Tradimento Terapeutico

Come?
Scusa?
Ma in quale oscura realtà?
Un amico, ieri notte, mi ha mandato lo screenshot di una frase, assurda, inviata dalla ragazza con cui ha una relazione “seria” (a senso unico, a parer mio) da più di un anno.
A suo dire (della tizia), il tradimento che rispecchia talune particolarità è salutare per la vita di coppia.
Per chi?
Per la persona che riceve un bel paio di corna, in confezione regalo, direi proprio di no!
Se lo chiami “adulterio” fa male, è certo, se invece lo battezzi “short story” ti fai una risata?
La massima onestà verso l’amante, che deve aver chiaro di essere un “passatempo” e il viverlo come un “diversivo”, che scansa la routine che trita, non rappresentano un salvacondotto per varcare la soglia del perdono, dico male?
L’amante, sta a vedere, è altruista, un terapeuta familiare!
Francamente, non trovo le parole adatte a trasferire, in questo contesto, il mio pensiero.
Se il “cornificante” provasse, per una sola giornata, a vestire i panni del “tradito”, ad immaginare ciò che riteneva il “suo Tempio” (e qui, perdonate la schiettezza, mi riferisco, esattamente, agli organi riproduttivi) violato, solo per creare “distrazione”, sentirebbe levarsi, dal suo animo, l’odore, inconfondibile, della putrefazione.
Si prova dolore anche nel sapere di marcire!!!
La risposta a quel messaggio è stata – E’ un chiedermi il permesso o il mettermi al corrente? –
La ama, diversamente, non si porrebbe nemmeno il problema di analizzare quelle parole o di condividerle con me, la farebbe decollare e basta.
Ho inviato un vocale, dove lo esortavo ad essere diretto, a chiedersi (anche solo nella ipotesi che per lei possa essere accettabile una teoria del genere) se la correttezza, l’amarla in maniera cristallina, possono mai camminare su quella stessa strada.
Al suo posto avrei indossato un paio di scarpe da cantiere, belle robuste, per sferrare una pedata e salutarla, nel vederla dirigersi su Marte!
– Carla –

Una su un milione

– … è una semplice canzone che serve a me per dirti che sei una su un milione –

https://youtu.be/ZVOAg3Qox0E

Chi scrive fiabe non smette mai di sognare!
Non esserne sicuro, forse, “spreme” il ricordo e nulla di più, per continuare a regalare una illusione …
La bambina che teneva tra le mani quel dono, la capacità di sognare, si è nascosta tanto bene che sarà difficile scovarla e domandarle di aprire il pugno e lasciarla evadere.
– Carla –

Bimbi prematuri

Tra le varie curiosità che circolano in rete, insieme alla marea di quelle improponibili e di altre che ti fanno domandare “Quanti neuroni occorrono per accendere, correttamente, un cervello”, capita di leggerne di stupende, dal profumo di “vittoria”.
Sapete quanto pesavano, alla nascita, i più piccoli prematuri sopravvissuti?
Il maschietto, un giapponese, 268 grammi, la femminuccia, tedesca, 252.
La mano ed i sentimenti del Signore, è inutile negarlo, hanno scortato i gesti e pilotato le decisioni di medici dal cuore immenso, angeli che non hanno esitato a sfidare la sorte, credendoci fino in fondo, per legarli, a doppio nodo, a questa vita.
La scienza è il vero miracolo, so che lo state pensando, eppure, ve lo assicuro, quando Dio indossa un camice bianco, la vita palpita anche dove lei è lontana o non ancora abbastanza evoluta.
Le storie di tanti angioletti, venuti al mondo con largo anticipo, e scampati alla morte, mi toccano da vicino, perdendosi in un corridoio temporale lontano.
1978 …
Mia zia, una sera di settembre, in seguito ad un malore improvviso, da alla luce un fagottino di 750 grammi scarsi, un topino (bruttarello) tutto testa ed occhi sporgenti, dalla pelle sottile che quasi mette a nudo tutti gli organi.
Battezzata al volo, per concederle di spirare nella Grazia di Dio, inizia a lottare, con la forza di una leonessa e, in barba ad ogni previsione, lascia l’incubatrice, torna a casa e cresce a vista d’occhio, trasformandosi in una pennellona, dai grandi occhi verdi e dai capelli colore del sole.
Nel suo caso, le braccia della Madre di tutta l’umanità, invocata a più voci, si fanno culla sicura e, per grazia ricevuta, la mamma, decide di darle, come secondo nome Maria.
Per tutti noi, lei, è figlia di un miracolo!
Non siete ancora convinti?
Bene, torniamo indietro di altri 40 anni …
Sua nonna paterna, mette al mondo, a casa, con accanto ad un’ostetrica piena di amore, suo marito, una bimba che pesa meno di 900 grammi.
Nonostante la location preistorica, sopravvive anche lei!
Non c’è nulla da fare, le orecchie dell’Altissimo sono sempre tese e il suo cuore pronto ad accogliere le nostre suppliche …
– Carla –

