Pedra Mendalza

“Pedra Mendalza”, tradotto letteralmente, “Pietra che ripara” è un rilievo di basalto, ubicato a Giave, vicino a SS, in una zona dell’isola dove riposano vulcani spenti.
Da questa prominenza spunta una lingua, dello stesso materiale basaltico, che sembra farsi strada in una distesa di roccia calcarea, conosciuta come “Su camminu e’ sos Fadas”, “Il cammino delle Fate”.
“Pedra Mendalza”, infatti, è considerata la dimora della Fate sarde.
È certo che come luogo fosse utilizzato per riti pagani, per il culto delle Janas, le Fate isolane, sacerdotesse che, attraverso l’iniziazione e la consacrazione con il fuoco, e tutta la serie di cerimoniali ad esso legati, acquisivano il potere di dispensare benefici a chiunque le avvicinasse con l’animo puro.
Bellissime e minuscole, dalla pelle lunare, possedevano immense ricchezze, che sfoggiavano indossando abiti e gioielli di raro splendore e dal valore non calcolabile.
Al pari dei soggetti fotoallergici, si narra che evitassero la luce solare, trascorrendo il giorno a tessere filati preziosi, abbandonando la loro casa, solamente, la notte.
Nel loro vagabondare notturno, amavano spiare la vita che scorreva tra le pareti domestiche delle abitazioni vicine, innamorandosi, talvolta, di uomini che finivano per desidera ed incantare, divenendone le spose.
Nel libro di Gianmichele Lisai, Sardegna esoterica, viene raccontata (nel dettaglio la lascio tra le sue pagine) la storia di un contadino, prescelto da una di loro come potenziale marito, che abbagliato dal diventare un uomo ricchissimo, grazie ai beni che avrebbe acquisito con le nozze, si lasciò trascinare nell’avventura matrimoniale, accettando di non muoversi mai oltre i confini del focolare.
La prigionia emotiva e la nostalgia del mondo, ben presto, lo convinsero a persuadere la Fata a concedergli un tuffo nella realtà dalla quale proveniva, concordando la restrizione di non conversare mai con alcuno per tutta la durata del cammino.
L’uomo, posseduto dalle debolezze umane, incontrò una contadina, trasgredì e stramazzò al suolo senza vita.
Le Janas, giunte dal cielo, portarono a casa della consorte il corpo inanimato, la quale, per amore, gli ridonò la vita.
La storia si ripeté, ancora, e questa seconda concessione gli impose di portare al seguito una cagnetta, capace di rammentargli di rispettare i patti coniugali e di non intrattenersi con alcuno.
Il contadino incontrò per primo un pastore, che aveva bisogno di aiuto per il suo mulo zoppo, poi, una donna anziana, alla quale era caduta dal cesto che trasportata tutta la frutta, la cagnetta ringhiò e lui tirò dritto, non lasciandosi muovere da compassione.
A viaggio concluso, davanti alla porta di casa, trovò un bimbo in lacrime e, ignorando la furia della cagnetta, lo prese in braccio, per consolarlo, morendo sul colpo, ancora una volta, e venendo successivamente rianimato.
Alla terza, insistente, richiesta di libertà, la moglie gli confezionò un talismano che non avrebbe mai dovuto togliere dal collo.
Arrivato in un paese in festa, mentre giungeva la notte, si fermò, estasiato, ad ammirare le danze, scorgendo, con sua grossa sorpresa, la sua sposa che amoreggiava con un altro uomo.
In preda ad una rabbia incontrollata le scagliò addosso l’amuleto, finendo per essere ricondotto a casa ed essere murato vivo al suo interno.
(Ragazzi, alcuni matrimoni altro che Janas!!!)
La zona di Giave è anche considerata un luogo sacro, per la presenza di petroglifi, attribuiti al passo e al ginocchio della Madonna.
– Carla –

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