Quando ero …

Ho sempre adorato scrivere, mettermi in discussione per verificare quale impatto avessero i miei pensieri.
La mia prima “espressione letteraria”, per la gioia di mamma, si è abbattuta su un mobile bianco (non esattamente economico) che il mio anno e mezzo di vita viveva come un grandissimo foglio bianco, sul quale far scorrere la mina di una matita.
Papà, da quel momento, non mi ha fatto mancare i mega album da disegno e le matite, visto che i colori non li amavo più di tanto.
Imparare a leggere e scrivere, per me, è stato un dono importantissimo, da subito, la scoperta di un mondo da decodificare, la magia per liberare ogni emozione.
Certo, all’inizio, qualche gaffe l’ho fatta (in un temino, in prima elementare, descrissi la mia maestra col termine “donnaccia”, ma in realtà volevo dire che era tanta, un “donnone”) ma, col tempo, ho cercato di “pesare” le parole e, soprattutto, di non legarle alla rabbia di un momento e di non sporcarle con volgarità verbali che, non di rado, sono dirette ed efficaci, nonostante la loro rozzezza.
La parolaccia mi può scappare, intendiamoci, ma non scritta … la imbelletto e riesco ad essere, ugualmente, tagliente.
In rete, scrissi per la prima volta nel 1999, in un forum, di Libero (se non ricordo male), con il nick Ambrosia, ma durai come un gatto in autostrada.
Le persone non sempre si commentavano con educazione e capitava di assistere a provolonaggi terra-terra, parecchio imbarazzanti.
Tra il 2001/2002, fu la volta di uno spazio concesso da Jumpy, chiamato “Mio Diario”, dove era possibile solo scrivere e ricevere commenti dai lettori.
Ambrosia diventò Angelica e, senza mai dare riferimenti geografici, età o qualsiasi indizio reale, iniziò a raccontare la quotidianità di una donna impacciata che cercava il grande amore.
Indossava gambaletti color pelle di wurstel, sotto tubini che dovevano essere seducenti, e vedeva ogni uomo lasciarla come un carciofo sfiorito.
Il personaggio che avevo tratteggiato mi permetteva di ridere come una matta mentre scrivevo e faceva simpatia a un numero di persone che cresceva in maniera esponenziale ogni giorno.
Se non avessero chiuso quello spazio, senza avvisare nessuno, penso sarebbe ancora viva, buffa e buona.
Siamo arrivati all’ultimo abito di scena, perché qui non ne indosso, di cui dirò poco, perché nutro la speranza che qualcuno si riconosca, sappia dirmi come si chiamava quello spazio, il nick che utilizzava per chiacchierare tutti insieme e mi contatti.
Sono stati anni bellissimi, ho incontrato persone serie, madri di famiglia, padri, un intreccio di generazioni che si scambiavano insegnamenti ed esperienze, atte alla crescita.
Chi si ricorda di “Rosalexia”?
– Carla –