GreyGoose

Tutte le volte che, nell’aria, risuonava questa canzone, si rideva, pensando ad una persona in particolare, che di Angelina bramava fare la collezione …
Ovviamente, non mi abbandono all’esternazione dell’opinione che avevo nei suoi riguardi, gli istinti bassi e primordiali, hanno senso solo se “sale” di ben altro.
Oggi l’ho risentita e sono andata a cercarla.

https://youtu.be/FKgwlMKrpKA

e, sorridendo, mi è venuto in mente un detto, da adattarci:
“Chi Angelina ferisce, di Angelina perisce … (prima o poi)”.
Credo capiti sul serio!
Il detto (per sostituire la scemenza iniziale con qualcosa da ricordare), così come lo conosciamo ed usiamo noi, è la traduzione di una locuzione latina, “Qui gladio ferit, gladio perit”, e si rifà  (secondo l’evangelista Matteo) ad una frase detta da Gesù, si pensa a Pietro, che per difenderlo, impugna la spada e ferisce un servo.
“Converte gladium tuum in locum suum, omne enim qui acceperint gladium gladio peribunt”.
“Riponi la spada nel fodero, che tutti coloro che avranno messo mano alla spada di spada periranno”.
A viver da “infami” si campa bene un giorno e si piange a lungo!
– Carla –

“Amore, ti faccio partorire …”

La maternità fisica, a differenza di quella del cuore, non l’ho mai provata e non credo la proverò, sono il ramo secco di Rita Lotti e sono finiti i “miracoli”, ma dai racconti (senza censure) fatti da chi ha donato la vita, ho compreso che non è una passeggiata tutta salute, tutt’altro!
Con la mia mamma, però, io sono stata generosa, i primi dolori le sono arrivati alle 07.00 e alle 08.50 (l’ostetrica le raccontò che, come una contorsionista, feci gran parte del lavoro da sola), brutta da infarto, le facevo pronunciare, testuali parole: “E’ troppo nera, vi siete confusi, non è mia!”.
È un impegno, psicofisico, che si schiude in un sorriso, dopo un inferno!
Guardate il video, a me fa troppo ridere (adoro Alice, ironica e dal pensiero frizzante) e, subito dopo leggete la mia esperienza “ansiogena”, nel reparto nascite, in un ospedale cagliaritano.

