzando un blindatissimo letargo.
Oggi, ringraziando tutti gli Dei dell’Olimpo, dalla Dea Lametta, passando per la Dea Ceretta e finendo con il Dio laser, il problema è arginabile, ma in passato?
Quando si è iniziata la “guerra al peletto” e, soprattutto, dove?
Le prime crociate iniziano in Egitto, dove una donna somigliante, anche solo vagamente, a Cita era considerata poco sexy e impura e un uomo, quando ricopriva un ruolo importante, come quello del sacerdote, irrispettoso nei riguardi delle divinità a lui affidate, tant’è che era necessaria una rasatura integrale, capo incluso.
I mezzi utilizzati erano l’abrasione con pietra pomice, il taglio-lama con conchiglie affilate e lo strappo della cera d’api e resina, sulla quale veniva adagiata una stringa di tela.
Cleopatra era solita usare una poltiglia, la nonna della crema depilatoria moderna, aggressiva per la presenza di trisolfuro di arsenico.
Nella Grecia Antica e in età Romana chi non si depilava era considerato un soggetto dalla dubbia igiene personale, così, per le donne essere setose era un vero e proprio vanto estetico, segno di nobiltà, e per gli atleti il magnificare la prestanza fisica durante le competizioni.
Il metodo più conosciuto era la frizione con gusci di noce bollenti.
In Oriente e Arabia, l’antenata della ceretta era un mix di zucchero, succo di limone e acqua, sul quale applicare il tessuto che permetteva lo strappo e il filo che, sfregato sulla parte, epilava.
Quest’ultimo stratagemma non è andato scomparendo, per liberarsi dei baffetti e per rimodellare le sopracciglia.
Nel Medioevo i peli, ricettacolo di piattole, era fondamentale farli sparire e per ovviare era utilizzata la calce viva, con probabili reazioni ustionanti, e una tortura insensata, un ago rovente introdotto nel bulbo pilifero.
In Giappone la parte veniva trattata strofinando pelle di pescecane essiccata.
Fu Caterina de’ Medici, intorno alla metà del 500, ad introdurre una direttiva che proibiva, solo alle donne in gravidanza, la depilazione.
A Jean Pierre Perret si deve l’invenzione del rasoio, nel 1762, che ispirerà la moderna lametta.
Per quanto mi riguarda … siano benedetti i Santi Epilady & Silk-èpil!
Zona “rossa”, pelle liscissima e le pareti di casa che mi fanno un applauso, congratulandosi … mi pare giusto, no?
Buon pomeriggio … a più tardi!!!
– Carla –

Come volevasi dimostrare …

Se metti un’auto nelle mani di un soggetto senza patente, non stupirti se non te la restituirà tutta intera!
Da zona “bianca” a “rossa” senza passare dal via … posso inviperirmi?
Sia chiaro, non con chi ha deciso di ossigenare un ordine mollato ad agonizzare, ma con i decerebrati che al grido di – Liberi tutti – probabilmente si erano convinti che la maglia bianca conferisse immunità e fosse la valida antagonista del vaccino, molto, ma molto più efficace!
Ho guardato, impotente, il volto di un vivere leggero, spensierato, come se il Covid fosse stato solo un brutto sogno, interrotto dall’arrivo dell’alba.
Che cosa avrei potuto fare?
Che cosa avrebbero potuto fare tutte le persone come me, che non ne hanno cannata mezza?
Non mi chiamo Salvo Montalbano e non sono nemmeno Charles Bronson che, al rintocco del coprifuoco, si ritrova i poteri del Giustiziere della notte … e nemmeno loro.
Mi “rode”, non poco, tornare in gabbia, per colpa di chi con le regole ci ha fatto un falò, ha pensato che i confini comunali si fossero dissolti e quindi potesse raggiungere il mare, che stare ammassati, tutti insiemi e allegramente, in un metro quadrato e senza mascherina, non pone a rischio contagio, nooooooo, che il coprifuoco vale per i vigliacchi e non per i volpini, per i quali il virus nutre avversione, ehhhh già!
La terza ondata, ormai, ci ha travolti, grazie IMBECILLI per aver appeso a testa in giù l’inizio dell’estate sull’isola, tanto che importa, siamo ricchi e la nostra maggior entrata non è il turismo.
Buona cena e … perdonate lo sfogo!
– Carla –

