Le Grotte di Nettuno

Il desiderio di “conoscere” dei miei genitori e il vivere in un vicinato, altrettanto curioso, che ho sempre considerato una famiglia allargata (noi, ex bimbi, abbiamo una chat WathsApp che ci permette di restare in contatto e, per chi è lontano, di avere occhi amici che vegliano e corrono da genitori anziani o soli), mi ha regalato vacanze intelligenti, fuori dall’isola, e la possibilità di un’infinità di fine settimana alla scoperta di bellezze raggiungibili in auto.
Uno dei luoghi che mi è rimasto nel cuore, per la compagnia con cui l’ho visitato (uno di quei bambini è morto nel 1984), sono le Grotte di Nettuno, ad Alghero, scoperte, casualmente, da un pescatore (nel XVIII secolo).
Dedicate all’omonima divinità marina dell’antica Roma, di origine carsica, sono il risultato dell’opera di uno scultore, lento e metodico, il mare, 6 km (più o meno), di cui solo 2 e mezzo visibili, di raro “stupore”.
Per raggiungerle è necessario arrivarci via mare, con un’imbarcazione, o attraverso 656 scalini, chiamati “Escala del Cabirol” (Scala del Capriolo).
A noi toccarono i gradini, i “mille”, così li chiamai io, quella prima volta, perché mi sembrarono infiniti.
Lo spettacolo inizia all’ingresso, dove è possibile ammirare depositi di un colore verde, davvero, particolare, che anticipano qualcosa che toglie il fiato, una vera favola nella realtà, un lago sotterraneo, il “Lago la Marmora”.
Largo 25 metri, lungo 4 volte tanto e profondo una decina, è alimentato dal mare, che lo rende cristallino, abbellito dalla presenza di stalattiti e stalagmiti, una che sboccia nel suo centro, con in cima ciò che sembra rammentare un’acquasantiera.
La prima sala che s’incontra è ciò che rimane d’imprecisati atti vandalici, una creatura sfigurata alla quale è stato attribuito il nome “Rovine”, diversissima da quella che la segue, la “Reggia”, dove sono presenti stalattiti alte una 20 ina di metri, miracolosamente, intatte.
Quest’ultima è sovrastata da un loggione, la “Tribuna della Musica”.
Le grotte accolgono anche una spiaggia minuscola e dalla sabbia immacolata, “Dei Cattolici”.
Un’altra sala è quella “dell’Organo” (o Smith, cognome del primo capitano a varcarla) che protegge una formazione che somiglia ad uno strumento musicale.
Le scoperte terminano con la sala dei “Merletti”.
I momenti con chi ci ha amato o ci ama, la memoria, non li accantona mai …
– Carla –

Il Guardiano dei boschi

Avere avuto i nonni nati sul finire dell’800 mi ha fatto conoscere tanti racconti “particolari”, legati, sicuramente, alla fantasia popolare, al voler intrattenere i più piccoli quando in casa mancava la televisione e, d’inverno, al calare della sera, il camino diventava centro di aggregazione.
Una delle mie nonne, quando dormivo da lei (evento rarissimo perché mia mamma era chioccia come poche), mentre arrostiva le castagne, imbastiva storie a cui era difficile non credere, per l’enfasi che ci metteva.
Una di queste aveva come protagonista “Pascifera”, un’anima dei boschi il cui compito era quello di proteggere gli animali in libertà dalle trappole e dall’uso dei fucili.
Un mio amico, di recente, nel rammentargli questa cosa, mi disse che lui conosceva “Su Straivera” anche se, poi, il succo è lo stesso.
Il nome, nel mio caso, si potrebbe tradurre con “Pastore delle creature selvatiche” perché “Pasci” significa pascolare ed al pascolo si recano i pastori e “Fera” è l’animale che vive libero.
Da piccola, pensare che un “Angelo Custode” avvertisse gli abitanti dei boschi, d’imminenti pericoli, mi rassicurava.
(Io sono quella che a 5 anni, con i pezzi di grana, sfamava due toponi che s’affacciavano da un tombino … per la gioia di mamma, che quasi morì d’infarto nel realizzare che il “ratto” del frigorifero non ero io!)
Sempre dal mio amico, sono venuta a conoscenza di una usanza, che non so se esista ancora, magari come rito scaramantico, che vedeva i pescatori rimettere in mare quel che veniva pescato le prime due volte, la prima per ingraziarsi uno spirito che (da mie ricerche) dovrebbe chiamarsi “Maschinganna” e la seconda “Pascifera”.
Avere rispetto del creato, prendere solo il necessario per sopravvivere, avrebbe ammansito le misteriose presenze che non gli avrebbero, mai, fatti morire di fame.
– Carla –

L’inizio

Amo l’inizio di ogni cosa,
lo sguardo prima della carezza,
le parole prima di un abbraccio.
Il sussulto prima di un bacio,
la tenerezza prima della passione.
Amo il gesto omesso che poi esplode,
l’entusiasmo prima dell’abitudine,
l’idea prima del progetto,
il sogno prima della realtà.
Amo la notte prima dell’alba,
la fatica prima del riposo,
il sole prima del vento
e la goccia prima del diluvio.
Amo la prima parola di una lettera,
il primo ti amo,
le prime note di una melodia.
Amo i primi giorni d’estate
e gli ultimi d’inverno.

