Vorrei ma non so … o non riesco …

Ieri pomeriggio, mentre passeggiavo in solitaria, come faccio spessissimo, riflettevo su quante cose vorrei saper fare e quanti comportamenti mi piacerebbe indossare e che, per fifazza estrema, autentica incapacità o, unicamente, perché sono una fessa senza speranza, non faranno mai parte del mio spazio vitale. Potrebbero catalogarsi come futilità o reazioni naturali che solo io ho difficoltà a porre in essere ma, ve lo assicuro, attuarle mi darebbe non poca soddisfazione.
Vorrei ma non so … saper cantare. Non parlo di capacità vocali da lasciar tutti a bocca aperta ma, molto più semplicemente, di saper intonare qualcosa senza far sanguinare i timpani di alcuno o avvertire l’irrefrenabile desiderio di sputazzarmi in faccia, guardandomi allo specchio. Se gli asini dovessero mai fondare un coro, ve lo anticipo, mi proporrò per ragli da solista!!!
Vorrei ma non so … muovermi a tempo di musica. Il mio nome di riserva potrebbe essere “1 secondo dopo” perché arrivo sempre in leggero ritardo, abbracciando una scoordinazione tale da esibire la grazia di un’ippopotamina alticcia. La musica mi accompagna ma non la vivo!
Vorrei ma non so … saper nuotare. Non reclamo uno stile olimpionico quanto di accantonare il bagnetto infelice da biscotto inzupposo di Banderas e, ancor di più, di riuscire ad infilare la testa sott’acqua, smettendo di avvertire il senso di “fine” di chi muore annegato. Da piccina, quando tentavo di fare 4 miserabili bracciate (in 50 cm d’acqua, è giusto si sappia), mio padre battezzò la mia tecnica “lo spiedo” (¼ di rotazione a destra, ¼ a sinistra), questo dice tutto!
Vorrei ma non so … farmi gli affaracci miei quando incappo in qualcuno (anche se sconosciuto) che noto, palesemente, in difficoltà. Ehhh non ci riesco, non ci riesco proprio, scatta la pena (che poi pena non è) e domando – Posso aiutare in qualche modo? – Gli anziani, solitamente, sono i più carini e dopo la giusta diffidenza iniziale scambiano ciuffetti di parole, abbandonandosi a confidenze e sfoghi (talvolta ho l’amara impressione di essere la sola disposta ad ascoltare, schifando un’umanità che li ignora. Tutti arriveremo al viale del tramonto, Dio volendo, e capiremo quanto è dura da mandare giù una pietanza rancida), al contrario dei miei coetanei a calar di età. Ho collezionato più occhiatacce e “vaffer”, io, di peli sulla gobba un gatto!
Vorrei ma non so … evitare di parlare come Heidy con Nebbia, Fiocco di Neve e Bianchina, quando mi fissa una piccola anima bi o quadrupede. I destinatari delle mie coccole sbavano di goduria e i loro genitori umani reagiscono con sguardi che sussurrano “poveraccia!”. I miei – Amore mio quanto sei bello/a … Ti piacciono i grattini, eh? – non posso farci nulla, evadono di bocca ancor prima del pensiero.
I “vorrei ma non riesco” … potrebbero essere svariati e tremendamente dettagliati, in ragione di un dono che non tutti possiedono o adoperano, la valutazione, di specchi che rimandano non il volto ma l’anima, di un desiderio intelligente che esige ordine nel disordine, quiete nella tempesta, equità nella prevaricazione. Potrebbero … ma non lo sono! Caduta dopo caduta si memorizzano le asperità del cammino, anticipano le zone d’ombra, scrutano i dettagli sommersi dalla luce, s’impara ad ascoltare e differenziare il rumore dei passi da quelli del cuore, si opera sull’io per offrirsi al mondo differenti, migliori! Risalire il crinale non è mai semplice, soprattutto se si hanno a disposizione solo piedi di creta e mani nude, occhi velati di sconforto e i vicoli del cuore spellati da un rancore che si vorrebbe inabissare, eppure, non è impossibile. Nel contenitore delle “ciambelle senza buco”, nel tempo, ho lasciato scivolare o lanciato energicamente i pezzi di un mosaico che, sicuramente, resterà incompiuto ma che racconta, ugualmente, una sua storia. Tra le dita mi rendo conto di non smettere di far rotolare un “vorrei ma non riesco …” che, in fondo, accoglie tante sfumature, offerte da una natura umana perversa, che si nutre del male che produce e gode nel diffonderlo come una nuova piaga apocalittica.
Vorrei ma non riesco … a cucinare e servire un piatto freddo unico e degno dei palati più fini, in cui l’ingrediente dominante è l’essenza di “Stronza Verace”. In passato e ancora adesso, avrei amato ed amerei saper generare e gestire il gusto pieno di una vera stronza. Non chiamatela vendetta e nemmeno giustizia, perché non le rappresentano ma, piuttosto, generoso amore per chi, a pulizia avvenuta, non rischierebbe di ferirsi tra parole e gesti aguzzi. Qualcuno nasce, vive e muore spargendo amarezza, meritando di aver a che fare solo con chi parla la sua stessa lingua e possiede la scaltrezza di anticipare i colpi bassi. Vorrei ma non riesco … i panni dell’infame puzzano e, per fortuna o sfiga cosmica, ho una fisicità morale che non veste quella taglia.
– Carla –

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