Linda …

… esprimiti per tutti noi, quando la gente:
– non si fa “due forchettate” di cavoli suoi,
– gratta il fondo per ritornar sui suoi passi, rifacendosi alla parabola del “figliol prodigo” che, per inciso, era idiota e non bastardo,
– dispensa consigli non richiesti, bizzarri e discutibili,
– si sente immune dal percorrere sentieri sconnessi e non sa che non sono riservati, può “sbrunchiarci” (per i non sardi, finirci di “brucu”, di musetto, facendosi malino) chiunque,
– ha gli specchi di mogano e l’abilità di proiettare, sugli altri, ciò che la compone e non accetta,
– esibisce la sapienza mai sbocciata, chiamandola esperienza,
– confonde l’empatia con la sensibilità, piangendo per i sassi dentro le sue scarpe e sminuendo quelli che ha caricato in quelle degli altri,
– non impara a leggere la parola Amore neanche se gliela incidono sul cuore!
Accompagnato da una risata, perché Linda riesce sempre a farmi ridere, per la mimica pazzesca e il doppiaggio perfetto, un piccolo saggio di danza …
Buona serata, a più tardi per leggervi!
– Carla –

Il potere dei “ricordi”

Da un anno a questa parte la condivisione “reale” è diventata un lusso, la paura (giustificata) e le direttive che si comprendono solo supportate da parecchia fantasia (spostamenti regionali NO, all’estero SI … mah!), hanno fatto della nostra vita un inno alla solitudine.
È dura per tutti, per chi ha coniuge e prole e deve rinunciare ai nonni (colonne della famiglia), per chi ha un amore lontano e braccia che vorrebbero dire “auguri” al posto delle parole, ma lo è ancor di più per chi vive solo.
Io sono una di quelle persone …
Il Mostro-Covid, se la scorsa Pasqua era una novità che non sapevo come approcciare, che pensavo avrebbe “seccato” l’umanità (uno dietro l’altro) e, nella più positiva delle prospettive, fosse prova per ridimensionarci e ritornare a dare valore ai sentimenti, alla forza della fratellanza, a distanza di un anno è solo una triste presenza.
Mi sono abituata alla mascherina, tanto che senza mi sento nuda, a detergere le mani in continuazione, a non accorciare le distanze, ma non a dare per scontato che un abbraccio e un bacio sono negati.
È stato tremendo, frenare la spinta a prendere in braccio un bambino, ad abbracciare un amico/a, a baciare genitori e fratelli con i quali non convivi.
Il rivedere lo stesso film, brutto, tra l’altro, e senza un finale, mi ha direzionata sul viale dei ricordi …
Pasqua e i nonni, i tre che ho vissuto (il primo è scomparso quando avevo due anni e non lo rammento), casa di nonna Elisa, dove si riunivano i due rami delle nostre famiglie, l’allegria di tavolate numerose, i giochi in giardino, tra i colori dei fiori e il profumo degli alberi da frutta, la spensieratezza che sembrava intoccabile.
I miei genitori erano ragazzi, ironici, innamorati, capaci di trasformare anche il poco in tutto, insegnando che non era importante il luogo, le cose, ma le persone che ci stavano accanto.
I due ragazzi, oggi, sono due anziani, ancora, ironici e innamorati ma aggrappati alla vita con le energie che sentono assottigliarsi e la voglia di resistere.
Offrirei dieci anni di vita, fosse possibile, per una sola settimana di quel tempo lontano, per una felicità che, ora, definisco assoluta.
Domani, la pessima gestione di un problema che c’era, c’è e non si sa quando mollerà la presa, ci terrà lontani, stringendo il bene alla coda di carta di una videochiamata.
Sulla mia strada sono passate tante persone, alcune meravigliose, che hanno deciso di prendere residenza nel mio cuore, portando gioia che non scade, altre di “autentica merda” (e questa volta ci sta tutta), capaci di sporcare e devastare, meritando un calcio verso l’uscita, ma, tra tutte nessuna è mia madre e mio padre, anime nobili fino all’ultima cellula.
Il miracolo dell’Uomo che sconfigge la morte e regala la vita eterna a tutti noi, spero abbia portato nel Sepolcro questo “male bastardo” e ricordi di far rotolare il masso, lasciandolo all’interno, prima di tornare tra noi.
A ciascuno di voi auguro il meglio e lascio un alberello di felicità, sul quale vedere spuntare sempre nuove foglie …
Serena notte …
– Carla –

