1°Maggio

Il lavoro è un diritto!
Il mio pensiero, stasera, va a tutti coloro che lo cercano, stretto ad una preghiera perché possano trovarlo presto …
– Carla –
rampicante verde

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Giovani ospiti crescono!

Carla, ti stai sbagliando, era … “Piccole donne crescono”! Ehhhh Noooooo … è proprio “Giovani ospiti crescono”, o meglio, più che crescere anagraficamente, di peso o di statura, sarebbe esatto dire che si trasformano gradualmente, per trovare un’esatta collocazione nell’intricato meccanismo del vivere all’interno di un tessuto sociale. Ma è meravigliosooooo!!! Abbracciare l’evoluzione, precedere temerariamente i tempi è lodevole, andrebbe premiato … Sì, un riconoscimento è doveroso, non solo per chi lo attua in prima persona, ma anche per chi ha l’intuizione e spalanca le porte delle nostre esistenze, vuote, che necessitavano di guardare ad un futuro diverso, notevolmente più ricco. Stiamo apprendendo la finissima arte dell’INVENTARIO DEL CASSONETTO, riscoprendo il mestiere dello STALKERISTA QUESTUANTE, introdotta dalla cultura rom ed oggi (ve lo scrivo con mano tremante, pervasa da profonda emozione), grazie alla narrazione di mia sorella, scopro il terzo, incredibile, culturalmente elevato, moralmente pregiato, progresso. Per meglio farvi partecipi di questa “benedizione” vi riporto le sue parole.

“Carla, non ci crederai, ho fatto la figura della stordita e poi dell’invasata … ma non mi aspettavo una cosa del genere! Correvo, il solito percorso, quando un ragazzo di colore mi fa cenno di fermarmi, tolgo le cuffie, e lui, avvicinandosi mi chiede – Mi sai dire dove si trova la stazione? – Da quel punto è lontana, lo sai, e allora gli dico di percorrere tutto il viale e di domandare alla farmacia che troverà all’ultimo incrocio, troppe indicazioni lo aiuterebbero solo a perdersi. Mi guarda, sorride e s’avvicina ancora di più, sussurrando – Faccio servizi! – Pensando si riferisse a piccoli lavoretti rispondo – Vivo in una palazzina quadrifamiliare non ho un mio giardino e non ho la cantina da ripulire, mi dispiace! – e lui incalza – Faccio giochi! – ed io, che non ho ancora afferrato, ribatto – Non ho neanche figli e quindi giochi da costruire o riparare! – Solo allora, quando mi punta con gli occhi da cane da tartufo, realizzo che non offre prestazioni da giardiniere, facchino o falegname ma se stesso come unica portata. Mi sono scordata di toccare il freno e l’ho piallato!!! Non puoi capire, ero talmente avvelenata che gli ho detto di tutto, compreso di tornare al suo paese …”.

Monica è una delle donne più sensibili ed altruiste che io conosca, non si risparmia mai, non badando a cosa hai, da dove vieni, ma solamente chi sei, a quello che il tuo animo esprime, divenendo scudo per chi non ha voce. La rabbia non le appartiene, eppure, la grettezza della situazione ha stritolato pure lei. Noi due siamo figlie innamorate di una cittadina un tempo bellissima, ordinata, imbevuta di un senso di appartenenza e fratellanza rassicuranti, è umanamente comprensibile il disgusto e la difficoltà a dominare l’istinto alla ribellione. Con la memoria viaggio nel passato e ricordo la presenza di una sola prostituta che si diceva si vendesse per sballarsi, una carriera morta rapidamente non trovando terreno fertile. Oggi la stazione è palcoscenico, più o meno velato, di danze oscene, di un mercimonio in cui arde la dignità di chi offre e viene percosso moralmente l’eventuale acquirente. Il meretricio maschile è l’ultima perla della collana … Dal cassonetto all’accattonaggio, finendo con il “mignotto”, e queste preziose presenze garantirebbero la pensione all’italiano del domani? Rispondo come il meraviglioso TOTO’ – MA MI FACCIA IL PIACEREEEEE! –
– Carla –

Vi aspetto …

Rosa di mele
Carina vero? Non sono una delle artiste culinarie di WordPress, lo premetto, e non è farina del mio sacco, ovvero ho replicato un tutorial su youtube, dal canale “Sagace”, eccovi il link
https://youtu.be/r2kyt-xfb8U
La sola variante è la marmellata di arance, che mi piace più di tutte, e il disegnino fatto con la polvere di cacao. Che fate???? Vi aspetto???
– Carla –

