Sa Mala Jana

Come sapete, sono una grandissima ammiratrice di storie “particolari”, quelle che giungono dal passato, sospese tra la fantasia e la realtà (probabilmente romanzata, perché tramandata oralmente).
Ebbene, oggi vi voglio raccontare di Maria Mangrofa, una Mala Jana (Fata Cattiva), vissuta nel piccolo agglomerato urbano di Ruinas (oggi Orosei), insieme ad una comunità di abili costruttori di Nuraghe, uomini, con le loro spose, di dimensioni fisiche imponenti.
Alcune narrazioni li descrivono cattivi d’animo e terrificanti d’aspetto, altre buoni e molto simili all’uomo isolano, perseguitati, in entrambe i casi, dal popolo sardo che, per non incorrere in una loro eventuale colonizzazione, li voleva estinti.
Pare che la sola creatura riuscita a scampare a quella sanguinaria carneficina, alla distruzione totale del villaggio, fosse Maria, che trovò sicuro riparo in una cavità naturale, ubicata nelle vicinanze del Nuraghe S. Lucia, portando con sé tutti gli averi del proprio popolo: monete, filati e un telaio d’oro massiccio.
Bella come poche, dalla fluente chioma colore del sole e morbida come un drappo di seta, si racconta che con il solo intento di proteggersi dalla cattiveria umana, riuscisse a tramutare il fascino in orrore e tenere distante chiunque.
Nata Orosei, uno dei suoi abitanti, un contadino attratto dall’idea di mutare in meglio la propria vita, sottraendole le ricchezze, con fare temerario andò a cercarla, pronto ad ingaggiare la sfida.
Nel trovarsi al cospetto di una donna massiccia, vestita di pezze e dalle unghie affilate come lame, scappò con un misero bottino, poche monete.
Il giorno seguente il corpo, fatto a pezzi, fu rinvenuto all’interno del podere di sua proprietà, fu allora che, gli abitanti del paese, mossi dal senso di giustizia, la condannarono al rogo, come avveniva per tutte le donne accusate di stregoneria.
Una seconda versione, meno cruenta, parla di lei come di una giovane donna, di raro splendore, che abbandonata dal promesso sposo, disperata, lacerata da una sofferenza ingestibile, avesse scelto di ritirarsi dal mondo e vivere lontana da tutti, in una grotta e di trascorrere il tempo tessendo.
L’ambiente, ridotto e malsano, la rese curva, le tramutò i capelli in una massa informe, maleodorante e crespa, le fece cadere i denti, facendone una donna ripugnante e da confinare fuori dal nucleo abitato, nei pressi del fiume Cedrino, dove divenne la custode della sorgente Su Cologone e dove, in epoca successiva sarebbe stata edificata la chiesa di S. Lucia, in onore dei poteri curativi di quelle acque.
Maria, una donna, due storie … un animo ferito!
– Carla –

Tanto da piccoli …

… si è belli, comunque!!!

https://youtu.be/2VmprGgX5fM

L’originalità di un taglio del genere, a me, non lo regalò mia madre ma una cugina, poco più che adolescente, che forse mi amava come una bambola vivente.
Mamma era specializzata in “boccoli”, terribili molloni alla Shirley Temple, che su una testolina liscia da vergogna duravano il tempo di uno starnuto.
La gioia di dovermi alzare 20 minuti prima, per una seduta inutile (quando optava per le code monoboccolo era festa), è durata solo per tutta la prima elementare, poi si è arresa.
Se trovo una foto, combinata come la Shirley dei “poracci”, giuro, ve la carico, capirete con quale tristezza varcavo l’ingresso della scuola!
– Carla –

Gratitudine

Avrei voluto “esagerare” (ma non sono una teppista) e scriverlo sul muro di casa tua, ma non credo avresti gradito (mi avresti regalato un bel secchiello di tinta e un pennello), allora, l’ho impresso sull’immagine di una parete che, qualche volta, vediamo insieme, lasciando la pineta che ospita corse o camminate.