Oltre la Fede

Che io sia una persona credente non è un mistero, che il Figlio di Dio ricopra un ruolo di primaria importante nel mio vivere, nemmeno …
La figura dell’Uomo della Croce, umanamente, mi ha spinta, negli ultimi 20 anni, a volerlo approcciare dal punto di vista storico, a cercare di far combaciare, il più possibile, Scritture e Storia.
Gesù visse sotto l’Impero di Tiberio, che governò tra il 14 e il 37 d.c., nascendo in un intervallo di tempo che va dal 7 al 4 a.c., approssimativamente 753 anni dopo la fondazione dell’Impero Romano.
Giudicato un pericolo, perché promotore di un nuovo culto religioso, nemico delle Sacre Scritture, sacrilego e capace di atti di stregoneria, che non dovevano confondersi con i miracoli, fu condannato, da Pilato, a morire per crocifissione, in Palestina.
Un frammento di papiro, ritrovato alla fine degli anni 90, poi ritenuto un falso moderno nel 2016, menziona anche l’esistenza di una coniuge.
Maria di Migdal in Galilea?
Maria di Betania, sorella del resuscitato Lazzaro?
Non si sa!
Si sprecano anche le ipotesi sulla Sua morte …
Il soggetto, torturato e appeso, che andò incontro ad una fine orrenda, non era Lui ma una controfigura che, nel dipartire al suo posto, gli concedeva di realizzare la finta Resurrezione tre giorni più tardi, come promesso agli Apostoli.
Era Lui l’inchiodato e calato ancora vivo?
Si muore per soffocamento, posto in quella posizione, non tralasciando una perdita di sangue non irrilevante, causata dalle ferite di una oltremodo feroce flagellazione.
Una morte apparente?
Una cosa è certa, storicamente, un venerdì del 7 aprile del 30 d.c., del 27 aprile del 31 o, ancora, del 3 aprile 33, un uomo ha patito sofferenze fisiche ed emotive tra le più grandi che l’umanità conosca.
Dal film di Gibson del 2004, girato in gran parte a Matera, “La Passione di Cristo”

Era sposato?
È morto?
Ha sconfitto la morte?
A me poco importa, credo in Lui e lo Amo con tutta me stessa!!!

Il tempo di mangiare qualcosa e rientro per “leggervi” … buona cena!
– Carla –

Whang Od

Amando i tatuaggi, la pelle prestata come una tela che, non di rado, accoglie vere opere d’arte, non potevo non raccontare la storia di Whang Od Oggay, una donna che trasporta la magia di una porzione di “storia”, rendendola palpabile.
La Signora Whang Od, che appartenente alla tribù “Butbut” è nata il 17 febbraio 1917 nel piccolo villaggio di Buscalan, nella regione di Kalinga, nelle Filippine, nota per essere stata patria dei tagliatori di teste, avvezzi a bere, il liquore di riso, dal un contenitore macabro, la scatola cranica dei nemici uccisi durante gli scontri.
La lucidissima e sorridente nonnina di 104 anni è una “mambabatok”, una tatuatrice tradizionale, l’ultima figura di riferimento che il suo popolo, in passato, avvicinava prima di ogni battaglia.
I guerrieri erano soliti farsi tatuare un millepiedi, simbolo benaugurante, prima di affrontare un combattimento e un’aquila al rientro da vincitori.
Nel 1972 il suo ultimo tatuaggio sul corpo di un guerriero.
La tecnica che lei ancora ultizza è chiamata “batok” e consta di sostanze reperibili in natura e di strumenti rudimentali, quali fuliggine di pino e acqua e una porzione di bambù, sulla quale è ancorata una spina di pomelo  che funge da ago.
L’immagine, sulla quale picchiettare, per renderla permanente, è disegnata, abilmente e con un filo d’erba intinto nel composto, dalla mano ferma della regina indiscussa del tatuaggio.
L’antica arte, che si tramanda da genitori a figli, è entrata a far parte della sua vita quando aveva 15 anni ed oggi, per non scomparire, giacché è rimasta vedova in giovane età e non si è mai più risposata e non ha avuto modo di diventare madre, viene trasmessa ai suoi giovani nipoti, Grace e Ilyang.
Serena notte …
– Carla –

