“Impiccione per piacere” … il mio Buon Natale x voi!

Vi regalo, legato alla coda di un “sincero augurio di festività serene”, un racconto che si classificò 7° al primo concorso Comici Spaventati Scrittori.

 

“Ma pensate ai fatti vostri!”. Vorrei gridarlo, abbandonandomi all’isteria, tutte le volte che  divento, mio malgrado, la “Missione Compassionevole” con la quale le amiche pensano di collezionare qualche bollino in più della demente raccolta punti per l’ingresso in Paradiso. Mi mordo la lingua e sto zitta. Eh, certo! Le “Crocerossine dell’amore” non s’intromettono perché non hanno nulla di meglio da fare, NO, lo fanno solamente perché spezza il cuore il vedermi sola, come un paio di calzini, ancora nuovi, ma scompagnati. “Ma chi vi ha chiesto niente!”. Delle mie amiche storiche, quelle che non si scelgono ma sono parte dei cimeli dell’asilo e che ti restano addosso  gradite come le cicatrici di una caduta, Tina, Rina e Rosamaria, che menzionate in questo ordine fanno pensare alle tre caravelle di Colombo, e viste le ricordano per la stazza, la più tenace è Rosamaria, ribattezzata, affettuosamente, “Dolce Forno”. In sette anni di matrimonio ha sfornato quattro bei marmocchi. C’è chi si abitua a portare gli occhiali, chi a fare il braccio di ferro col colesterolo impazzito o, in nome di una forma fisica che allontani l’idea della balena arenata, a tollerare le faticate in palestra, chi, come lei,  ad indossare il pancione. Niente da dire, Valfrido, suo marito, è un eccezionale panificatore! Come donnina è niente male, urticante al pari di un pullover d’orbace, non molla la presa finché la vittima della sua illogicità  non si arrende per disperazione. Rina è fidanzata da sempre, e non con lo stesso tipo, perché nessuno si rivela mai alla sua altezza. L’amore, visto dalla sua prospettiva, è un po’ come l’influenza, la becca una volta l’anno, la smaltisce a letto, e le passa in fretta. Nel presentarci la nuova conquista, assicura, senza eccezione, che è la volta buona, che sarà lui il compagno per la vita e, puntualmente, quasi si portasse rogna da sola, l’incantesimo si spezza e al principe, tornato rospo, regala un biglietto, sola andata, per un famoso paese che nessuno vorrebbe mai andare a vedere. Tina, cervellotica del gruppo, è una accanita sostenitrice del calcolo delle probabilità e dell’ottimizzazione del tempo, insomma, una rompi palle mimetizzata da intellettuale, la cui vicinanza prolungata fa desiderare l’eutanasia. Ha sposato Nils, un ginecologo norvegese, che ha i suoi ritmi cerebrali e la medesima inclinazione a frantumare i fratelli dei paesi bassi. Il loro rapporto non conosce scossoni, spianato più del tavoliere delle puglie, è il prodotto di un’esasperante pianificazione, dove gli incontri intimi hanno scadenza bimestrale, ai quali accompagnano una reciproca valutazione sulla performance , e l’elemento sorpresa è una figura aliena, conosciuta solo per sentito dire. Il loro bimbo, Aronne, non è stato concepito per tentativi, come avviene per qualsiasi coppia “normale”, ma in seguito ad un’elaborata previsione con la quale, il seminatore del freddo, aveva enormi possibilità di colpire e lasciare il segno, un po’ come Zorro. A rotazione, con la stessa leggerezza di uno schiacciasassi, hanno cercato di appiopparmi ogni maschio disponibile del loro parentado,  risparmiandomi  il nonno di Tina e non per questioni anagrafiche, visto che pur di accasarmi non buttano via niente, quanto perché, dopo un ictus e con un enfisema polmonare, per la cariatide potevo essere fatale. “E al mio stomaco ci pensa qualcuno?”. OK, dicono che sono di bocca buona, per le pietanze però e, in ogni caso, nessuno mi ha ancora vista fare il doppio salto mortale, all’indietro, per il pane raffermo. Non ho mai preteso un Adone, sia chiaro, ma chiedermi di accontentarmi di un habitué della rianimazione, mi pare veramente troppo! Ho quarantadue anni e, al momento, mi sento distante dall’imbalsamazione, non credo d’essere già scivolata nella fascia delle “disperate”, potenziale acquirente dell’uomo in saldo o, peggio ancora, della malinconica giacenza di magazzino. Le eccentriche comari, esaurite le scorte umane più facilmente reperibili, i parenti, personaggi pittoreschi come il cugino Calogero, infermiere palermitano con l’hobby culinario, al quale devo il riacutizzarsi della colite, o lo zio Reinar, giovanile imprenditore di Belluno, survivor dei figli dei fiori e loro mito, si sono fiondate sugli amici dei compagni e su qualsiasi individuo con ancora un’attività respiratoria. Dovrei aver imparato a difendermi dalle loro fregature, a sentire l’avvicinarsi dei cataclismi, prima di venirne travolta, macché,  sono un caso senza speranza! Dall’ultima rarità, Miro, che potrei definire un libro dalla copertina, in pelle, finemente rilegata e con le pagine sciacquate in candeggina, fuggo ancora. Bello & Impossibile? Magari! Avrei sentito il ribollire di un sano istinto primordiale: la Caccia. Ma quale ribollire? Ma quale istinto? Solamente la vera essenza della noia e l’ebbrezza che da una sanguisuga appesa alla giugulare.  So tutto io! Oh quanto sono perfetto! Tutte mi vogliono e nessuna mi merita! Miro? Mira ad altezza umana, forse qualcosa la rimedi! Potrei mettere un annuncio: A.A.A. Cercasi encefalo maschile non necessariamente accompagnato da muscolatura esagerata. In fin dei conti l’amore è una bizzarra alchimia: nasce nella testa, prima di stabilirsi nel cuore.

Carla

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