muroPietra

“Grazie”
… per la tua presenza, curativa, nei momenti di ingovernabile agonia, per esserci, sempre, con la nobiltà di un animo che illumina la vita.
T.V.B.
– Carla –

 

 

La Grotta delle Vipere

Eccomi qui, pronta a condividere una nuova scoperta, fatta grazie al solito amico “chiacchierone” (quello della Dimora del Poeta) che, nel transitare davanti ad un cancello, in Viale Sant’Avendrace, a Cagliari, mi ha mostrato, in lontananza, una sorta di antro, facendomi partecipe dell’ennesima storia d’amore, stretta tra le braccia della nostra terra.
Potevo non andare a cercare notizie?
Ehhhh no!
La Grotta è un monumento del I secolo a.c. fatto edificare, in età imperiale, dal cavaliere romano Lucio Filippo Cassio, in onore di sua moglie, Atilia Pomptilla, entrambe romani ed esiliati a Karalis.
Si tratta di una tomba, denominata la “Grotta delle Vipere”, scavata nella roccia e composta da 3 ambienti, il vestibolo e 2 camere funerarie, realizzata per accogliere le spoglie di una donna tanto amata, che aveva dato dimostrazione tangibile di quanto avesse creduto nella loro unione.
All’ingresso sono scolpite due vipere, alle quali sono state attribuite diverse interpretazioni, la più romantica vuole che testimonino l’amore e la fedeltà di coppia.
Al suo interno sono state rinvenute 16 antiche iscrizioni, 9 in latino e 7 in greco, una delle quali spiega, in maniera esaustiva, a chi apparteneva e il motivo della sua esistenza.
“Monumento edificato e dedicato alla sacra memoria della beata Atilia Pomptilla, figlia di Lucius”.
La ragione di una tale venerazione?
Atilia, sapendo il consorte in pericolo di vita, straziata dalla sofferenza, supplicò gli Dei di risparmiarlo, offrendo se stessa in cambio della sua salvezza.
La supplica suscitò commozione e lei ottenne di morire al posto dell’amato.
Filippo, grato per un amore tanto puro e sconfinato, oltre a dedicarle un sepolcro, chiese ad ogni poeta, che giungeva sull’isola, di ricordarla, dedicandole componimenti in versi.
Filippo e Atilia … un amore che si sposta per le strade del tempo!
– Carla –

PS:  … e pensare che io avrei fatto lo stesso … PITTICCA SA SCIMPRA!!! (per i non isolani, piccolina la scema, ovvero, scema senza frontiere).

Con la fede …

mi oriento!
Questa frase è stampata sul cartoncino che accompagna i bracialetti che il C.D.V. (Centro Diocesano Vocazioni), della Diocesi di Iglesias, ha messo in vendita per raccogliere fondi.

Braccialecdv

Trovo le due frasi davvero belle, due messaggi forti che dovrebbero accompagnare la vita di ciascuno di noi.
“Con la fede mi oriento” … anche quando la bussola del cuore va in avaria!
“Segui le Orme dell’Amore” … anche quando sai che sono impresse sulla battigia e la risacca, di un destino ribelle, potrà cancellarle facendoti sentire smarrito.
– Carla –