Immagine presa da pinterest.it

Scardovelli

Non so quanti di voi lo conoscono, quanti hanno mai avuto modo di guardare i suoi video su YouTube.
Le sue riflessioni affascinano, il suo modo di comunicare abbatte ogni muro, suggerendo percorsi emotivi e mentali che migliorano, seriamente, la vita di chi ne assorbe il senso.
Uno dei temi a me maggiormente cari è la sofferenza, il modo di affrontarla, il saperla tramutare in un vantaggio, in una crescita, piuttosto che restarne vittime impotenti.
Il non accettarla, ed io l’ho sperimentato sulla mia pelle, ripetendosi quanto sia immeritata (anche quando è la verità), non la neutralizza ma, nel risentimento, l’alimenta e la moltiplica senza battute d’arresto, danneggiando chi ha ricevuto la mazzata e non, certamente, chi l’ha inferta.
Il sostegno che potrà arrivare dall’esterno, che rappresenta l’acqua fresca nell’arsura del deserto, servirà a ben poco se non saremo pronti ad essere bicchiere che accoglie, un solido contenitore di energia e determinazione, materiali che esistono solamente in “noi”.
Il lagnarsi, l’incolpare e il reclamare una giustizia che, probabilmente, non giungerà mai, i nemici più grandi, gli alleati di chi non ha agito in nome del bene.
Che ci sia di mezzo un volatile o un tubero, o si tratti di rapporti di altro genere, che investono amicizia, famiglia o sfere economiche, al bivio che impone una scelta, non procrastinabile, quel maledetto stato d’afflizione indicherà due sole direzioni, il rifiuto e lo stallo o la presa di coscienza e l’azione.
Nel primo caso la diffidenza porterà a saturazione, snaturando la vittima, clonando il suo carnefice, offrendo una creatura rabbiosa e capace di gesti discutibili.
Nel secondo si riconoscerà che dove ci sono amore, affetto, interessi, convive anche l’inganno e l’egoismo.
Un animo “spazioso”, nutrito e reso capace di accogliere solo il buono, sarà giardino in fiore, “riparo” da ogni male, quello “angusto” un luogo che accoglie solo erbaccia.
Buona serata …
– Carla –

Giuseppe

Alla figura di Giuseppe mi sono sempre sentita particolarmente legata, perché capace di scelte d’amore autentiche e mai venute meno.
Originario di Betlemme e di discendenze nobili, la stirpe reale della casa di Davide, in Galilea, svolge un’attività manuale, umile, che viene identificata come quella del falegname.
Ha 49 anni quando, insieme a celibi della Palestina, al richiamo di banditori che arrivano da Gerusalemme, si ritrova a far parte di un gruppo di uomini tra i quali il Sacerdote Zaccaria identificherà il futuro sposo di una giovanissima fanciulla, Maria.
Lei è davvero molto giovane, forse, solo dodicenne.
Gli aspiranti sposi si presentano, tutti, reggendo un bastone di legno secco, il mezzo attraverso il quale Dio esprimerà la sua insindacabile volontà.
È su quello del falegname che fiorisce un giglio bianco e si leva in volo una colomba, che si poserà sul suo capo.
Il Signore ha indicato lui quale marito di Maria, il futuro padre adottivo di suo Figlio Gesù.
L’uomo è maturo, rispetto alla sua futura compagna di vita, ha vissuto la perdita della prima moglie Meleha (o Escha) ed è padre di 6 figli, Giuda, Giusto (o Giuseppe), Giacomo, Simone (o Simeone), Assia (o Lisia) e Lidia.
Non sembra essere il candidato migliore, eppure, amerà il piccolo Gesù con il cuore di un padre naturale, lo proteggerà durante la fuga in Egitto, farà in modo che abbia sempre un tetto sulla testa e di che nutrirsi, crescendolo nell’educazione e nel rispetto del suo vero Padre.
Giuseppe morirà felice, appagato, scortato dai sentimenti purissimi della sua amata e dell’uomo che cambierà la storia dell’umanità, diventando emblema della Famiglia.
Auguri a tutti i Giuseppe e ad ogni uomo che ha ricevuto il dono della paternità.
Serena notte …
– Carla –

La Sfida di “Luca” si ripete …

https://langolinodellacultura.wordpress.com/2021/03/04/la-seconda-sfida/comment-page-1/#comment-6214
Mi chiedo se anche Lucinda non sia desiderosa di sbottonarsi con qualcuno…
Chi è Lucinda? E chi è la persona che sta pensando a lei? Esiste una relazione tra le due persone? Divertitevi a scrivere quello che vi passa per la mente! La sfida terminerà domenica 21 marzo.Forza gente, sbizzarritevi!

