Mamma per Uno … Mamma per Tutti!

Quando si giocava sotto casa lo sguardo di una mamma controllava Tutti.

Quando da una finestra aperta si levava la fragranza di un dolce, potevamo essere in venti ma a nessuno sarebbe mancata la sua fetta.

Quando si sbagliava non si temeva solo la propria mamma, si sapeva, e nessuno si meravigliava, che il rimprovero poteva arrivare da una “qualsiasi mamma”.

Quando calava la sera, non si doveva aspettare di sentir strillare “E’ ora di cena, sali!”, non si fiatava quando “una mamma” intimava di tornare a casa.

Quando era meritava, allo stesso modo, la lode non si raccoglieva solo dalla “mamma”, giungeva da tutte.

Quando eravamo bambini, il rispetto, riservato ad ogni donna, era quello dovuto alla propria mamma.

Sapevamo che in ogni donna pulsa la vita, la forza e la dolcezza che tingono, con le tonalità più belle, i panorami del mondo.

Mamma per Uno … Mamma per Tutti!
– Carla –

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C’era una volta la “Scuola”

C’era una volta la Scuola … Una frase che, da bambina, mi sarei aspettata di sentir pronunciare dai miei nonni o dai miei genitori, quando iniziavo ad annusare l’aria, appena fuori dal loro nido. Un’aula monocromatica, un insegnante asettico e compagni ibernati accanto ad un calamaio … la loro Scuola. Le emozioni, l’affettività, dovevano estinguersi sul nascere, in nome di un rigore che avrebbe fatto di una bambina una donna, un’austera madre di famiglia e di un bambino un uomo, un muro portante, il pilastro di casa. Il retro di una lavagna e il rumore secco della bacchetta sulle dita, una crescita fatta di pane e terrore, una Scuola orfana d’infanzia. C’era una volta la “Scuola”, la “mia Scuola”… l’aula tinta di arcobaleno, l’insegnante vestita di sorrisi e la gioia, quella che trasforma i bambini in uomini e donne, in persone felici. Irma, rotonda, mora, un cespuglio di capelli ricci e grandi occhi scuri, la mia maestra. Nel suo sguardo trovavi qualsiasi risposta e nel suo abbraccio sapevi di poter sconfiggere qualsiasi paura. Solare, come la sua terra, la Campania, era “mamma” in un ambiente diverso da quello domestico, il porto in cui attraccare per fuggire ogni tempesta. A quella donna meravigliosa devo l’aver fatto mio l’ascolto, la condivisione, il rispetto per qualsiasi altro nel quale incontrare me. Luigi lo psicologo, trentenne energico, dedito alla sperimentazione sociale, la sostituì in terza elementare, quando lei, per aver cura del marito malato, decise di ritornare a Napoli. Non fu facile lasciare che lo spazio che occupava nel mio cuore si stringesse, per far posto ad altro, eppure, il nuovo maestro non tardò a farsi amare da tutti. Il suo aspetto (somigliava in maniera impressionante a Sebastian Cabot, Mr. French di Tre Nipoti e un Maggiordomo) cozzava con l’anima, quella di una creatura delicata e gentile, pronta a qualsiasi sacrificio per amore di piccoli amici, da accompagnare e proteggere. A lui devo la pazienza, la curiosità, la costanza, il non attribuire un’età a persone o cose per viverle pienamente, in un dare e avere, in un offrire che colma. Irma, oggi, dovrebbe essere (e spero lo sia) una quasi centenaria, mentre Luigi è morto alla soglia dei 50 anni. Enza, bellissima donna dai capelli mossi, biondo cenere, e grandi occhi verdi, insegnante di italiano delle medie. Stretta ad una calma angelica, avrebbe potuto interagire anche con l’inanimato, tramutando in coinvolgente  anche la quel che trasuda noia. Sapeva vendere bene la propria conoscenza, trovare le parole per attualizzare il passato e riconsegnarlo desiderabile, al pari di pizza e patatine fritte. Mi ha lasciato addosso l’amore per la poesia, le letture di nicchia e avvicinato a quella che, da allora, resta la mia più grande passione, scrivere! Massimo, 28 anni, il moro architetto che, sulla scia del tabacco da pipa, senza averne coscienza, stendeva un tappeto di sguardi femminili, ammaliate dalla sua compostezza. Nello zaino della mia vita ha gettato l’amore per l’arte, la voglia di non smettere di imparare e finito di smussare tutto quel che mi avevano regalato coloro che l’hanno preceduto. La “mia Scuola” … la Scuola che auguro a ogni bambino, ragazzino e giovane uomo!
– Carla –

