Anno nuovo, pensieri al galoppo!

Il fine settimana, la coda stropicciata di una cordata di feste che, lo riconosco, non mi fanno impazzire, trova posto nel contenitore degli addobbi dell’albero, tra palline, nastri di luce, personaggi ed ambienti del presepe … Benvenuta quotidianità, meno luccicante e più veritiera! Da che ho memoria, non ricordo di aver mai avvertito impazienza di venire risucchiata dal vortice delle ricorrenze da calendario, al contrario, ho sempre dovuto governare l’impulso di fuggirle. In parte, credo dipenda da perdite affettive rilevanti, avvenute a ridosso del Natale, alla fragilità di una bambina che non sa risolvere l’enigma di ogni festa futura lontana dall’allegria di nonno, dalle braccia profumate di nonna o dalle patatine al forno di una zia che gioca sulle pagine dei compiti. Il 2016 è solo l’ultimo di una serie di capitoli, tra i quali spalmare i pensieri, in cerca di quella sfumatura in più che gratti via dal cielo ancora una nube, di una lacrima non evaporata che lavi una macchia e del tepore di un sorriso per asciugare il tutto. Ho da benedire Dio ed ogni creatura che a Lui ha affidato conoscenza ed esperienza per risollevare la salute di mia madre, chi non le fa mancare il mio stesso amore ed i piccoli amici piumati o pelosi che mantengono vivo il suo bisogno di dare assistenza materna. Ho, altresì, da ringraziare per le amicizie immutate e la loro capacità di rendere inoffensive le stoccate di quelle che si svelano di comodo, per quei rarissimi boccioli che accolgono la carezza di uno sguardo e non ricambiano porgendo una spina. Ho da regalare un abbraccio a me stessa, per la tenerezza con cui ho saputo rattopparmi l’anima, per averla schermata dalle mareggiate di ombre oscure, che al male hanno affidato il loro timone, per aver puntellato le certezze ed averle trasformate in riparo, per uno scambio di pensieri che hanno respinto al mittente coscienze in necrosi. L’anno bambino ha ereditato, da chi lo ha preceduto, tasche colme di tenacia, di rispetto per la vita e di sogni, lasciando, nel vecchio stabile, anche l’ultimo pezzetto di carta ingiallita, i lembi di stoffa strappata e il senso unico di sentimenti che il “sasso” non può assimilare e restituire.
– Carla –

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