L’aveva chiamata sei volte, per due giorni consecutivi, sentendo il telefono squillare a vuoto e attivarsi la segreteria.
L’impressione era che volesse far arrivare un messaggio, chiaro ed univoco – Non rompetemi le scatole! –
Visualizzava i messaggi WhatsApp e, come per le chiamate, restituiva il silenzio.
Tra i pensieri di Ludovico girava, senza sosta, un solo interrogativo … – Mi chiedo se anche Lucinda non sia desiderosa di sbottonarsi con qualcuno, come fanno tutti i comuni mortali, invece di isolarsi! –
Gli ostacoli, anche quelli ridicoli, per lei, negli ultimi tempi, avevano una sola reazione, la fuga!
Aver trascorso otto anni insieme ad un uomo che l’amava ancora, che le aveva giurato, nonostante tutto, di esserci sempre, evidentemente, non le bastava.
Ludovico c’era e ci sarebbe sempre stato, sicuramente pensava questo, con quella dose di egoismo che si faceva ancor più presente e pesante.
Sarebbe ricomparsa allo stremo delle forze?
Quando l’acqua sfiora il mento e ti senti in balia della più aggressiva delle tempeste?
Probabile, giacché le andava sempre di lusso e con lui ritrovava, senza eccezione, un sorriso pronto ad accoglierla.
Stavolta, però, la situazione aveva preso un’altra direzione, meno morbida, data da una madre stanca di coprire i segreti di sua figlia che, aggrappata al suo orsetto, si rifiutava di crescere.
Anna, decisa a togliersi ogni dubbio, a capire cosa e quanto Ludovico sapesse, lo invitò a cena.
– Da quanto non la senti? – gli domandò la donna.
– Da quattro giorni. Fino a ieri ho cercato di contattarla, ora basta! Se vorrà mi cercherà lei, tu invece? –
– Da più di una settimana, ma con me si fa viva meno che con te, è sempre stato cosi. Hai un’idea di dove sia andata? –
– Può lavorare in remoto, quindi può essersi recata ovunque, non ha problemi a spostarsi! –
– Ludo, c’è qualcosa che non mi avete mai detto? –
Il ragazzo la guardò, sorpreso, non capendo a cosa potesse mai riferirsi.
– Non abbiamo segreti, almeno io non li ho e se lei ne avesse qualcuno, in dieci anni che la frequento, non pensi che me ne sarei accorto? –
Anna s’alzò dalla sedia, si avvicinò al mobilino d’ingresso e da una scatolina di coccio, posata su una mensolina, tirò fuori un bigliettino accartocciato.
– L’ho trovato nel cestino che tengo in bagno, quello dove getto i dischetti usati, quando mi strucco.
– Di cosa si tratta? –
– Non lo so, dimmelo tu, se n’è liberata lei e, dal momento che non mi risponde, non ho potuto chiederle spiegazioni –

Caro Luca, il gioco passa nelle tue mani e in quelle di chiunque abbia voglia di passare da una sfida all’altra …
Cosa c’è scritto nel pezzettino di carta?
Quale segreto, Ludovico e Anna, pensano possa nascondersi dietro il silenzio e l’allontanamento volontario di Lucinda?
Buona serata …
– Carla –

Ho bisogno di tutti VOI

Amici,
ho bisogno del vostro aiuto …
Camilla, la ragazza di cui scrissi tempo fa, è in serie difficoltà economiche, la raccolta fondi, nonostante la generosità di tantissime persone, non sta dando i frutti sperati, per questa ragione, a breve, non sarà più in grado di continuare le terapie, rischiando di mettere a repentaglio la propria vita.
Sarebbe un gesto piccolo, ma “grandissimo”, tentare di offrirle una vetrina importante.
In che modo?
In un intervallo di tempo, che va dal 15 al 20 marzo 2021, chiedo a ciascuno di voi di inviare una mail alla Redazione di Pomeriggio 5, di modo da attirare l’attenzione degli autori del programma (una sola rischia di passare inosservata).
Di seguito il testo da inviare, indicando come “Oggetto”: SALVIAMO LA VITA A CAMILLA SERAFINI.

