I miei nonni

Aver citato il matrimonio tradizionale sulcitano, mi ha fatto ritornare in mente mia nonna materna e la bellissima storia d’amore che il destino le ha dato modo di vivere.
A dire il vero, tutti i miei nonni hanno ricevuto il dono di una felicità matrimoniale autentica (i nonni paterni li ho raccontati in – La “lettera” -), che non ha strappato dal cuore, di chi è rimasto in vita, un sentimento destinato a rifiorire, rigoglioso, oltre questa nostra dimensione.
La mamma di mia madre resterà figlia unica, primogenita e desiderata, da due ragazzi innamoratissimi.
È il 1897, una neo mamma muore nel regalare la vita alla sua bambina, una stella inizia a brillare e una si spegne, lasciando un giovane uomo nella disperazione, ma determinato a crescerla non facendole mancare nulla.
È fortunato, lavora e possiede dei beni, insieme sapranno farsi coraggio, sostenersi, nel ricordo di una donna generosa e amorevole.
La vita non sempre sorride e, non mi è dato sapere in che modo, nel 1899, lui la raggiunge, lasciando la piccolina in balia di un percorso amaro, privo anche di una minima affettività domestica, dei sogni che ogni bimba e ragazzina ha diritto di fare, delle piccole gioie che rincorre ogni giovane donna.
È uno zio ad accoglierla, in un freddo nucleo familiare, a gestirle quanto possiede, ad impossessarsene, indebitamente, non restituendole mai ciò che le appartiene per diritto, per successione ereditaria.
Le offre vitto e alloggio, che si ripaga, ampiamente, fin da bambina, nella trattoria dei suoi sfruttatori.
Cucina, serve ai tavoli, pulisce e quando occorre svolge mansioni pesanti, da uomo, finendo anche per essere mandata a pescare ciò che verrà servito agli avventori.
Elisa cresce, non possiede nulla, se non l’infinita tristezza che le avvizzisce l’anima, è un bene che respira, lavora tanto, tace e costa un nulla.
È bella, altissima, magra e forte, ha lunghi capelli neri, raccolti in una treccia che ciondola sulla sua schiena dritta, e grandissimi occhi scuri, malinconici, immobili, come le sue labbra che non sorridono mai.
Tutti i giorni, a pranzo, si presenta un ragazzo, ha qualche anno più di lei, è piccolo di statura, biondo come le spighe di grano maturo e con sinceri occhi azzurro cielo ma, soprattutto, è sempre cortese e quando le rivolge parola mostra una dolcezza che le è sconosciuta.
Sbocciano timidi sorrisi, sguardi più espliciti di tante parole e, finalmente, Antonio si sbilancia, lanciandosi con indosso solo il paracadute della follia.
Al pasto quotidiano, un giorno, segue una frase diretta e coraggiosa – Vuoi diventare mia moglie? –
Lui è povero, possiede solo il cuore da offrirle e la volontà per sopportare i sacrifici più grandi per farla sentire una regina, anche senza il regno delle favole.
La risposta è, ovviamente, positiva, o Carla potrebbe trascinarla tra queste pagine.
È trascorso un anno dalle loro nozze, nonna ha appena 19 anni, quando nasce il primo di 9 figli, due dei quali verranno a mancare in tenera età, unendoli ancor di più nel dolore.
Sono creature desiderate, quali espressione del loro amarsi e, mai, incidenti di percorso!
Sono giovani, lavorano duro, lei nel laboratorio chimico minerario, lui nei campi, uniti a tal punto da sentirsi ricchi con niente.
Sono due corpi stretti in una sola anima, tra loro esiste parità assoluta, libertà, notevole per i tempi, e un rispetto profondo.
Antonio arriva ad assisterla, da solo, come farebbe la migliore delle ostetriche, ogni volta che bussa una nuova vita e lei mostra la grinta e l’indipendenza di un uomo.
Insieme sfidano il mondo, sapendo che se uno cadrà non conoscerà l’abbandono!
Nonno s’ammala, peggiora, il ricovero, nell’ospedale, dove lavora mia mamma, è inevitabile.
Mamma è in attesa ed è tangibile la verità che suo padre non conoscerà mia sorellina.
È l’ultimo giorno della vita di Antonio, Elisa lo ha visto poche ore prima, quando chiede di vedere la figlia, per domandarle di riportare la moglie al suo capezzale, pregandola di portare con sé la sua fede nuziale.
È un duplicato, che mia madre ha comprato loro col primo stipendio, perché l’originale Mussolini la sacrificò per la patria, ma per loro è un simbolo perduto e, inaspettatamente, ritrovato.
Restano soli, lui è allo stremo, lei un fuscello travolto dalla più dura delle tempeste, mentre le loro mani si accarezzano e gli occhi si giurano amore eterno.
Elisa infila la fede in quella mano stanca e Antonio spira, volando insieme a quella promessa.
È il febbraio del 1969 e nonna attenderà, serena, l’11 settembre 1977 per tornare tra le sue amate braccia, per sempre.
Solo per un uomo così, per uomini che SANNO AMARE, che non sanno vederti sfiorire, vale la pena di spalancare la porta del cuore.
Buon pomeriggio … a stasera!
– Carla –

9 pensieri su “I miei nonni

  1. Ciao Carla, io non sono così dettagliatamente la storia del matrimonio dei miei nonni materni (gli unici che ho conosciuto) però posso scommettere che fosse molto simile a quella dei tuoi, basata sulla pietra angolare dell’amore fedele e per sempre.
    Io, come la nonna e come mia mamma, ho perso mio marito 16 anni fa dopo una malattia relativamente breve. Nonostante conservi l’amore per lui nel mio cuore per sempre, non sono riuscita a restare sola, senza innamorarmi ancora.
    Posso solo dirti però che Amore è una sola volta… Io speravo due…
    Un abbraccio,
    Vicky

  2. Grazie per avermi fatto partecipe di questi ricordi. Che grande amore, mi sono veramente commossa nel leggere le tue parole. Bellissimi ricordi. Grazie.
    Saluti, Patrizia

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