Cosa è giusto?

Diventa sempre più complicato rispondere “correttamente” a questa domanda! Dipende dal tempo che colleziona nuovi tasselli da aggiungere al mosaico? Dalla capacità di giudizio che, smembrata dalle troppe cantonate, vien meno? Da una lucidità intaccata dalla ruggine della rabbia o rallentata dai sentimenti? Non so rispondere! La mia sola certezza è che nel formulare il pensiero che ritengo “oggettivamente” esatto, nel chiamare le cose con il loro nome o nel prendere una data direzione, agli occhi dei più appaio “pedante, sfigata e inacidita”. La diversità, il sentirmi come il sale che spera di addolcire il caffè, il pezzo spaiato che andrebbe a comporre i “calzini della solitudine” è quanto resta. Ultimamente, il desiderio di dare spazio ai convincimenti nati e cresciuti con me, il condurli oltre il confine e l’esigenza di esportare l’ordine che l’animo realizza da solo, opera un mutamento che stravolge, radicalmente, il quotidiano. Vivo male la pesantezza di panorami posticci, i rapporti, palesemente, di comodo, ciò che riesco a battezzare con un’unica parola, ipocrisia!!! Il ridurre all’osso talune frequentazioni, accrescere il valore di chi, senza sentirne l’obbligo, pone al centro di ogni cosa il bene comune e non quello personale, mi fa sentire in perfetta armonia con me stessa ma, in concomitanza, spalanca le porte di una città fantasma. Sono piovuta dallo spazio? Ho affrontato, a mia insaputa, un viaggio spazio-tempo e sono finita nell’epoca sbagliata, conservando memoria dell’intelletto? Ha senso condividere la veracità del proprio essere con persone che alle spalle tagliano e cuciono senza pietà e, faccia a faccia, spargono leccate cosmiche? In tutta sincerità, la convivenza col sentirmi stupida nel tendere sempre una mano, nel trovare giustificazioni per chi arraffa senza dare mai nulla in cambio (e non a me ma a chiunque …) ha finito per togliermi ossigeno e farmi dare tagli netti. Da una parte una manciata d’individui che stringono in pugno il mio amore incondizionato, dall’altra un quadro dal quale le lacrime della vita portano via il colore, lo stato di fatto. Scelgo, mille e mille volte, chi non esita a calarsi in un dirupo per salvare un gattino, chi si tuffa in un cassonetto per recuperare un cagnolino chiuso in un sacchetto di plastica, chi spende il sabato sera per raccogliere fondi per evitare aborti o sente d’arricchirsi nel tenere compagnia ad un anziano e poco m’importa se, tirando le somme, mi ritroverò ancora più sola!
– Carla –

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14 thoughts on “Cosa è giusto?

  1. .. Cara Carla scrivi pensieri che girano anche nella mia testa.. da tanto tempo non mi faccio la domanda ( Cosa è giusto? ) .. ormai e tutto sbagliato e nonostante ci vogliono farci credere che tutto va bene..potrei scrivere nel infinito ma non serve a niente, potrei dire tempo perso.. (non e perso un giorno scrivo un post e mi sfogo veramente senza mettere un foglio davanti alla bocca) oggi ti saluto vado via un po di tempo con il camper ti abbraccio a presto bussi Rebecca ♥

  2. Molto meglio sentirsi soli quando si è circondati dai tipi di persone che hai descritto! Sapersi distinguere in questi casi è sempre un privilegio! Buona serata Carla 🙂

  3. Segui il cuore, le tue convinzioni e i tuoi pensieri in barba agli imbonitori di pensieri artificiali. La solitudine in certi momenti è un toccasana e un nutrimento!
    Resta come sei perchè racchiudi in te grandi valori. 🙂
    Un abbraccio ♥

  4. Che il giusto sia sbagliato, è un pensiero che questa società vuole importi. Siamo sempre più individualisti, sempre pronti a schierarci a favor di vento, ed ogni gesto umano e disinteressato fa gridare allo stolto. Rimani ciò che sei e non guardarti indietro, poiché non sei l’unica a seguire quella via. Gli ipocriti periranno delle loro stesse menzogne. Buona giornata.

  5. Cara Carla io credo che giusto o sbagliato risponde a regole universali di etica.
    Io non sono credente ma potrei riassumere che la vita di un uomo e /o una donna sia giusta quando può racchiudersi nei dieci comandamenti.