https://youtu.be/Ef9NFk2Ili8 

La “Fantozzi” che vive in me, e che non sono mai riuscita a sfrattare, giustamente, decise di uscire fuori da “casa” anche in quell’occasione …
Fresca di nozze (lontana dal pensiero di allargare famiglia nell’immediato), vado a conoscere il bimbo, appena venuto al mondo, della nuova vicina di casa.
Sono le 10 del mattino e i nascituri non li fanno vedere, da dietro un vetro (tra l’altro) prima dell’orario d’ingresso, in realtà non sono ammesse le visite nemmeno alle mamme ma, non so per quale benedizione celeste, mi viene accordato un pass di qualche minuto (che kulooooooo).
Si spalanca una porta che, subito dopo, si chiude alle mie spalle, e un tizio (mi accoglie con una cortesia inimmaginabile) mi veste, da testa a piedi, di verde rana.
Per un istante mi sento la Dottoressa “Jo”!
Davanti si apre un’altra porta e vengo invitata a camminare lungo questo corridoio, largo e che mi pare chilometrico, per raggiungere l’ultima cameretta, dove è stata sistemata la mia nuova amica.
La temperatura è altissima, e lo è davvero, non è lo stato emotivo in cui sto scivolando a farmi vivere un agosto assolato inesistente, man mano che mi sposto, butto l’occhio a destra e a sinistra dove, vedo e sento di tutto.
La tizia che grida, come se le stessero togliendo la pelle, e offende l’uomo che cerca di consolarla, “Lo hai visto cosa mi hai fatto? Dormirai sul divano, per sempre!”.
Un’altra che tiene per il bavero un medico, che non si scompone minimamente (sicuramente ha fatto il callo a queste scene), e urla, come posseduta, “Fallo uscire, adesso!!!”
E la donna che, sopra un lenzuolo, gettato sul pavimento, emette suoni della giungla e sta nella pozione di partenza ad una gara di sci?
Impossibile scordarla …
Cammino, sudando sotto una stoffa che mi sembra un’armatura, mentre avverto i battiti rallentare e prego che nella stanza della neo mamma ci sia una sedia sulla quale morire.
Troppa grazia, c’è solo il letto, lei sfatta, con gli occhi iniettati di sangue, il volto pieno di chiazze e una voce piangente che ripete “Non fare figli, non farli …. A casa riporto il Gran Canyon, non puoi capire il dolore!”.
Sono impressionabile e il solo odore dei disinfettanti ospedalieri o il puzzo di brodino malaticcio, mi fanno agitare, ragion per cui, si aprono le danze …
La vista inizia ad annebbiarsi e mentre mi ripeto, come un mantra, “Va tutto bene, non svenire adesso, scambia due parole e taglia la corda!”, lei mi parla ma è come se guardassi un film senza audio, il panico mi scala rapidamente, così, la saluto di fretta e coi battiti a due, cerco di guadagnare l’uscita.
Fuga da Alcatraz …
Con passo lento, perché temo di “sgonfiarmi” e, priva di sensi, di ritrovarmi infilzata da un ago, sempre più sudata e confusa, punto la porta e, toccata la maniglia, evado.
L’aria più fresca mi colpisce il volto, rincomincio a sentire i suoni e a vedere chiaro, mi appoggio al muro, mi tolgo il vestito di Kermit la rana e, finalmente, mi allontano da una tensione emotiva senza pari.
Quel giorno, in quel preciso momento, giurai a me stessa che se mai avessi avuto un figlio, avrei affrontato un intervento e non mi sarei mai dovuta fare venire un oceano di coraggio.
Ebbene si, penso che nel dare la vita, ogni donna, sia un’eroina a cui un uomo, raramente, regala una medaglia.
– Carla –

Una casa per Jack

Appena ho saputo della sua esistenza, sono salita in auto e sono andata a verificare, portando acqua e cibo.
Sul posto ho incontrato una signora e una ragazza, che mi avevano preceduta (viveri compresi), alle quali ho domandato qualche informazione.
Loro, lo hanno chiamato Jack, non hanno idea della sua età e da quanto tempo viva lì, esposto alle intemperie e alla calura, nonostante la casina di legno, amorevolmente realizzata da qualcuno.
Bene, il pelosone bianco non mi ha chiesto nulla, sono io che ritengo abbia diritto ad una vera casa (mi è stato riferito che vive dell’amore di tutti), lontano da una solitudine immeritata, vista l’ubicazione.
La residenza di Jack è sita davanti ad un Cimitero, che non ho idea di come si chiami, posto tra Cortoghiana e Bacu Abis.
Una casa per Jack …
Jack
– Carla –

W la “mutanda”

L’idea di andare a leggere le origini della “mutanda”, mi è venuta ricordando una nonnina, vista nel parcheggio di un centro commerciale, a Cagliari, qualche decennio fa … ma di lei parlerò nelle ultime righe, perché, credetemi, è da gran finale!
Il termine “mutanda” deriva dal latino mutandae, “mutare”, “cosa da cambiare” e deve il primo ingresso ufficiale, nella quotidianità femminile, a Caterina de’ Medici, moglie di Enrico II, re di Francia, che la introdusse nell’ambiente di corte, quale indumento (erano mutandoni, avvolgenti, di cotone o fustagno), denominato “Briglie da Culo” (alla faccia dell’eleganza), che nascondeva le gambe durante l’equitazione.
Nel tempo, realizzato con stoffe pregiate, cucito con fili dorati o argentati e ornato di pietre preziose.
Di sensuale o sessuale, pensiamoci un attimo, aveva ben poco, eppure, la Chiesa lo considerava uno strumento di perdizione, l’esca usata dalle meretrici.
La sua popolarità conobbe il buio nel 700, per poi tornare di gran moda 100 anni più tardi, con l’avvento delle gabbiette metalliche, inserite sotto le larghissime gonne, quale accorgimento per non mostrare nudità per una folata di vento o nel salire ripide scalinate.
Culotte, tanga, perizoma, brasiliana, slip, boxer, negli anni 90, addirittura commestibile, il “proteggi” pudenda è arrivato ai giorni nostri, tirandosi appresso, più che una moda  una domanda “le porti”?
E, come promesso, concludo in bellezza, con la nonnina del parcheggio!!!
Immaginate 150 cm di rotondità, in costume sardo, nero lutto, che  con fare mesto s’allontana dalla famiglia per raggiungere un piccolo spazio verde, in prossimità della mia auto (dove sto caricando la spesa).
Con fare disinvolto, tende un braccio e s’appoggia al tronco di un alberello, distanzia i piedini e, restando eretta, come se stesse respirando una boccata d’aria fresca, la vedo realizzare un laghetto dorato.
Secondo voi, le indossava le mutande?
Di certo, era dotata di una “Ginevra” circense, dal momento che le scarpette le sono rimaste asciutte!
– Carla –