Schiudo la porta …

Amo scrivere e penso che chiunque transiti nel mio spazio, con una certa assiduità, se ne sia accorto, amo farlo, senza censurare mai l’animo, evitando, nel contempo, di denudare completamente la “mia” realtà. È giusto così, racconto ciò che ritengo sensato condividere ed evito di coinvolgere terze persone (almeno non in maniera diretta), per l’inviolabilità dell’universo di un’altra persona. Da quando ho aperto il blog ci ho sempre messo la faccia, e non solo metaforicamente (caricando diverse fotografie in cui la sensualità viene presa a calci … quella dove tengo in braccio un maialino dice tutto), ho condiviso episodi “miei” e mai mi è venuto in mente di creare, a tavolino, “attira like” o commenti. L’ultimo post, volutamente, ha unito un frullato di verità e il desiderio di “pigiare”, ancora una volta, il tasto di una passione che non ho riconosciuto subito e che, probabilmente, è nata con me. La signora della fermata non esiste, per lo meno non con quelle fattezze o caratteristiche anagrafiche, è la proiezione di una giovane figura che mi terrorizzò, non poco, per tutto un pomeriggio, al mare, diventando un’ombra sinistra. Mi descrisse, intimamente, con una precisione maniacale, citando particolari che toccavano vite “fuggite” e non di dominio pubblico, un dolore che mi avrebbe cambiata, la morte del mio compagno di giochi. Avevo solo 16 anni e quella sorta di strega (io riuscivo a vederla solo così) mi versò addosso di tutto un po’, compresa la previsione di un dispiacere immenso che avrebbe lacerato i miei 41 anni. Credetemi, gran parte di quelle parole si sono avverate e non erano solo sfighe apocalittiche! La mia vita è transito gradito di “entità” che ho sempre voluto chiamare angeli, teatro di accadimenti che mi hanno fatta e mi fanno sentire fortunata … ma di questo scriverò in un’altra occasione. Tornando al motivo di questa pagina, mi sento di dirvi che nel momento in cui digitavo quel post mi rendevo conto del dissolversi di pensieri che s’azzuffavano nell’animo, del tepore del sole che non entrava da troppo tempo nelle mie stanze, quelle abitate dalla passione dello scrivere, sospinta dal vento della fantasia. Da non so quanto tempo mi concedevo di scrivere solo qui, non trovando più una reale motivazione per rimpolpare la raccolta dei miei racconti, di fiabe o poesie, per concludere tre romanzi che sono a buon punto e schiattano soffocati dalla polvere. Non so se vi è mai capitato di impegnarvi, di avere coscienza di aver fatto bene e vedere altri raccogliere i frutti, ecco, io faccio parte del primo club! I vostri commenti, l’aver legato a quelle righe emozioni e fluidità narrativa hanno forgiato la chiave per riaprire quella porta … GRAZIE, grazie con un sorriso impalpabile e persistente, grazie per un ciò che vivo come un regalo senza prezzo, l’aver ritrovato la gioia per prestare all’immaginazione l’inchiostro del cuore. Vi auguro la buona notte, un 25 Aprile sereno e chiedo scusa per l’italiano imbastardito, non voglio rileggermi e correggermi per non togliere spontaneità. Ovviamente, mi dispiace per voi, qui ci resto, aggrappata con grinta, perché mi sento a casa!!!
– Carla –