Palio di Santa Lucia

Ci sono luoghi, della mia isola, che considero familiari, perché li ho visti e rivisti, accompagnandoci gli amici, qualche volta anche gli stessi, affezionati ad un ristorante tipico, piuttosto che affascinati dalla storia o dal luogo in sé.
Uno di questi è Barumini, che regala una realtà nuragica delle più dettagliate della Sardegna.
Il paesino, oltre che per i resti della civiltà che ci ha dato i natali, è famoso per il Palio di Santa Lucia, che si svolge la terza domenica di luglio, e per “Sa xicca de is froccus”, un piacevole rito benaugurante per le “zitelle”.
Alla Santa, oltre alle grazie per ricevere la guarigione da qualsiasi malattia legata alla vista, le donne single del paese, chiamate “Bagadias”, le domandano l’incontro con un uomo libero, onesto e affettuoso, che desideri convolare a nozze con loro.
Il giorno che precede il Palio, gli “Obredis”, ovvero gli uomini celibi, “Bagadius”,  e quelli coniugati, “Coiaus”, percorrono a cavallo, accompagnati dai suonatori di launeddas, le vie del centro abitato, guidati dallo scapolo più giovane (“Obredi Majore”), andando, di porta in porta, in quelle case dove il cuore di una donna cerca l’amore, lasciando che ciascuna di loro attacchi un fiocco alla bandiera.
Il primo fiocco, rosso, a ricordare il martirio della Santa, viene appeso dalla nubile più giovane (“Bagadia Majore”), lasciando alle altre la sua stessa scelta o l’alternativa con il bianco-purezza o il rosa-giovinezza, caratteristiche appartenute alla stessa.
Lo stendardo, così decorato, dopo essere stato portato in processione, diviene il premio per il Palio a cavallo del giorno seguente.
Amiche dal cuore sfitto, ci vediamo a casa mia, la seconda domenica di luglio, voi portate la manualità per fare un fiocchetto accettabile e l’entusiasmo per vivere, anche solo per un giorno, una favola, i nastri li compro io!
Bella Addormentata, spicciame casa!!!!
Ci deve pur essere un “Bagadiu” che capitola per me!!!!!
Io, giusto per non sbagliare, mi porto avanti col lavoro, da domani 15 km di corsa per tirar su tutta la carrozzeria e via all’inizio restauri …
– Carla –

Vecchia Poesia

Tra le pagine di un libro, che non aprivo da anni luce, ho trovato una poesia scritta di furia (lo capisco dalla mia grafia illeggibile), come se avessi temuto di perdere per strada la sensazione del momento …
Ve la regalo, nella sua semplicità, perché riconosco me stessa ed è la testimonianza che l’animo non cambia, nonostante le tempeste, non muta il modo di amare, di gioire, di sognare o di soffrire.

Lasciami andare …

Non trattenermi,
affondando le unghie nella mia anima,
rendendo indelebili le tracce di te sulla pelle.
Non trattenermi,
sotto una pioggia malinconica
che narra come eravamo,
incagliata al ricordo di un sentimento oltraggiato.
Non trattenermi,
congelando i respiri,
nell’attesa che la brezza del vero
sgomberi ogni incertezza.
Non trattenermi,
indossando un sorriso che chiama il mio nome,
perdendoti in abbracci che tradiscono le parole.
Non trattenermi, senza amore,
… lasciami andare!

12/05/2008     – Carla –

Poesia in musica

Un tramonto, che scivola su Cagliari, ammirato dall’antica fortificazione di Saint Remy, da dove è possibile contemplare la spiaggia del Poetto e l’affascinante Sella del Diavolo, non può non far pensare a questa canzone.

Versione del meraviglioso Andrea Parodi:
https://youtu.be/8isBHykqPU4

Traduzione:
Non posso riposare amore del mio cuore,
pensando a te ogni momento.
Non essere triste, mia gioia,
né addolorata o preoccupata,
ti assicuro che desidero solo te,
perché ti amo tanto, ti amo, ti amo e ti amo.
Se mi fosse possibile dell’angelo
prenderei lo spirito invisibile,
ti assicuro che desidero solo te,
perché ti amo tanto, ti amo, ti amo e ti amo.
Il suo aspetto e ruberei dal cielo
il sole e le stelle e foggerei
un mondo bellissimo per te,
per poterti regalare ogni bene.
Un mondo bellissimo per te,
per poterti regalare ogni bene.
Non posso riposare amore del mio cuore,
pensando a te ogni momento,
ti assicuro che desidero solo te,
perché ti amo tanto, ti amo, ti amo e ti amo.
Ti assicuro che desidero solo te,
perché ti amo tanto, ti amo, ti amo e ti amo.