carabarbara@mediaset.it

Ringrazio chiunque aderirà e chiederà ad altri di fare lo stesso …
– Carla

Sono sempre stata convinta che nell’amare gli altri ami te stesso, che la mano che tendi, stringendo in pugno un dono, non la rimetti, vuota, nelle tasche dell’animo, che sporca di gessetti colorati, quelli a marchio “generosità”, riesca a disegnare, sulle sue pareti, paesaggi senza pari.
Camilla, nell’aprire la pagina Facebook “Vola solo chi osa farlo”, a 24 anni, gettava, sul selciato della vita di chi soffre, quei gessetti, cercando di insegnare a tratteggiare la speranza, il coraggio e il sorriso di chi cade, si rialza e vince!
Ha 9 anni quando la vita le lancia il primo guanto di sfida, recapitandole una patologia che le comprometterà il regolare funzionamento del fegato.
È solo una bambina, ma mostra la tempra di una piccola donna, decisa a non rinunciare a sogni e normalità.
A 15 anni l’organo smette di collaborare, indicando un solo sentiero percorribile, il trapianto.
Camilla gioisce per la chance di riappropriarsi di una serenità vera e inizia a nutrire un senso di gratitudine, che non l’abbandonerà mai, nei confronti di chi non è morto invano, il suo donatore.
Il peggio è passato, i progetti iniziano a prendere forma, a quei sogni spuntano le prime tenere piume che, nel tempo, le promettono di realizzare grandi voli.
I 24 anni scandiscono la condivisione di momenti difficili, che non l’hanno mai spezzata, e una progettualità che incoraggia chi sta iniziando a percorrere le strade che lei ben conosce.
È pace, quando la seconda sfida le bussa alla porta, minacciosa, presentandosi con un nome che spezza le gambe, “Cancro”, e la prospettiva di farcela ridotta all’osso.
Camilla, aggrappata a desideri che non devono rimanere tali, non abituata alla resa, caccia fuori gli artigli, affronta diversi cicli di chemioterapia e, battaglia dopo battaglia, vince la guerra.
È diventata un’eroina della Marvel, è lei a dettare le regole del gioco e quando il “Cancro” si ripresenta, nel 2019, lo mette al tappeto in soli 6 mesi, ricacciandolo nell’inferno da cui arriva.
Camilla, oggi, ha 29 anni e il “Mostro” le chiede, ancora una volta, uno scontro corpo a corpo.
Si è fatto furbo, ora, le chiede di lottare armata di terapie avanzate, costose e non alla sua portata, quelle disponibili c/o il Centro Oncologico, privato, Villa Margherita a Roma.
Camilla non è più un gattino, non miagola, ruggisce, sa che è possibile distruggerlo, ma le serve un’arma affilata che tutti noi, il suo “Esercito d’Amore”, vogliamo consegnarle.
Cara Barbara, col cuore, ti affido un “AIUTAMI ad AIUTARLA”, per darle una voce che tramuti la speranza in vittoria.

– Gli “Amici” di Camy –

Camilla Serafini
Facebook  “Vola solo chi osa farlo”
Instagram “camille_la_mure”,
dove è possibile vedere un video, su IGV TV intitolato “Un po’ della mia storia”.

Il Labirinto

Da bambina ero affascinata dal labirinto di Cnosso, voluto dal Re Minosse e, secondo la mitologia greca, realizzato sull’isola di Creta per imprigionarvi il frutto di un adulterio.
La Regina Pasifae, sua moglie, nel tradirlo con un toro bianco, dono di Poseidone, Re del Mare, che voleva vendicarsi di lui, diede alla luce il Minotauro, un essere spietato e dall’aspetto orrido, con il corpo umano e la testa animale.
Il mio sogno, l’ho scoperto oggi, potrebbe diventare realtà perché nel nostro Paese esiste il labirinto più grande del mondo.
Nel 2015 a Fontanellato, Parma, è stato inaugurato il “Labirinto di Masone”, desiderato dall’Editore Franco Maria Ricci, appassionato di labirinti, e progettato in collaborazione con l’Architetto Pier Carlo Bontempi.
Su un appezzamento di campagna, che si estende per 7 ettari, è stato possibile realizzare non sono un dedalo ma anche un salone museale.
La pianta a forma di stella, con al centro una piazza di 2000 mq, interamente porticata ai 4 lati, visibile in prossimità del suo ingresso, per una struttura piramidale che ne fa parte, lo rende unico nel suo genere.
Percorsi e vicoli ciechi si sviluppano per 3 km, bordati ai lati con altissime piante di bambù, 200 mila unità di 20 specie differenti, mettendo alla prova le capacità di orientamento degli ospiti.
Qualcuno di voi ci è stato?
Buona serata …
– Carla –