Prova a dargli un prezzo …

… non ci riuscirai! Se e quando la vita ti farà un simile dono, apprezzalo, godilo nell’euforia della novità inattesa e non lasciare che la polvere del tempo lo vesta dell’inutilità che non merita. Rammenta a te stesso, ogni giorno, che se per te è realtà, qualcuno lo cerca, disperatamente, nel cieco desiderio di sentirsi amato. Non regalargli la residenza tra le ombre del cuore, fa che non gli manchi mai la luce, offrigli l’inchiostro dell’anima e, nel domandargli pagine bianche, ricordati che le parole più belle si scrivono insieme.

https://youtu.be/y6LOzGfya3k

– Carla –

Wowww che ammiratori!!!

Ebbene sì, anch’io, posso gloriarmi di pretendenti coinvolgenti! Non so affermare se interessanti ad un “giro in giostra” e viaaaa o al “cammino verso il tramonto”, non saprei dirvelo, per davvero, perché la fuga, seminando la polvere, è nelle mie corde da quando l’universo maschile mi ha scagliato contro un dardo avvelenato. La corazza di oggi, che un tempo necessitava di innumerevoli rattoppi, mi fa guardare la donna che ero provando un sentimento teneramente protettivo, valutare, con un sorriso, un disagio che riusciva ad ingabbiarmi. Le “calciate di fresco”, a quanto sembra, devono avere un fascino tutto loro, l’inconsapevole potere di polarizzare il “maschio” umano. Lo sguardo tormentato? L’ipotetica “fame” che, erroneamente, si attribuisce ad una tirocinante di sigletudine? Il non avere scrupoli nel tentare di addentare una preda emotivamente zoppa? Una sola di queste cose o un mix del tutto, fatto sta che, l’aspirante “accompagnatore”, compare dal nulla e non molla l’osso nemmeno se vai in giro indossando una maglietta che pubblicizza la “suoritudine” o con tatuato in fronte un “passo!”. Gli incontri “alieni” sono stati tanti, proprio tanti e, nonostante alla ruga si sia associata la “carestia”, non ne ho nostalgia, non li rimpiango affatto. Suddividerli in categorie non è facile e, tutto sommato, nemmeno onesto, quindi ho deciso di scegliere alcuni personaggi, quelli che, per la loro originalità, ricordo meglio.
Il letterato oculato
Lui è stato il primo a piazzarsi sulla riva del fiume, armato di canna (e qui non siate maliziosi, perché intendo lo strumento da pesca) e di una costanza esagerata. Mi avvicinò, in un negozio di cancelleria, offrendomi un aiuto non richiesto, di cui non avevo realmente bisogno, sciorinando tutte le preziose peculiarità, intellettuali ed emotive, che lo caratterizzavano. È normale travolgere una sconosciuta con le proprie credenziali? Direi di no! Lo ringraziai, lo salutai, insieme a tutti i presenti, e quella parentesi scivolò nel dimenticatoio. Nei giorni a seguire, iniziai a riconoscerne la sagoma in lontananza, correva, come me e come fanno tantissime altre persone che nel muoversi si sentono “libere”. Prima un “ciao”, poi un “non mi hai ancora detto il tuo nome” e ancora “quanti km hai fatto, possiamo correre insieme?”, per arrivare ad un’onnipresenza. Lo sorpresi perfino schizzarsi il viso con dell’acqua, per simulare la fatica di un allenamento intenso, convinto che questo bastasse ad intortare le donne. Per scoraggiarlo cercai di sottolineare che chi vede una cancellata affettiva