 Scritta nel 1935, con il titolo “A Diosa”, da Salvatore Sini, questa poesia, la più romantica della mia terra, nel 1920  ispirò la canzone a Giuseppe Rachel.
Salvatore Sini, avvocato e scrittore, nato a Sarule nel 1873 e deceduto a Nuoro nel 1954.
Giuseppe Rachel, compositore e flautista, nato a Cagliari nel 1858 e deceduto a Nuoro nel 1937.
– Carla –

Incontri mattutini

gattino sul tronco

Stamane, nel vedere questo micio dormire all’ombra di un albero, ho ricordato i miei due bambini pelosi, Cirillo & Mia (sono vissuti entrambi 13 anni), ringraziando il destino per avermi donato la possibilità di amarli e di sentirmi ricambiata con lo stesso amore.
– Carla –

La casa del Poeta

Stamani, come capita abbastanza spesso, sono andata a camminare lungo il percorso circolare di una pineta, mescolandomi alla magia dei primi raggi del sole che sfiorano le fronde, per poi accarezzarmi, con quella dose di tenerezza che regala una pace molto particolare.
Vi ho mai detto che uno degli spettacoli che riesce a farmi sciogliere è la luce del sole che si fa spazio tra le nuvole?
Quelle cupe che si allontanano dopo la pioggia.
Sarò dotata di una fantasia molto fanciullesca, ma i “fasci luminosi” mi hanno sempre fatto pensare a braccia celesti che offrono una stretta e un – Tranquilla, andrà tutto bene! –
Non ero sola, con me c’era un amico che, tra una battuta e l’altra, mi ha raccontato una storia molto tenera che voglio condividere con voi.
A Marina di Arbus, tra il golfo di Pistis e Torre dei Corsari, dove regna una suggestiva torre del 1500, dalla quale era possibile avvistare i nemici intenzionati a raggiungere la costa, il panorama si perde tra sabbia dorata e mare cristallino, mentre l’olfatto s’inebria di verde mediterraneo, “vive” un ginepro secolare.
Ho usato il termine “vivere” non a caso, perché quel “figlio della natura” ha un’anima che, per chissà quanto tempo ancora, racconterà l’amore e chiederà rispetto per la vita.
Tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, non sono riuscita a scoprirne la ragione, il “nonno arbusto” rischiò di diventare legna da ardere, calore nelle fredde giornate d’inverno, ed è qui che si apre la pagina romantica.
Efisio Sanna, conosciuto come Tziu Efisio, un poeta che amava comporre in rima, per salvarlo dall’essere abbattuto e diventare cenere e fumo, decise d’intrecciare i rami e di realizzare, alla sua base, una dimora che avrebbe ospitato lui e sua moglie Orlanda.
Amorevoli guardie, come fa un genitore con la più indifesa delle creature, vissero, stretti tra le sue possenti braccia, fino a quando la malsana decisione non fu revocata.
Ancora oggi, seguendo le indicazioni di una grossa freccia di legno, i visitatori omaggiano il paroliere buono, l’uomo nascosto dietro un paio di spessi occhiali da vista e sorretto da un bastone, che insieme alla sua signora ha regalato il cuore alla grandezza della natura.
Molti (io lo farò se mi sarà possibile), catturati da tanta dolcezza, lasciano due righe, nella buca delle lettere collocata davanti alla casetta.
Vi lascio il link di un video che ho trovato su YouTube e che accompagna, splendidamente, le mie parole.