Liliana Segre

La “Festa della Donna” non mi è mai piaciuta, l’ho sempre trovata assurda per il termine “festa”, date le origini, legate ad un incendio all’interno dell’industria tessile Cotton, a New York nel 1908, dove persero la vita 129 operaie.
“Commemorazione” è la parola che più gradirei, ma questa è un’altra storia!
Una giornata, tutta al femminile, che mi sento di dedicare ad una Donna che ha aperto gli occhi al mondo, che con la dolcezza del suo essere è riuscita a raccontare il male che può sgorgare dall’animo umano, il dolore inflitto che non bisogna dimenticare, per diventare persone migliori e scrivere un futuro che non lo cloni.
Ho scelto lei, Liliana Segre, perché sono rimasta profondamente colpita dall’odio (e dall’ignoranza, diciamocela tutta) riversatale sui social, dopo la vaccinazione contro in Covid 19, presso l’ospedale Fatebenefratelli a Milano.
Augurare la morte fa schifo a prescindere, ancor di più ad una Signora nata nel 1930, che ha attraversato l’Inferno e che ripercorre l’orrore, ogni volta che si concede a chi la ascolta, per insegnare l’Amore.
Uno degli imbecilli senz’anima è addirittura un uomo, non molto più giovane di lei, del sud della mia isola che, sicuramente, non ha mai visto un libro di storia!
La Signora Liliana è testimone della Shoah, lo sterminio nazista degli Ebrei, sostenuto da Mussolini nel 1938, sopravvissuta alla deportazione nei campi di concentramento.
Il suo calvario, condiviso per un breve periodo col padre e alcuni parenti, inizia proprio nel 1938 con l’espulsione dalla scuola e la successiva persecuzione che, nel 1943, porta tutti loro a tentare la fuga verso Lugano.
Catturata dai gendarmi svizzeri, separata dalla famiglia, trascorre un mese e mezzo in 3 carceri differenti, a Varese, Como e Milano che abbandonerà per la deportazione a Birkenan Auschwitz.
È solo una ragazzina di 13 anni, il numero 75190, che porta tatuato sull’avambraccio, non più una persona, costretta ai lavori forzati in una fabbrica di munizioni, a vedere le persone che le vivono accanto portate a morire, a vivere nel ricordo di suo padre che non vedrà mai più.
La libertà fisica arriva il 1° maggio 1945, quando l’Armata Rossa giunge al campo Malchow, dove è prigioniera.
Dal 2018, per nomina del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è Senatrice a Vita.
Alla Signora Liliana auguro una vita lunga e incontri in cui le siano manifestate, sempre e solo, affetto e stima.
Buona serata …
– Carla –