chiudersi non ha voglia di cimentarsi in nuove situazioni, che le ferite cicatrizzano ad opera del tempo. Avete mai provato ad interagire con una persona che non parla la vostra stessa lingua? Tra me e lui avveniva questo, la mia cortesia sembrava fare colla e più tentavo di respingere al mittente le avance, più diventavano pressanti e sgradite. “Ti serve un uomo per rincominciare a sorridere!”, un vinile inceppato, una piaga che iniziava a fare male. Un pomeriggio toccò il fondo, ed io con lui, avendo esaurito fino all’ultimo atomo di pazienza! “Domani sera vieni a prendermi, andiamo sul mare e mi offri una cena … Ti svagherai e mi ringrazierai … Quante volte ti devo ripetere che hai bisogno di un uomo?”. Madre Teresa di Calcutta è immensa ed io non le somiglio … “Perdonami ma, nonostante l’attenzione prestata, non vedo nessun uomo e chi ho davanti è arrivato ai ferri corti con l’eleganza!”.  Credete l’abbia afferrata al volo? Macché, mi ha dato il tormento per mesi, finché non ha puntato un nuovo bersaglio. Il letterato oculato, un vero paguro!!!!
La volpe dal pelo rado
Il mirino umano, il possessore di un sensore olfattivo, che intercetta “l’olezzo di passera” nel raggio di qualche km, che non si sofferma sul chi sei, come sei o cosa ti passa per la testa, “emani” ed è l’unico elemento cha conta. Il mio “annusatore”, avvertita la mia presenza, ha iniziato a tallonarmi in corsa (avrete intuito che i percorsi dei runners mi hanno regalato botte di vita pazzesche), ad ammiccare in maniera sempre più esplicita, fino ad arrivare a starmi accanto, tenendo il mio stesso passo, per imburrarmi con complimenti che non mi sarebbero rimasti addosso nemmeno con le ventose. “Hai un fisico slanciato … perfetto! Non ti ho mai vista, ti sei trasferita da poco?”. Sono alta 162 cm, posso slanciare i capelli, fissandoli con 2 litri di lacca e in questi luoghi ho emesso il mio promo vagito! “Corro tutti i giorni e credo si veda. Quanti anni mi dai?” mi domanda, gonfiando il petto … e qui viene il bello … “Sei, sette più di me, che ne ho 43 …”. La volpe dal pelo rado mi fissa, interdetto, domandandosi, glielo leggo negli occhi, come cappero faccio a sapere la sua età. Lui non si ricorda della ragazzina che studiava con la sua vicina di casa, di un’adolescente che non amava la vetrina, ma lei rammenta, perfettamente, il “tacchino” che faceva lo smargiasso sul balcone. La volpe dal pelo rado era rimasta glabra!!!
Il ministro del culto mancato
Ho dovuto abbandonare la parrocchia del mio Padre Spirituale e girarne diverse, non soffermandomi più di 2-3 volte nella stessa, per evitare un cupo “ripetitore di preghiere”. Provate a sentir l’intera Messa seduti sul ciglio della panca o in ginocchio, impossibilitati ad accomodarvi serenamente, perché qualcuno, alle spalle, in un posticcio raccoglimento, vi alita l’anima tra i capelli. Il “prete mancato” soffiava, ansimava, rantolava, in un’incessante litania latina e nel momento della eucarestia cercava il mio sguardo, quasi a trovare una intesa. Non domandatevelo, rispondo subito. Non era un atteggiamento che assumeva con tutti, solo io ero meritevole di un abbordaggio screziato di vespri, lodi e salmi.
L’invisibile