https://youtu.be/Dph2NTNGlYE
– Carla –

Accabadora

La figura de Sa Accabadora, lo dico con molta onestà, nonostante sia sarda, l’ho scoperta da adulta (quasi da “stagionata”, direi) e non mi ha lasciata del tutto indifferente, al contrario, mi ha inquietata non poco.
Non avrei mai voluto essere una malata terminale, con un parentado “infame”, quando i suoi servizi erano ancora richiesti!
Il nome le fu assegnato con riferimento al termine “Acabar”, ovvero, “Finire”, quindi, “Colei che finisce”.
Questa Sacerdotessa, questo macabro Angelo della morte, convocata dai parenti della persona agonizzante, senza speranza di guarigione, si presentava al suo capezzale, vestita di nero e con il volto celato, ponendo fine alle sue sofferenze.
Gesto d’amore autentico (anche se cruento) o un modo, ufficiosamente legalizzato, per sbarazzarsi di una zavorra umana, mettendo a tacere gli eventuali sensi di colpa?
Si trattava di una forma di “dolce morte” non esattamente indolore?
I “pazienti” (da una singola visita) della Signora erano soggetti di qualsiasi età e non sempre erano chiamati da un congiunto, ma anche dallo stesso malato, stanco di patire.
Gli strumenti in uso erano due, il cuscino, che portava al decesso per asfissia meccanica, o una pesante mazzetta di legno d’ulivo, con la quale colpire, in maniera decisa, la fronte o la nuca, non escludendo, tuttavia, una pratica a “mani nude”, lo strangolamento tra le gambe.
Sincera?
Ma quale eutanasia arcaica, erano delitti che l’omertà lasciava impuniti!
È mai esistita una figura, con le medesime caratteristiche, nella vostra regione?

accabadora

– Carla –

Perché rimpiangerai …

https://youtu.be/septbG_mih8

Non importa se sei uomo o donna …
Investi, crea, offri, sogna!
Le mani tese, imbrattate d’amore, lasciamo impronte permanenti e non tornano mai in tasca vuote.
 … e se il cuore s’arresta, non restituendo più nessun battito, il bigliettino d’addio scrivilo con la china del “rispetto”, risparmiando alle tue labbra di accogliere la tossicità di gocce che spegneranno le luci dell’anima.
– Carla –

Ex Lazzaretto

Un luogo che desidero visitare, visto che non ho ancora avuto modo farlo, è un ex lazzaretto che si trova nel quartiere S. Elia a Cagliari.
Realizzato nel 1600, per accogliere i malati di peste, in tempi recenti ha trovato nuova vita, ospitando eventi e mostre, che danno risalto a diverse forme d’arte, vestendosi, nel contempo, di un alone di mistero per la presenza di una “energia” (voglio chiamarla così) che risiede chissà dove e pare non essere disposta a staccarsi dalla nostra realtà.
Tra il 1928 e il 1930 le sue mura ospitarono piccole vite affette da scrofolosi, malattia infettiva generata da microbatteri (simile alla tubercolosi) e sembra che sia stata proprio quella temporanea destinazione a generare la comparsa del “fantasma” di un bambino, certamente, un ospite non sopravvissuto al ricovero.
Esistono diverse testimonianze legate alle sue incursioni notturne, a comportamenti che lasciano poco spazio alla fantasia, avendo riscontri materiali.
Ai custodi è capitato, di sovente, di dover ricollocare, sullo scheletro, il teschio di una donna, custodito nell’area museale, abbandonato sul pavimento (e non nei pressi del corpo, tanto da poterne ipotizzare il distacco e la caduta).
L’entità burlona è un appassionato di giochi con la palla e poco importa se il mezzo è il cranio di una signora che ha il diritto di riposare in pace!
Un’altra sua passione è il fumetto, interesse che ha manifestato nel 2009, nel corso di una mostra dedicata a Paperino.
Accese le luci dell’edificio ha pensato bene di spostare una quantità non irrisoria di giornalini, costringendo gli organizzatori a porre rimedio in tempi rapidi, tali da consentire una regolare apertura al pubblico.
Il giovane artista ha mostrato una predisposizione innata anche per la musica, suonando, con grande maestria, le launeddas, un preistorico strumento a fiato, nel corso di un evento che proponeva storia e particolarità di svariati strumenti musicali sardi.
Che cosa esiste dopo la morte?
Per me che credo, certamente, un’altra vita, migliore di questa, dove raccogliere i frutti di un percorso che, negli istanti di “calvario”, risulta di non facile comprensione e che chiede cieco affidamento in un amore tangibile solo tra le pareti dell’anima.
Amo pensare che esista un “corridoio” d’attesa, l’anticamera di una realtà di sola bellezza e luce, che concede di fare tuffi nel passato e di lasciare, a chi cammina, un messaggio affettuoso o un monito per arrivare meno appesantiti a nuova destinazione.
– Carla –