Io e le mie “fobie”

Di recente mi è capitato di scorrere l’elenco delle fobie, quelle più diffuse e, ovviamente, ho cercato di trovare le mie, di dare loro l’etichetta esatta, mettiamola così, scovandone 5 (se qualcuno conosce il nome esatto della paura di annegare e di quella dei serpenti, me lo scriva tra i commenti, perché non le ho rintracciate).
BELENOFOBIA, ovvero la paura degli aghi.
Vederli conficcati o conficcarsi, nella cute, mi fa morire, tant’è che la gatta riceve l’insulina (due volte al giorno) solo perché pungo la ciccia ricoperta di peli, che camuffano.
L’ultima volta che ho dato di matto, sbroccando, impanicata persa, è stato per mettermi la flebo, prima di un intervento chirurgico (vi giuro che sembrava un ferro da maglia) … ho morso in pancia un infermiere che mi abbracciava amorevolmente.
Capite che iena?
ENTOMOFOBIA, ossia la paura degli insetti.
Tutti quelli che posso mordere o pungere (tipo il tafano) e delle blatte.
Non strillo, come farebbe un qualsiasi essere umano impaurito, grondo lacrime in un imbarazzante silenzio.
ACLUOBOFIA, vale a dire la paura del buio.
Fatevi una risata!!! L’assenza di un punto luce, anche insignificante, mi manda in angoscia, il non sapere cosa mi sta attorno mi fa sentire in balia di ipotetici aggressori e, nell’aprire gli occhi (se sto dormendo)  mi regala la tremenda sensazione della perdita della vista.
APIFOBIA, questa si comprende, la paura delle api.
Aggiungerei anche le vespe, i bombi e similari.
Da piccina venivo punta, ripetutamente, in cortile, ragion per cui li vivo come killer.
Ero una bimba tutta miele?
No, una poco accorta che, certamente, andava a mettere le mani dove non doveva (i polsi erano la zona prediletta dalle deliziose creature).
MOLYSMOFOBIA o MOLYSOMOFOBIA, la paura dello sporco e contaminazioni.
Io e la spazzatura non ci prendiamo proprio, quando c’erano ancora i cassonetti per strada, avrei voluto usare una catapulta piazzata sul balcone, oggi, sembro l’allegro chirurgo e coi guantini monouso tocco i contenitori condominiali.
Non sopporto nemmeno di essere baciata (e intendo sulle guance) dalle persone a cui non sono legata affettivamente, dovendo frenare l’istinto di pulirmi al volo.
Detesto, in linea di massima, il contatto fisico con le persone, accettato solo se mi legano sentimenti di bene o di amore.
Da bambina ho avuto una paura cosmica dei gatti, passata a 16 anni, quando mia sorella portò, a casa, 4 micini appena nati, abbandonati dalla loro mamma (a 2 anni la gatta della vicina mi artigliò una mano, lasciandomi un’unghia piantata e tolta in ospedale) e dei cani, fino a 25, quando una cagnetta abbandonata mi saltò in braccio (dal finestrino dell’auto aperto), restando a fissarmi e finendo con il leccarmi il collo (qualcuno ipotizzò che dipendesse dalla paura provata da mamma, aggredita e morsa, all’ottavo mese di gravidanza, da un pastore tedesco, lasciato incustodito).
Stranamente, non ho nessun timore di una miriade di altre cose che terrorizzano le donne, come i ratti, i pipistrelli, le cavallette, rane e rospi, anzi, provo una certa simpatia (quando abitavo nel Lazio, ospitavo due pipistrelli sul balcone, avevo dato loro anche dei nomi: Hughetto e Matilde).
Sono strana???
Ma si, solo un pochino!!!!
– Carla –

La Felicità

La Felicità è il battito d’ali di una farfalla,
l’inerpicarsi su gradini di nuvole,
destinate a dissolversi,
una parola,
scritta senza inchiostro,
che solo la fiducia riesce a scorgere.
È quell’attimo che schiude un sorriso e che,
sciogliendosi in un abbraccio,
sussurra,
“per sempre”,
all’infinito.
È l’illusione che permutata con la serenità,
sicuramente,
regala all’anima le ali per toccare il cielo.
– Carla –