                                   Michela Salzillo

… amo la tua presenza!
              – Carla –

TEST Q.I.

Siete mai riusciti a portare a termine il test, pazzesco e abbastanza noioso, lungo una vita?
Io no, almeno non da adulta …
Da bambina, alle elemenatari, mi fecero fare qualcosa del genere, ma ho ricordi davvero annebbiati.
Chissà se mia madre o mio padre, da qualche parte, custodiscono ancora i risultati, m’intenerirebbe poterli leggere!
In questo momento, sorridendo alla pigrizia, faccio questo, breve ed indolore …

http://www.quizetest.it/quanto-intelligente/

Sono molto intelligente, ah … ah …ah … acciderbolina!!!
120
Ho il sospetto che la sua attendibilità conversi con le mie caviglie …
Qualcuno è abbastanza “temerario” da farmi compagnia per fare quello vero?
– Carla –

Belvedere

Amo la mia terra, nella sua interezza, amo la definizione “siete isolati” con la quale, spesso, ci descrivono e non in senso denigratorio ma tutt’altro, ovvero, incontaminati, protetti dal mare che sembra contenere (come farebbe una diga) ciò che siamo, storia, tradizioni e consuetudini che resistono non perdendo smalto.
Amo la mia zona e, quando le giornate sono vagamente primaverili, nonostante il sopraggiunto inverno, non mi dispiace spostarmi sulla costa per fotografare, con gli occhi dell’anima, l’incanto della natura.
Arrivarci è un po’ traumatico, per chi soffre di mal d’auto, visto il susseguirsi di tornanti che guardano l’incontro cielo-mare e la carreggiata che non ricorda un’autostrada, ma ne vale, assolutissimamente, la pena.
Nebida è un minuscolo centro abitato, facente parte del comune di Iglesias, un ex villaggio minerario, sorto sul finire dell’800, che ospitava i cavatori e gli impiegati addetti all’estrazione ed esportazione di zinco e piombo.
Oggi restano numerose gallerie, cantieri ed impianti dismessi, il sepolcro di un’attività lavorativa che sfamava tutte le famiglie della zona.
Storia e bellezze naturali si confondono, raccontando un passato creato da mano d’uomo e uno realizzato da madre natura, più lenta nell’esecuzione ma scrupolosa nel curare i dettagli.
È la costa più antica d’Europa, con gemme di singolare bellezza:
lo scoglio “Il Morto”,
lo scoglio “Il Veliero”
“S’Agusteri” e il più conosciuto “Pan di Zucchero”, alto più di 130 metri.
Una camminata lungo il “Belvedere”, percorso lastricato e terrazzato, che sembra scivolare tra i sassi fino a tuffarsi nell’acqua, al tramonto, è toccare l’infinito.
In dolce compagnia, attraversato mano nella mano, è uno dei luoghi più romantici che conosca … ve lo consiglio!
– Carla –

PS: Cercate un po’ di immagine su google, resterete senza fiato …

Vendetta

Oggi ho sentito una delle frasi che meno sopporto (al primo posto piazzo le bestemmie, una tortura per l’anima) e che reputo il risultato di neuroni funzionanti a fasi alterne e di un cuore che batte solo per tenere in vita chi lo trasporta:
“Non la passa liscia, questa, gliela faccio pagare!”.
Ma quanto puzza la “Vendetta”?
Nel pianificare di farci giustizia, punendo chi ci ha feriti, facciamo del male in primis a noi stessi, divenendo il clone di chi non stimiamo, di un essere privo di qualità come la bontà, la sensibilità e l’empatia.
Aver raggiunto lo scopo, specchiarsi sentendo disprezzo, non è un gran risultato, perché è quel che accade, svanita l’euforia momentanea.
I torti subiti, soprattutto se si tratta di lesioni procurate all’anima, non si dimenticano e, non di rado, stanno lì a ricordare la loro pesantezza, spingendo tra i pensieri la lama tagliente del dolore.
Se si entra nell’ottica che il “bene” che si prova, indipendentemente da quel che tornerà a casa, è l’unità di misura che definisce la grandezza umana, il rancore svanisce, per cedere il passo all’alleanza con l’indifferenza … che non chiede né il sangue di chi è causa di lacrime né il nostro.
– Carla –