01:09

… rincasare e non trovarti è davvero pesante!  Il tempo, invece di lenire, di annebbiare i ricordi, li rende ancora più vivi … Sento i tuoi baffetti sul cuore, i tuoi occhi si perdono nei miei e ricordando il tuo chiassoso russare percorro la notte. Mi manchi Mia …

Carla –

L’eco

La vita è come un’eco:
se non ti piace quello che ti rimanda indietro,
devi cambiare il messaggio che invii.
James Joyce

Ho strillato rabbia ed ho udito il propagarsi del dolore.
Sono stata investita dal rimbombo della quiete, solo quando ho inviato “amore”, anche a chi non lo sa più sentire.
– Carla –

Is Frastinus o Sos Frastimos

La stizza, si sa, non sempre è contenibile e, spesso, invece di implodere, esplode, durando il tempo di vomitare 4 parole o scatenando un inferno verbale.
Gli strali lanciati da un sardo, a cui pestano i calli, lo scoprirete continuando a leggere, sono non poco coloriti e vedono la tolleranza e la bontà schizzar via verso nuovi orizzonti.
Un lungo elenco è pubblico su www.contusu.it , dove ne ho trovati di “micidiali”, mentre di seguito menzionerò quelli a me noti, lasciandone 3 in coda, quelli che mi è capitato e mi capita di usare, di getto, quando arrivo al limite.
Ti cari lampu (Ti colpisca un fulmine).
Sa giustizia t’abruxiri (La giustizia di dia fuoco).
Ancu ti bengara su bremini (Ti vengano i vermi).
Zaccau siasta (Che tu possa spaccarti).
Mancai siasta oi sazzau e crasi interrau (Destino voglia che tu possa essere sazio oggi e seppellito domani), detto alle persone incapaci di condivisione, schifosamente egoiste.
Una camba da perdasa in camminu e s’attra ti da seghiri su dottori (Perda una gamba in cammino e l’altra te la amputi il medico), riservato a chi ferisce senza pietà.
Ti sicchiri su soli e su bentu ti soniri is ossus (Ti disidrati il sole e il vento suoni le tue ossa), riferito a persone che conoscono molto poco l’affettività.
Mancai fezzasta s’andara de su fumu e sa torrara de s’Andrea Doria (Che possa fare l’andata del fumo e il ritorno della nave Andrea Doria), ovvero la tua andata sia senza ritorno.
Abruxiau siasta (Possa morire bruciato).
Sa prossim’orta chi bessisi de domu sia appalasa de sa cruxi (La prossima volta che esci da casa sia per seguire la croce di Gesù).
Chi tengasa s’arrisu che is crabittus in di e’ Pasca (Tu possa sorridere come le caprette il giorno di Pasqua), giorno in cui le povere anime finiscono a tavola.
… ed ecco le mie …
Is barrasa cancararasa (Ti si paralizzi la mascella).
Mi scappa, de core, quando sento mancare di rispetto, quando un figlio alza la testa in maniera indegna verso un genitore (“Taci che non capisci nulla, sei vecchio!”), quando un genitore si rivolge ad un figlio sputando su un dono di Dio (“Maledetto il giorno in cui ti ho messo al mondo”) e quando qualcuno bestemmia, cosa che mi manda letteralmente in corto.
Aicci ti ghettinti su pani (Così ti gettino il pane).
Detesto chi porge gli oggetti in maniera cafona, lanciandoli, quasi con disprezzo, e mi fiorisce dalla bocca l’augurio che in quel modo, nessuno, gli serva un pasto se avrà fame.
Is manus purdiarasa (Le mani putrefatte).
Frasetta, affettuosa, destinata a chi usa le “zampette” per fini poco gradevoli.
Quali sono le frasi delle vostre parti?
– Carla –