Potevo farmi mancare una serie di “appuntamenti” con l’ignoto? Ehhh, No! Un uomo? Una donna? Qualche sospetto l’ho avuto, non lo nego, di fatto, però, non sono mai riuscita a dare un volto o un nome al “donatore/donatrice” di cibo. Alla parrocchia accantonata ho dovuto accorpare un supermercato dove, se parcheggiavo nei sotterranei, ritrovavo “cadeaux” attaccati ai tergicristalli anteriori dell’auto. Non ricevevo fiori o bigliettini romantici, ma pensierini alimentari. Ferrero Rocher fondenti, Mon Cheri, cioccolatini ripieni di ogni e pacchi di biscottini Plasmon e Hipp. Passino i cioccolatini, ma i biscotti per lattanti? Un modo originale per farmi sapere che non ero ancora pane raffermo? Un modo carino per non farmi sentire kulona? (il mio, purtroppo, vive di vita propria e, pure se arrivo all’osso, staziona. Ha l’etichetta, come i maglioni … “Made in Brazil”) Peccato non averlo identificato, potevo proporgli la stesura, a 4 mani, del nuovo “Manuale per far capitolare una donna”.
Il Poeta Vizioso
Ho sempre sostenuto di essere un soggetto sapiosessuale, potevo non attrarre un poeta? Ma non un poeta qualunque, IL POETA! L’uomo della “bella parola” e del tempismo, l’avvoltoio che sembra attendere che il leone si allontani, dopo aver scarnificato il pasto, per finirsi i resti, giusto per non sprecar nulla (che immagine graziosa ho dato di me, una carcassa spolpata!). Aveva il numero di casa dei miei genitori, mi rintracciò così, intasandomi il cellulare di messaggi, banali, sullo stile vecchie comari che condividono reumatismi e passione per il minestrone di verdure fresche, rigorosamente garbati. M’invitò ad uscire ed io optai per un caffè dopo cena, in un luogo pubblico, mi pareva scortese non rincontrare, per due chiacchiere tranquille, una persona che non vedevo da quasi ¼ di secolo. Col senno di poi, caspita, sarebbe stato meglio evitare! Il rivedermi, e non cercate ragioni perché non ci sono, l’ha acceso come un cerino accarezzato con la carta vetrata, scatenando, nei messaggi a seguire, (faccia a faccia è rimasto sereno, sospettando che lo avrei polverizzato) nel triste soliloquio di un allupato. Ho conosciuto, verbalmente, la “Possessione di Rocco” e lui l’acqua santa di una Clarissa al cospetto di Santana. Attenderò un altro quarto di secolo per il prossimo caffè, questo è certo!
“Er Mejo”
Non potevo non menzionarlo, disegnando un sorriso, sperando possa essere felice, sentirsi realizzato, qualsiasi strada stia percorrendo. Nessuno, e sottolineo NESSUNO, mi ha mai detto parole tanto belle, sprizzando una sincerità su cui il dubbio non crea ombra. Mi aspettò sotto casa sua, dove transitavo, correndo, ogni pomeriggio, vestito di tutto punto, pettinato in maniera impeccabile e profumatissimo. “Volevo parlarti, mi puoi ascoltare?” mi disse, proseguendo “So che sono giovane ma, se non hai un fidanzato e mi aspetti, arriverà il giorno in cui ti sposo!”. 8 anni, paffutello, occhi tenerissimi e un’eleganza d’animo senza pari. Potevo non accettare? Il bambino che dal balcone, ogni giorno, incurante del caldo o del freddo, aspettava rispondessi ad un “ciao” è il solo a cui ho donato il cuore, in un istante, stringendolo alla più grande manifestazione di amore.
– Carla –

