Come l’Araba Fenice

La scaricò con la stessa disinvoltura con cui si scaraventa un sacchetto della spazzatura nel contenitore dell’indifferenziata, con la medesima affezione con cui si eliminano un paio di scarpe, ancora nuove e di buona fattura che, in ogni caso, non soddisfano più, con l’identica moralità con cui si abbandona l’amico fedele, legato al guard rail dell’autostrada. La piena di un fiume, chiamato sofferenza, l’avrebbe travolta? Non avrebbe avuto l’opportunità di difendersi perché colta impreparata? Argomentazioni di poco conto, l’importante era liberarsene! Inutile, indesiderabile, adatta a trovar posto in un angolo del mondo, distante da occhi impietosi, da quelli curiosamente morbosi, dall’esistere … Era riuscito a farla sentire così, a minare ogni sua sicurezza, a farle desiderare un’invisibilità che porta pace! Non tutti distinguono l’economico vino in brik da quello pregiato, una volta versato in un’anonima ed elegante caraffa, identificano nei versi di una poesia, nella fusione di colori di un dipinto, tra le note di una armonia, un inestimabile prodotto dell’anima, amando, nella genuinità, la vera essenza della vita. Una scheggia, sfuggita al controllo della sensibilità umana che, per chissà quale insoluto arcano, calpestava il passato, mortificava il presente e distruggeva il futuro …   quel che era diventato o, forse, lo era sempre stato, occultato tra le pieghe di un’educata e posticcia dolcezza. Il cinismo, che le inzuppava  gli abiti ma non l’animo, quell’organo incorporeo che mai sarebbe stata capace di tradire, l’aveva persuasa, accogliendola pienamente, ad accompagnarsi alla solitudine, che avrebbe scortato ogni suo passo. Rinunciare a vivere per non incappare nel clone di un angoscia che graffiava i pensieri e imbrattava i ricordi, quegli attimi che di zuccherato conservavano soltanto l’ombra della farsa. Sguardi e  sorrisi schivati, sentendo il peso di non esserne degna, per una attrazione che quel gesto le aveva cancellato solo dal cuore ma che non era ancora avvizzita … Sguardi, sorrisi, parole delicate e il tempo, complice di un risveglio lento e quasi impalpabile, di conquiste piccole ed incessanti, di paure terribili che andavano a perdersi tra la foschia che lava la memoria. La babbuccia sdrucita, vedeva nuovi piedi, desiderosi di calzarla, con fierezza, non valutandola un ripiego ma una scelta desiderata …  Non andando alla ricerca di una presenza che non tramutasse  il cammino della vita  in un viaggio in solitaria, abbracciò, con un pizzico di vanità,  la quiete … Le era stata donata la consapevolezza di essere desiderata, apprezzata e, se solo lo avesse voluto, amata!

Carla

 

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7 thoughts on “Come l’Araba Fenice

  1. Consapevole di scegliere l’andatura della propria vita, crogiolandosi in un serena quiete o lasciandosi andare alla bramosia di un passo deciso.
    E dentro di sè lei aveva già tutte le risposte.
    Bellissimo e coinvolgente Carla.
    Un abbraccione 😉

  2. Ben descritto, ottima prosa sfoggiata con maestria un tantino vanitosa, ma quel pizzico che dona ammirata curiosità di conoscenza ed approfondimento.
    Si capisce al volo che tutto il costrutto nasce per portare chi legge a stupire per il finale da fiaba. Credo che rinascere sia cosa indispensabile, dopo una batosta. Voler rinascere per non morire, invece, sembrerebbe una scelta, una soluzione tra le tante, da vagliare, qualora ci si scopra preziosi per qualcuno.
    Credo che tutto quanto descritto sia in parte legato ad una storia personale, ed in parte legato alla volontà di alimentare la speranza, per se è per chi legge.
    Un abbraccio
    Giancarlo

    • Eh, eh, eh, questa volta hai toppato, non è personale. Però, lo ammetto, mi ha catturata la tua analisi tanto dettagliata. Il finale fiabesco non voleva stupire ( ma grazie di averlo detto, io scrivo fiabe e avere il tocco magico del “sogno” mi fa piacere da pazzi!) ma, più semplicemente, sottolineare come si sente una donna gettata via come un oggetto sdrucito e non più funzionante, quali sono le sue emozioni nel non ricevere spiegazioni e nel venire mutilata nell’anima a tradimento, alle spalle. Un uomo non credo capisca cosa significa non sentirsi desiderato e il realizzarlo con l’abbandono. Non ritorna alla vita perché altri la bramano quanto perché nel loro interessamento, che cadrà nel vuoto, ritrovano la forza di guardarsi allo specchio e, così, riscoprirsi diverse da un sacchetto di secco. Nessuna donna merita un così brutale trattamento….
      Grazie per i tuoi commenti, sempre tanto graditi. Notte

      • Non intendevo la storia come mera descrizione di un fatto personale, ma in relazione al sentimento destato da in fatto personale, al quale hai aggiunto altro, per dare spazio alla speranza ecc.
        In parte è vero che un uomo sente meno la necessità di essere desiderato, forse perché per forma mentis è più portato a desiderare, ma ti assicuro che a chiunque, senza distinzione di sesso, sentirsi abbandonato, desta sentimenti cupi.
        Un abbraccio
        Giancarlo

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