    Sheraconunabbraccio

  6. IN PROFONDITA’

    di Fausto Corsetti

    Ammettiamolo: abbiamo un debole per quelli che sanno parlare. Il dono della parola ci affascina. Al punto che, spesso, quasi non ci importa quello che viene detto. Gli affabulatori, i funamboli di ardite metafore, i parolai sono capaci di farci cambiare idea, stravolgere le nostre convinzioni. Una bella frase, il giusto tono di voce, una mimica vivace et voilà, il gioco è fatto.
    Quanta leggerezza, superficialità in giro! Nei giornali, alla radio, in televisione, nei piccoli schermi saltellati da dita impazienti, nei contesti più diversi della vita quotidiana.
    C’è, in tutti gli uomini, una superficie e una profondità. La superficie è piatta e uguale, la profondità un abisso.
    Viviamo spesso in superficie, nel mondo della banalità, del “si dice”, della chiacchiera, del distrarsi, del ripetuto, dove non ci sono emozioni ma, al massimo, sorpresa o curiosità, talvolta soltanto pettegolezzo.
    Possiamo restare giorni e giorni incollati al televisore, guardare tutti i talk show, tutti i dibattiti politici, tutti gli incontri salottieri, e non allontanarci un istante dalla superficie. Possiamo perfino andare in vacanza, fare affari restando in superficie.
    Eppure, è strano, non poche sono le persone attratte dalla profondità.
    Alcuni, ad esempio, dicono di voler provare delle emozioni forti, adrenaliniche, magari correndo in automobile, praticando attività sportive estreme oppure cimentandosi in prove “no limits”: cercano qualcosa che sta al di là.
    Non è detto che la trovino, forse la trovano per un istante e devono perciò ripetere l’esperienza estrema, finché anche questa non si usura, non perde potere e novità.
    Eppure tutti, ogni tanto, siamo condotti sull’abisso della profondità quando qualcosa scuote i fondamenti della nostra esistenza.
    Quando siamo impegnati in una lotta disperata per ottenere un risultato, per superare una dura prova e ci riusciamo. E proviamo un senso di immensa esultanza, il momento di “gloria” che potremo ricordare. Oppure, sul versante negativo, quando muore una persona che ci è cara o ci ammaliamo di una malattia di cui temiamo gli esiti e ripercorriamo, riguardiamo con occhi diversi tutti i nostri rapporti, tutta la nostra vita.
    Distinguiamo, allora, ciò che è essenziale da ciò che essenziale non è, la superficie dalla profondità. Capiamo che la profondità è sacra.
    E, di più: accade di incontrarla quando ci innamoriamo, quando il nostro animo si dilata e diventa capace di emozioni, di pensieri tanto più grandi di noi stessi che vorremmo abbracciare il mondo e fonderci con esso.
    Afferrati dall’amore, possiamo essere felici solo con chi amiamo e se ci distraiamo, se preferiamo altre compagnie o altre cose, la nostra unicità si incrina, si degrada. L’amore è esigente. Tutte le cose perfette richiedono una concentrazione totale: il compositore è totalmente assorbito dalla sua musica, lo scrittore dal suo romanzo.
    Sicuro, c’è un’altra strada verso la profondità: l’arte, la grandissima arte.
    Ci sono dei libri, dei romanzi, dei film, dei brani musicali, talvolta delle opere di pensiero, che invadono il nostro spirito e sembrano sul punto di farlo esplodere tanto ci apriamo al mondo, agli altri, a noi stessi: vediamo, così, qualcosa della nostra essenza, di cosa potremmo essere.
    Allora il nostro abituale modo di vivere ci sembra un vestito vecchio, abbandonato in un angolo di una stanza.
    Non è facile riconoscere il respiro profondo della speranza che trascende la provvisorietà o l’oscurità del quotidiano. Spesso il futuro intimorisce o quantomeno preoccupa. Eppure, la vita si distende nella ferialità, nel succedersi instancabile di piccoli avvenimenti, di speranze nuove, una successiva all’altra.
    Nella consapevolezza dei giorni, si illuminano gli abissi dell’anima, si alimentano di colori mai visti, di promesse coltivate, di parole gelosamente custodite nel silenzio: chi ha visto sorgere il sole può sperare, anche in piena notte, che l’indomani torni a brillare il giorno.

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