Il Natale ai tempi dei miei “Nonni & Bisnonni”

A  cavallo tra l’800 e il 900, nella mia isola, l’atmosfera natalizia non era, sicuramente, quella che si respira adesso e nemmeno quella della mia infanzia che, per determinati aspetti (in particolare la socializzazione) qualcosa la conservava ancora. I pastori, dopo aver trascorso mesi tra le montagne, in totale solitudine, a prendersi cura del bestiame, facevano rientro a casa, consapevoli di essere attesi con trepidazione. La vigilia, denominata “Sa nott’è xena” (la notte della cena), rappresentava la forma più alta di aggregazione familiare, che vedeva l’intero parentado riunito attorno al focolare domestico del membro più anziano. In questa occasione, per ingraziarsi la buona sorte, le pareti del camino venivano ripulite dal nero della combustione e, al centro di esso, collocato “Su truncu o cozzina de xena”, un enorme ciocco di legno, che avrebbe dovuto ardere, ininterrottamente, fino alla fine delle feste. A tavola, diversamente da quanto accadeva il resto dell’anno, ogni ben di Dio rimpiazzava i pasti frugali, in un tripudio di carni arrosto (agnello, capretto, maialetto), formaggi, salumi stagionati a regola d’arte ed altre specialità, tra le quali “Sa Tratalia o Corda” (frattaglie inserite in uno spiedo e legate con l’intestino di agnello). Un ruolo di spicco, per le famiglie economicamente più agiate, lo ricopriva era “Sa Mandara” (l’invio), di generi alimentari a quelle meno fortunate, con i quali festeggiare serenamente una serata di uguaglianza sociale. A cena conclusa, riuniti attorno al camino, i più giovani ascoltavano i racconti degli anziani, fiabe come “Maria Puntaoru” e “Palpaeccia” e, tutti insieme, si partecipava ad uno dei due giochi popolari, “Sa Tumbula” e “Su Barralliccu”, la trottola con 4 facce (T= Tottu-tutto; M=Mesu o Metadi- ½; N=Nudda-nulla; P=Poni-metti)  con in palio la frutta secca. Un appuntamento, al quale presenziava tutto il paese, era “Sa Miss’è puddu” (la Messa del 1° canto del gallo), in una Chiesa vestita a festa, dove le più attese erano le donne incinte che, partecipando a quella funzione, si garantivano la nascita di un figlio sano, era diffusa la credenza, infatti, che in quel modo il male sarebbe mutato in bene, “Sa bestia furriara in cristianu”. Un’ulteriore convinzione, legata all’incantesimo del Natale, era che chiunque fosse nato in quella notte non avrebbe perso denti e capelli in vita e nemmeno dopo la morte, “Chini nascidi sa nott’è xena non purdiara asut’è terra” (Chi nasce nella notte della cena non si decompone sotto terra), oppure, avrebbe portato fortuna in 7 case del suo vicinato. Nell’intervallo tra il 25 e il 31, anche alla figura sinistra della vecchia “Bruxia” (donna con capacità particolari) veniva offerta la possibilità di trasmettere, perché non andassero perduti, i propri poteri di magia bianca ad una donna più giovane. In Barbagia, in alcune zone, fino al giorno dell’epifania, la statua del Gesù Bambino, “Su Nanneddu”, veniva portata di casa in casa, scortata da canti e preghiere mentre il 31 dicembre, concluso il Te Deum, affacciandosi alla finestra, il parroco gettava monetine e caramelle per i più piccini, “Sas Bulustrinas”, in altre, nella mattinata di S. Silvestro, i bambini giravano per le case, “Sa Candelaria”, per farsi donare pane tipico o dolcetti, la sera lo facevano gli adulti, omaggiando le coppie che si erano sposate in quell’anno. La realizzazione delle pietanze, in particolare del pane, richiedeva cura e il rispetto di riti tramandati da madre in figlia, di modo che le tradizioni non rischiassero di perdersi e diventare ricordi. In Ogliastra, al pane, si dava la forma di un cuore, di un giglio, di una stella, di un uccello o di un neonato (“Su Accèddhu”), ricco di dettagli anatomici, parti intime comprese, in Gallura di bambola (“La Franka”) o di corvo (“Lu Kubòni”) mentre a Thiesi i bimbi più poveri, entrando nelle case, recitando una filastrocca portafortuna, ricevendo, in cambio, un pane a forma di bastone pastorale (“Su Bakkiddhu”). Il Natale, le festività in generale, erano motivo di gioia e condivisione, profumavano di famiglia, di momenti preziosi che la vita di tutti i giorni, relegata tra montagne e campi, allontanava, di quella abbondanza che per una sera rendeva ricco anche il più povero.

Da tutta l’isola, si levi una sola voce per augurare al mondo …
Bonas PascasBonas PaschixeddaBonas Festas o Norabonas
– Carla –

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