Preistoria Sulcitana

Una fitta macchia mediterranea riveste la zona collinare della valle “Su Corroppu”, a Sirri, nel Sulcis, sul versante sud-occidentale dell’isola (sto parlando della Sardegna, la mia isola, ovviamente). Un riparo di rocce calcaree, realizzato dalla natura, dove, oggi, è possibile incontrare la quiete, il silenzio adatto ad incorniciare i pensieri più intimi, e che ieri, un ieri davvero lontano, accoglieva la vita. La civiltà neolitica, denominata “Cultura di Su Corroppu”, a dispetto di quanto il sito possa far immaginare, l’ha animata nella preistoria. La datazione attribuita in precedenza, 6000 – 5300 a. c., in seguito a successive valutazioni, attuate con la tecnica del radiocarbonio, eseguite su resti ossei presenti in loco, è stata traslata indietro di circa 3000 anni, questo significa che già a partire da 9000 anni fa, ospitava insediamenti umani. Nell’addentrarsi all’interno del rifugio ed effettuare gli opportuni scavi, sono emersi manufatti ceramici, ottenuti amalgamando elementi terrosi, scuri e giallastri, che fanno pensare a rudimentali stoviglie, tra l’altro decorate con suggestivi motivi verticali e obliqui. Sono venuti alla luce anche piccoli oggetti di ossidiana, di forma triangolare, trapezoidale e semicerchio, presumibilmente, utilizzati per realizzare strumenti di difesa, di caccia o atti a facilitare lo svolgimento di attività agricole, capaci di garantire un sostentamento sicuro per la sopravvivenza di tale popolazione. Non ero al corrente che la mia provincia custodisse una porzione di storia, importante e tanto distante nel tempo … BELLO!
– Carla –

Cultura letteraria “temeraria”

Vi capita mai di ritrovarvi in un dato contesto e di sentire l’eco di una frase presa in prestito? A me un numero di volte impressionante, forse perché alle parole assegno un peso tutto mio e capita che quelle di altri riescano a rimpiazzare le mie (… anche se è arduo lasciarmi senza vocali e consonanti da montare come i “Lego”). Ieri, tra i pensieri, si muoveva Lei, il coraggio vestito con abiti femminili, la Donna che ha avuto l’audacia di sfidare il silenzio della sua terra, per raccontarla senza censure. Grazia Maria Cosima Damiana, nel 1904, in Cenere, raccontava della giovane Olì, innamorata di un uomo spostato che l’aveva resa madre, e dell’amore di un figlio, Anania, mostrando ciò che poteva accadere nella realtà sarda dell’epoca e di cui nessuno si sarebbe dovuto vergognare, come accadeva. È questo uno dei suoi scritti che apprezzo maggiormente, insieme al più noto Canne al vento, del 1913, ambientato a Galte e incentrato sulla famiglia Pintor, composta dai genitori e 4 figlie, Ruth, Ester, Noemi e Lia, l’unica che riesce a sottrarsi alle rigide regole che imponevano ad una ragazza di trovare un buon partito e di relegare la sua esistenza tra le pareti di casa e non oltre i confini del paese. In ogni suo romanzo, Grazia, riesce ad imprimere il vero, a scattare una fotografia che ricorda ad ogni sardo da dove è partito e quanto quella rigidità, ingiustificata, gli abbia insegnato ad essere esigente con se stesso.

https://youtu.be/Y8XBNigpMss

Grazia Deledda
27 settembre 1871 Nuoro
15 agosto 1936 Roma
Premio Nobel per la letteratura nel 1926

“Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Siamo canne, e la sorte è il vento”
– Carla –