Cognomi

Vi siete mai domandati se il vostro cognome ha un significato preciso o, comunque, quale possa essere la sua origine? Io sì, tante, tantissime volte, tant’è che, nel cercare il mio, mi si è aperto un mondo sui cognomi sardi. La loro origine, medioevale, in parte si lega a particolarità morfologiche e luoghi dell’isola, in parte alla storia o s’ispira, molto più semplicemente, al mondo animale e vegetale, ad arnesi da lavoro, ad oggetti di vario tipo, a mestieri, a colori, a fisicità, a miti o a nomignoli. La maggioranza dei cognomi isolani giunge da toponimi, da antichi insediamenti umani, ad esempio, “Kerki” della Nurra e “Sogu” di Gippi, dai quali derivano Cherchi e Desogus. Altri riconducono alla nobiltà del passato, alle case regnanti dei 4 giudicali: Gallura, Calari, Arborea e Logudoro, originando Dettori (De Thori), Laconi (Lacon), Unali (Gunale), Atzene (Athen) … Una piccola parte ha origini continentali e spagnole. Eccovi un assaggio di quanto ho trovato:
Abba = Acqua di sorgente
Addis = Valle
Cuccureddu e Cuccuru = Sommità del monte
Pardu = Prato
Putzulu, Putzolu e Putzu = Pozzo sacro
Serra = Cresta del monte
Angioni e Angioi = Agnello
Boi e Boe = Bue
Cadeddu = Cagnolino
Gallu e Gallus = Gallo
Gattu e Gattus = Gatto
Pilloni = Uccello
Porcu = Maiale
Piga = Gazza
Lepori = Lepre
Sanna = Zanna
Puddu = Pollo
Lodde = Volpe
Cabralu = Daino
Cabras = Capra
Crobu = Corvo
Sirigu = Baco da seta
Ticca = Gallina
Fae e Fais = Fava
Floris = Fiori
Melas e Mele = Miele
Murtas = Mirto
Piras = Pera
Melis = Mela
Fenu = Fieno
Usai = Una qualità di aglio
Piseddu = Pisello
Ardu = Cardo
Cabitza = Spiga
Soru = Linfa degli alberi o siero del latte
Suelzu = Quercia da sughero
Casu = Formaggio
Aru = Forcina
Congiu = Boccale
Corrias = Stringa di cuoio
Loriga = Campanaccio del bestiame
Marras = Vanga
Coccu = Focaccia rotonda
Zedda = Sella
Pinna = Narice
Spanu = rosso di capelli
Virdis = Verde, olivastro
Manca = Mancino
Nieddu = Nero
Pintus e Pintadu = Dipinto
Canu = Bianco
Vargiu = Viola
Ruju = Rosso
Mannu = Grande
Manos = Mano
Pes = Piede
Testoni = Testa grande
Contu = Racconto
Deiana = Fata
Uccheddu = Malocchio
Pisanu = Originario di Pisa
Romanu e De Roma = Originario di Roma
Deias, Valdes, Alvarez, Copez ecc. = Origine spagnola.
Il mio cognome, che non menziono (e prego di non farlo a chi lo conosce) è incerto, forse, ha origini bizantine e indica qualcosa di non esageratamente sexy, ma ugualmente molto femminile … un oggetto da cucina!!!
– Carla –

Chi ha denti non ha pane …

Fedro, ispirato da un antico proverbio greco, che menziona un asino che muove le orecchie al suono della lira (uno strumento musicale con un numero variabile di corde, preclassico), scrisse questa breve fiaba.

L’asino alla lira
Un asino vide un giorno una lira
abbandonata in un prato: s’accostò
per provarne le corde con le unghie.
Al tocco, risuonarono: “Perbacco!
Bella cosa, ma è capitata male”
disse “perché non sono del mestiere.
Se a trovarla fosse stato qualcuno
meno rozzo di me, che melodie
ne avrebbe ricavato per le orecchie!”.

Gli “strumenti” per migliorare “materialmente” il mondo, per lasciare un seme che continui a germogliare in un’altra anima, oltre la propria, quando ci sono, di sovente, scivolano tra le mani sbagliate che, dopo averli rigirati in modo maldestro, li abbandonano. Soccombe, al primo vagito, il buon senso, quello che sussurra “Non so … imparo!” e con lui s’affievolisce l’ossigeno che tiene viva qualsiasi fiammella. Nel mio piccolo, mai, terrò in tasca un “Bravo, vai avanti, complimenti!”, qui e nella vita di ogni giorno, per chi, senza troppo clamore, dissoda e pianta un fiore per il domani di tutti. Sereno fine settimana.
– Carla –