Gioele e la Dama del ruscello – 1° parte

Passeggio tra le vostre parole da poco più di un mese, raccogliendo emozioni e sorrisi. Ricambio, regalandovi una delle mie “creature”, una fiaba che fa parte di una antologia, pubblicata qualche anno fa. Amo scrivere e farlo per i bambini in modo particolare! I frutti della fantasia, spessissimo, non hanno un ritorno economico, neanche minimo, ma poco importa. Eccovi la 1° di 3 parti …

In prossimità di un bosco di abeti bianchi, in una casetta giallo ocra, viveva Gioele, un giovane taglialegna. Ogni mattina, al sorgere del sole, scendeva giù dal letto, e dopo aver fatto una doccia calda ed una veloce colazione, riempiva il cestino del pranzo ed usciva per andare a lavorare.  Adorava il suo mestiere, che gli permetteva d’ascoltare i rumori del bosco, le voci di tutte le creature che lo popolano, d’annusarne i profumi e di giocare, con la fantasia, perso tra ombre e colori. Amava la natura a tal punto che gli alberi erano i suoi più cari amici ed averne cura lo rendeva felice, non facendogli pesare la fatica. La legna che riusciva a ricavare la vendeva al mercato, del paese vicino, serbandone una parete per scaldarsi nelle fredde sere d’inverno. Non era interessato a possedere chissà quali averi e il suo desiderio più grande era solamente uno, quello di metter su famiglia. Un pomeriggio, mentre accatastava, sul vecchio camioncino, i rami tagliati nel corso della mattinata, alcune grosse schegge gli ferirono il palmo della mano. Non avendo nulla di pulito con cui medicarsi, si diresse al ruscello, che attraversava il bosco, s’inginocchiò sul terreno ed immergendo la mano nell’acqua, lasciò che scorresse, lavando la ferita.

Sono il solito sbadato – ” pensò – Nei prossimi giorni come potrò lavorare? –

Ragionava, preoccupato, quando, sullo specchio d’acqua, vide riflessa la sagoma di una persona. Voltandosi, restò senza parole! Era la ragazza più bella che avesse mai visto. Indossava un vestito di seta, dello stesso colore del sole, aveva lunghi capelli, biondi e ricci, che le cadevano sulle spalle, gli occhi azzurro cielo e la pelle luminosa e delicata come i bagliori della luna. Le sorrise e lei, ricambiando, in silenzio, gli bendò la mano con un morbido fazzoletto bianco.

– Come posso sdebitami? – chiese, imbarazzato. 

La fanciulla lo zittì, posando la mano sulle sue labbra, e soltanto nel sentirlo strillare – Mi chiamo Gioele ! – mentre la guardava allontanarsi, gli rispose, senza voltarsi – Io Ljuba! –

Tornato a casa, nel levare le bende, s’accorse che delle ferite non era rimasta traccia, rendendosi conto di non aver incontrato una persona qualunque, ma qualcuno di veramente speciale. La notte, non riuscendo a dormire, la trascorse in veranda, in compagnia del cielo stellato, della voce del vento, che soffiava leggero come una carezza, e di mille sogni fatti ad occhi aperti. Il desiderio di rivederla lo aveva mandato in una tale confusione che, la mattina seguente, scordò, sul tavolo della cucina, il cestino del pranzo. Tornò sul luogo dove l’aveva conosciuta, guardò tutt’intorno, la chiamò, ripetutamente ed a gran voce, restando deluso. Quella splendida creatura sembrava non essere mai esistita! Il caldo, l’assenza della brezza, che solitamente attraversava le foglie producendo quasi una musica, il duro lavoro e la fame, lo misero di cattivo umore.

Ma chi me lo fa fare a star qui a spaccarmi la schiena? Torno a casa, mangio e mi faccio una bella dormita! –

Hai scordato il pranzo, vero? Non ho molto da offrirti, ma serviti pure –

Ljuba era lì, a pochi metri di distanza, e tra le mani reggeva un cesta colma di frutta freschissima. Restò senza parole, anche in quella occasione! Era la seconda volta che lo aiutava in un momento di difficoltà. Compariva all’improvviso e, nello stesso modo, se ne andava, travolgendo il cuore di un boscaiolo solitario che, nel suo sguardo, timido ed ingenuo,assaporava una irrinunciabile magia. Ljuba, dal canto suo, lo vedeva come un cavaliere delle fiabe, coraggioso e nobile d’animo, bello come un principe azzurro: alto, dai capelli neri, corti e spettinati, con gli occhi verdi, la pelle scura e un sorriso rassicurante. Seduta ai piedi di un albero aspettò che finisse di mangiare.

– Posso riprendere il cestino? –  domandò, con un filo di voce.

– Devi andare via? – le chiese, con tono angosciato.

– Devo ritornare al ruscello, è quello il mio posto! –

Carla

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