Hikikomori

Vi capita mai di scivolare in una chiacchierata, di sentire una o più parole nuove e di non sapere, nemmeno alla lontana, di cosa si tratta? A me sì, in modo particolare quando le persone coinvolte, intendendosi, ne parlano a spizzichi. La parola “Hikikomori”, per quanto mi riguarda, poteva esser di tutto, dal dolce ad una disciplina di rilassamento orientale, ad un personaggio Anime, mai avrei pensato di accostarla ad una persona. Nel reperire informazioni (sono curiosa, si sa!) ho scoperto che si tratta di un termine giapponese che, tradotto, significa “stare in disparte, isolarsi”, un fenomeno che colpisce adolescenti o, comunque, giovani. L’Hikikomori, sceglie di rinunciare alle relazioni sociali, di non oltrepassare i confini della propria abitazione o, addirittura, di isolarsi tra le mura di una cameretta. I contatti, vis-à-vis, là dove esistono, si limitano al nucleo familiare stretto e, unicamente, per far fronte a bisogni primari, scalzati dalla navigazione in rete, dall’affacciarsi al mondo attraverso una finestra virtuale. La quotidianità s’interrompe per un tempo che si dilata, arrivando ad abbracciare anche un decennio, falsando i sensi e creando un vuoto affettivo difficile da rammendare. Patologia? Emulazione? E se, invece, fosse solo ribellione? La realtà, purtroppo è innegabile, diventa sempre più inospitale!
– Carla –

8 pensieri su “Hikikomori

  1. Il caso. Proprio oggi ho letto un paio di articoli su questo fenomeno (e ne ho scritto qualcosa), che già conoscevo perché ne avevo trovata notizia alcuni mesi fa. Non credo sia generato dalla noia, in parte potrebbe essere una forma di ribellione. L’hikikomori nasce in Giappone, un paese moderno ma legato rigidamente alle tradizioni, gli adolescenti si trovano quindi schiacciati anche dalle forti aspettative. Hai ragione, viviamo una realtà inospitale, negli ultimi anni pare si sia diffuso anche qui in Europa, ne ho visto traccia in alcuni adolescenti e penso che alcune responsabilità siano da attribuire alla mancanza di presenza o ad un’eccessiva e pressante presenza dei genitori.

  2. Da noi sono conosciuti come NEET e le cause sono tante: disagio, paura e, perché no, opportunismo.

  3. Hikikomori purtroppo è una parola che conosco,perché aimè la vivo sulla mia pelle…ho una figlia adolescente che ne soffre, ma neanche l amore di una madre o una promessa allettante,distoglie l attenzione da questa brutta abitudine…il disagio più grande è quello che il giovane, non crede di avere un problema,proprio come una vera e propria dipendenza,quando lo poni davanti al disagio la risposta è sempre quella “ io non ho un problema sto benissimo…solo che voglio giocare al computer nella mia stanza,e non mi ho voglia di uscire e vedere amici”queste parole mi uccidono, e mi rendo conto che anche io insieme a lei sono intrappolata in questa “gabbia virtuale “che sta schiacciando entrambe…ma ciò non mi fermerà ad insistere e farle capire che LA VITA REALE è migliore della vita virtuale….grazie Carla

  4. Spesso non so il significato di parole nuove…
    Questa però mi ha fatto paura subito, ne ho parlato con mia figlia, è lei che me l’ha fatta conoscere.
    E’ vero che la realtà di oggi non è delle migliori ma è anche vero che molti giovani di oggi non hanno la voglia di affrontarla; sicuramente c’è un seme di patologie? depressioni? situazioni familiari difficili? Sicuramente, ma vedo giovani senza spina dorsale e senza i nostri solidi appoggi.
    Sarà che ho attraversato anni difficili socialmente parlando e ci siamo buttati a capofitto per ciò in cui credevamo e, se in parte eravamo disprezzati, in parte siamo stati spalleggiati.
    Questa parola mi atterrisce.

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