Ambigui a tavola

Diverso tempo fa mi ero divertita a cercare i nomi dei vini più strani, oggi, è la volta dei cibi.
Poppa di Venere
Mai avrei immaginato che un frutto, una pesca per la precisione, potesse essere accostato alle grazie di una Dea.
Succoso e profumato, dalla buccia che va dal giallastro al rossastro e dalla polpa bianca, striata di rosso in prossimità del nocciolo, è una delizia dell’area vesuviana, in Campania.
I Minni di Virgini
Dolce tradizionale di Sambuca di Sicilia, Agrigento, creato nel 1725 da una suora di clausura, Virginia Casale di Rocca Minna, del collegio di Maria di Sambuca.
Di pasta frolla, ripiena di crema di latte, scaglie di cioccolata e cannella, pare sia stato dedicato a S.Agata martire, alla quale furono strappati i seni per non aver rinnegato la Fede in Cristo.
Le Sise delle Monache
Dessert a strati, di pan di spagna e crema pasticcera, tipico di Guardiagrele, Chieti, riproduce, non 2 ma 3 “montagnole”.
Una leggenda attribuisce la forma ad una imbottitura, tondengiante, che le monache inserivano nello spazio tra i seni, in modo da mimetizzarli sotto l’abito religioso, ma è più plausibile, dal momento che viene chiamato anche dolce dei Tre Monti, che rappresenti il Gran Sasso, la Majella e il Sirente-Velino.
La Zizzona
La mega mozzarellona di Battipaglia, Salerno, parente della Bufalina, il cui peso può raggiungere i 15 kg.
È denominata “tettona” perché sulla sommità ha una protuberanza e, incisa, rilascia latte.
Se il balconcino o l’ampia terrazza femminile sono state motivo di creatività, non sono da meno le “balls” maschili, tant’è che esistono sia nella verione Palle di Nonno che Coglioni di Mulo.
Si tratta, in entrambi i casi, di salumi, nulla a che vedere con un povero signore con nipoti o con il simpatico animale.
Il primo è un prodotto di Norcia, in Umbria, realizzato con del finissimo macinato di suino, trattenuto da un budello naturale e dalla superficie nodosa, inizialmente stagionato con una fonte di calore a legna e poi in cantina.
Il secondo è sempre un insaccato di trito suino che, però, all’interno contiene un cubetto di lardo, prodotto oltre che in Umbria, nel Lazio, nelle Marche e in Abruzzo.
Il mio viaggio culinario termina con un omaggio unisex, i Grattaculi, così denominati per il disagio di doverli cogliere.
Si tratta di foglioline e rametti cavi, detti tanni, che nascono sulla pianta delle zucchine.
Amari e dal gusto forte, vengono cucinati con aglio e olio, in particolare nel Lazio.
Aspettate, non è finita!
Pensavate che in Sardegna fossimo praticanti del bon ton gastronomico?
Sopresa!!!
La mia isola vi offre un brindisi, alla salute, con un freschissimo Pompinello, liquore profumato d’arancio e dolce, ricavato dalla scrorza de Sa Pompia, un agrume di Siniscola, Nuoro, di colore giallo scuro e dalla polpa più aspra di quella del limone.
Buona domenica pomeriggio …
– Carla –

Andrea non delude!

La musica è la sua vita, lo dimostra il fatto che la insegna ai bimbi con una tale gioia da stregarli, il talento la sua pelle, lo testimonia il saper riprodurre un pezzo musicale con oggetti inusuali e bizzarri, le parole, appese alle note, la sua anima che non si nasconde.
Se “Senza Cuore” mi è piaciuta al primo ascolto, oggi, se la gioca con il suo ultimo nato, “Labbra di Miele”.
Il pezzo, da quello che mi ha raccontato, è venuto fuori improvvisando, mentre attendeva di suonare da vivo.
Rincasato, non ha potuto fare a meno di trascinare quel giro di chitarra sulla tastiera di un pianoforte.
Il testo è nato in seguito, lo spaccato di un amore finito e per “Labbra di Miele” mai cominciato!
Buon ascolto …

Serena notte …
– Carla –

Una residenza “eterna” insolita

Nelle Filippine, nella regione di Sagara, per l’esattezza nella Echo Valley, il popolo di etnia Igorot, ha cura delle persone care, che vengono a mancare, in una maniera inusuale.
Per noi, abituati a luoghi di pace e a dimore al chiuso è, comprensibilmente, difficoltoso comprenderli e facile giudicarli, nonostante, approcciarsi alle loro ragioni celi un enorme rispetto e una differente forma di amore.
In principio, la scelta di feretri legati e chiodati alle pareti a strapiombo, era dettata dal preservare i trapassati dalle profanazioni, attuate dai nemici di Kalinga e Bontoc, famigerati tagliatori di teste, successivamente dal non esporli all’attacco di animali predatori e per proteggerli da eventuali alluvioni.
In seguito, all’offrire le spoglie al cielo, luogo di libertà e leggerezza dell’anima immortale.
Disposte in posizione fetale, in “custodie” lunghe un metro, le persone amate, così come hanno abbracciato la vita accolgono la morte.
L’idea di non restare “prigioniera”, lo ammetto, è sempre stata in me, nella poesia del tornare ad essere ciò che siamo stati originariamente, “polvere” nelle mani di Dio.
Con ironia, alla persona che mi è più vicina negli ultimi anni, ho affidato il compito, se dovessi essere chiamata a far ritorno a “casa”, di portarmi, in una giornata di sole e di leggera brezza, sulla “Punta La Marmora” (1834 metri), nel massiccio del Gennargentu e di regalarmi le ali per toccare il cielo.
Buona serata …
– Carla –