La Signora della fermata

La incontrai per caso, in un afoso pomeriggio di fine giugno.
Sedeva sotto la pensilina di una fermata dell’autobus quando, mentre le passavo accanto, mi fermò
– Perdonami, mi sai dire che ora è? Il mio orologio deve essere impazzito, l’ultima volta che l’ho guardato, un secolo fa, erano le 3 e ¼ ed ora segna le 3 e ½ … –
– Funziona benissimo, sono le 3 e ½, signora –
le risposi, accennando un sorriso, non potendo fare a meno di notare che il suo sguardo si spegneva, tuffandosi nel più totale disorientamento.
Grandi occhi neri, labbra sottili che andavano a confondersi con le rughe, marcate, che le incorniciavano, un caschetto di capelli, arruffati, spolverati di grigio e un fisico asciutto e minuto.
Doveva esser stata molto bella, in gioventù, rispetto a quel momento, in cui mi risultava difficile attribuirle un’età anagrafica precisa.
70 anni?
60 portati male?
– Aspetta l’autobus? –
– No, mio figlio! Doveva venire a prendermi all’uscita dal centro medico, qui davanti, è in ritardo e fa troppo caldo, così, mi sono infilata qui sotto per stare all’ombra –
continuò, sforzandosi di mostrare una serenità da inventare.
Pensai a mia nonna e, quasi istintivamente, scattò la voglia di proteggerla, di levigare le stesse fragilità che l’avevano accompagnata nell’ultimo tratto della sua vita.
– Venga con me, le offro qualcosa di fresco, dall’interno del bar, alle nostre spalle, vedremo arrivare suo figlio! –
Sorrise, anche con gli occhi, e porgendomi un braccio si lasciò guidare.
– Come ti chiami? – s’affrettò a chiedermi, ancor prima di spostare i piedi da quella posizione, aggrappandosi energicamente.
– Carla –
Sorseggiò, lentamente, una limonata e non si fece pregare due volte per accettare una pizzetta e una crostatina alla frutta.
– Non mi comporto mai da sfacciata ma non ho ancora pranzato e, a quest’ora, la fame si fa sentire –
Il tono pacato della sua voce, le timide carezze di mani visibilmente sfibrate dal lavoro e quel suo accogliere gesti affettuosi, con la naturalezza di chi è avvezzo a donarli, sollevarono una nube di tenerezza e positività che finì per insinuarsi in me, fino a sfiorare l’anima.
Continuavo a pensare a nonna, al tempo trascorso in sua compagnia, alla serena sensazione di pendere dalle sue labbra, schermata dal resto del mondo dalla energia del suo innegabile buonsenso.
La mia ospite occasionale la ricordava, facendomi riassaporare la bellezza incorrotta di un passato per il quale mi capitanava di sentire nostalgia.
– Non ho nipoti e non credo li avrò mai … – disse, all’improvviso, come se stesse leggendo i miei pensieri – E’ stata davvero fortunata ad essere amata da una bambina come te! Nessuno mi ha mai comprato il gelato coi suoi soldini! –
Restai a fissarla, probabilmente in maniera insistente, non riuscendo più a proferire parola.
Mi conosceva?
Come sapeva che mia nonna era mancata quando avevo solo 11 anni e, soprattutto, quanto fosse incantato il nostro rapporto?
Nessuno, io e nonna escluse, sapeva che la domenica, dopo non poche insistenze, mi permetteva di attraversare il viale alberato, che divideva la sua casa dal bar del paesino, per regalarle un cornetto panna e cioccolato!
– Conosce la mia famiglia? – chiesi, sperando di fugare ogni dubbio.
– Mi piace quello che scrivi, piacerà a tanti, anche se ci vorrà un po’ di tempo prima che ti apprezzino fino in fondo –
– Mi conosce? –
continuai ad insistere.
Rise, ignorandomi, con una risata cristallina, prendendo la mia mano tra le sue.
– Non avere mai paura, non permettere ad un dolore di divorarti, accettalo e camminagli affianco e sarà lui a lasciarti andare … –
– Perché mi sta dicendo queste cose? –
balbettai, sentendo salire l’agitazione.
– Quando tutto ti sembrerà perfetto, e crederai di essere ad un soffio dal coronamento di tutti i tuoi sogni, vedrai il panorama stravolgersi e penserai di arrenderti, non farlo perché quella sofferenza cancellerà scelte sbagliate. L’amore, non dimenticarlo mai, va meritato –
Sentivo il cuore battermi in petto con un ritmo ossessivo e il respiro farsi corto.
La donna infilò le mani in una capiente borsa di pelle, rossiccia e rovinata, tirò fuori un fazzoletto di stoffa, attorno al quale si era impigliato un rosario dai grani di vetro, e dal quale cadde, sul tavolino, un piccolo Gesù in croce, rovistò ancora, con calma, pescando un borsellino ed estraendo 500 lire, di quelle di carta.
– Questa volta tocca a me, prendimi un bicchiere d’acqua gassata e ciò che vuoi per te … –
Mi allontanai per non più di un paio di minuti, giusto l’attesa di riempire due bicchieri d’acqua, e nel ritornare mi accorsi che la signora non c’era più e che la croce, che avevo veduto poco prima, era rimasta sul fondo della sua sedia.
Guardai oltre la vetrata, non c’erano né lei né il figlio che attendeva, mi recai alla toilette e il risultato fu lo stesso.
– Avete visto dove è andata la persona che stava con me? – chiesi, prima al barman che puliva il bancone e poi a Marta, la cameriera che conoscevo benissimo, indicando con il dito il punto in cui ci eravamo accomodate.
Mi fissarono, divertiti, pensando scherzassi …
– Hai amici immaginari? – ironizzò lui – Ti stai divertendo con noi o sei seria?- continuò lei, prendendomi in disparte.
– Buon lavoro, ragazzi! – conclusi, imboccando l’uscita e lasciando credere loro che giocassi.
A 20 anni, scrivere per eventuali pubblicazioni era lontanissimo dai miei pensieri, eppure, senza rammentarmi di lei, ho deciso di farlo 16 anni più tardi (non smettendo mai di sperare di farne un lavoro) e a 21 anni da quell’incontro, a tradimento, i panorami che pensavo immutabili, mi hanno ingannata, scaraventandomi all’inferno.
Ancora oggi mi pongo tante domande a cui non riesco a dare risposta, prima fra tutte, come mai quella donna per gli altri è rimasta inspiegabilmente invisibile, perché per quanto, in principio, mi sia sprecata a descriverla a chiunque, comprese le signorine del centro medico, nessuno si è mai ricordato di lei?
Eppure, era reale, ci ho conversato …
Parliamoci chiaro, un fantasma, una fantasia, non seminano oggetti ed io quella piccola croce, che non ha nessun valore economico, la conservo ancora …
croce piccina          – Carla –

Il “cane bollito”

Nel riesumare un vecchio telefonino, per tentare di recuperare filmati, audio e immagini, ho ritrovato “Lui”, il cagnolino che avevo ribattezzato il “cane bollito”.
cane bollito

Sembra o no una povera anima lavata nell’acqua bollente? Nel rivederlo ho ricordato una chicca, finita nella mia nutrita collezione di “figure di popò”, una scivolata tra fatti riportati dal Pinocchio di turno (lo avrei realizzato a mie spese) e la mia “sordità”, a prova di Amplifon, che mi spinge ad azzannare, quando mi sento presa per i fondelli e sono convinta di avere ragione. Quell’esserino ignudo mi si parò davanti un pomeriggio, mentre camminavo a passo spedito per raggiungere il parco, meta dei runner, e mi risultò impossibile non fermarmi per regalargli una carezza e domandargli (come se fosse in grado di rispondermi) – Cosa ti è successo, Amore? – Pinocchio, Pinocchia a dire il vero, stava là, con lo sguardo fisso, in attesa di un qualsiasi cenno di vita per dar fiato alle trombe. – Povero … sapesse … ha perso tutto il pelo a causa di un bagno troppo caldo! – Immaginate il tumulto di pensieri che riuscirono ad affollare la mia mente! Diversi giorni dopo ecco che la “tenera vittima”, di chissà quale malvagio/a, mi si presentò davanti agli occhi con, a pochi metri, un signore che sospettai essere la causa di quell’aspetto lacera anima. Mi chinai per una coccola e il tizio aprì bocca, accorciando le distanze – Buongiorno! – Non risposi al suo saluto (e col senno di poi mi rendo che fu davvero cortese) e, come un rullo compressore fuori controllo, iniziai ad aggredirlo, verbalmente, come una gatta a cui tentano di toccare i micini. – Non si vergogna? Glielo farei fare a lei un bagno rovente! Toccare l’acqua per evitare di lessarlo, no? … – Il poveraccio farfugliò qualcosa – Ma … ma … io non … non farei … aspetti!!! – ed io, indispettita, sicura della presa in giro, continuai a scaricargli addosso tutto il caricatore, per poi voltargli le spalle ed andarmene. Il giorno seguente, mentre ripercorrevo la stessa strada, dopo aver corso per più di 10 km e madida di sudore, la “piccola piaga di tenerezza” mi venne incontro per riscuotere un po’ di carezze, scortato da una donna. – Mi perdoni, è lei che pensa che il mio cagnolino sia stato trattato come un pollo a cui togliere le penne? – Questa volta la signora fu più rapida di me e, ai primi rimproveri, per evitarsi una piallata senza sconti, come un torrente mi riversò addosso la verità sul suo amico a 4 zampe. Il “cappottino”, donato da madre natura, era andato perduto non per negligenza o crudeltà voluta ma per vecchiaia! Il suo tesoro aveva compiuto 18 anni e per garantirgli un tramonto tranquillo, lei e suo marito, non badavano a spese veterinarie, non trascurando cibo adeguato e comodità di ogni genere. Ad un passo dalla cecità assoluta, sordo, lento, nudo … ma amato come un figlio! Mi scusai, raschiando il fondo dell’anima per trovare parole capaci di sfumare la mia irruenza, sebbene giustificata, e la donna, senza scomporsi, sorrise – So chi può aver ideato un racconto tanto macabro, non si senta in colpa! – Il “cane amato” li lasciò qualche tempo dopo, me lo dissero trattenendo le lacrime e con voce tremante, rivelandomi di non essere capaci di disfarsi delle sue cose, che lo rendevano ancora presente. La cattiveria umana è grande, spesso gratuita, e la lingua può tagliare più di un bisturi … Non sempre la realtà è come la raccontano o come sembra!
– Carla –